ott 17, 2014

“Non lo vedi ma ti sta seduto sulle spalle: è il tecnostress”. Articolo da leggere assolutamente per cominciare a vedere un po’ di luce nel tecnostress delle organizzazioni

solidoro

Qualche giorno fa, sul quotidiano online Linkiesta, ho letto un interessante articolo sul Tecnostress intitolato ”Non lo vedi ma ti sta seduto sulle spalle: è il tecnostress“, scritto da Adriano Solidoro (email: adriano.solidoro@unimib.it – contatto twitter:  a_solid).

Con grande chiarezza, l’autore identifica le diverse dimensioni del tecnostress, fotografa lo stato della ricerca sul rischio tecnostress nelle organizzazioni e arriva a due domande di fondo: il tecnostress incide sulla produttività? Quali sono le implicazioni per il management e per la gestione delle risorse umane?

A queste domande non c’è ancora una risposta certa, ma nel seguito dell’articolo Solidoro disegna un percorso di ricerca per studiare il fenomeno dal punto di vista delle implicazioni per il management e per capire “come fare per permettere alle persone di usare le tecnologie al meglio”.

Come ho detto, l’articolo è molto interessante e merita una lettura completa ed approfondita da parte di chi è interessato all’argomento ‘Tecnostress’. Lo riprendo quindi integralmente qui di seguito con autorizzazione dell’autore, che ringrazio.


Lo stress, allo stesso tempo doping naturale e male dell’anima, non è facile da definire. Nella sua accezione negativa generalmente viene associato alle situazioni in cui  sperimentiamo l’incapacità di soddisfare molteplici, talvolta contrastanti, responsabilità oppure quando il livello di difficoltà e complessità dei compiti è percepito essere così probante da temere di non riuscire a superarlo. Questa frustrazione spesso si traduce in fatica mentale, disturbi generici che portano alla riduzione delle prestazioni e a volte persino in malattia fisica.

Sempre più spesso la condizione di stress è associata all’uso preponderante della tecnologia e all’elaborazione di grandi quantità d’informazione. Non è una novità assoluta, del cosiddetto technostress s’incominciò a parlare poco meno di trenta anni fa, per indicare lo stress derivante dall’uso, sempre più imperante, della tecnologia con effetti negativi sulla dimensione emotiva e cognitiva, sui comportamenti e sulla motivazione.

Negli anni, diversi studiosi si sono occupati di questo tema evidenziando le ricadute negative sullo stato psicofisico delle persone: senso di impotenza sul controllo del tempo e dello spazio personale, sovraccarico di informazioni provenienti da fonti diverse, fino alla  riduzione della fiducia e del confort nell’uso delle tecnologie digitali.

Il tecnostress ha quindi diverse dimensioni:

· Quella legata alle difficoltà di un buon bilanciamento vita/lavoro (equilibrio minacciato dalla connettività sempre e ovunque) – tema molto attuale dal momento in cui si parla sempre più di mobility work e smart work;

· La dimensione derivante dalla necessità di un continuo apprendimento e aggiornamento delle competenze: condizione di skill discrepancy in cui le competenze esistenti non sono sufficienti e le persone passano molto del tempo ad imparare a utilizzare nuove tecnologie digitali – per l’aggiornamento software, per l’utilizzo di nuove app e nuovi processi (le persone si aspetterebbero invece di utilizzare le ICT per velocizzare i loro compiti);

· La terza dimensione è quella legata al sovraccarico cognitivo derivante dalla grande mole d’informazioni da gestire. Sovraccarico che può portare anche a conseguenze paradossali: da uno studio del Reuters Business Information svolto su un campione di 1.313 manager in USA, UK, Hong Kong, Singapore, Australia, è stata identificata la Information Fatigue Syndrome - il 73% persone sentiva il bisogno di acquisire enormi quantità di informazioni per avere successo nella propria vita lavorativa e la tecnologia ha reso possibile questo aumento di accessibilità alle informazioni. Di contro, è emerso che 2 intervistati su 3 hanno subito dei cambiamenti negativi nella loro vita personale e lavorativa a causa del sovraccarico delle informazioni.

· Un’ultima dimensione è quella del multitasking, ossia dello svolgimento di più azioni contemporaneamente e su diversi dispositivi (telefono, computer, segreteria telefonica, iPad) con potenziali ricadute sulla capacità di concentrazione e quindi sulla produttività.

Ognuna di queste dimensioni può essere fattore di burnout, appaiono quindi evidenti le minacce che le organizzazioni devono prevenire. Per tale motivo devono essere progettati e implementati dei programmi d’intervento, per affrontare e se possibile prevenire il tecnostress.

Piani di intervento che prevedano azioni nell’ambito della formazione e sviluppo, così come azioni organizzative che facilitino l’assorbimento tecnologico quando nuovi strumenti vengono adottati, attraverso, per esempio, il maggior coinvolgimento delle persone al momento della scelta di software e processi.

Il tema del tecnostress appare quindi ampio e urgente, per questo motivo verrà approfondito in una serie di post che vorrebbero favorire la discussione sull’argomento. Dibatitto che non può essere disgiunto dal tema delle digital skill: dall’investigare cosa queste rappresentino, quale fabbisogno formativo esse portino e quali metodologie siano le più efficaci per l’apprendimento delle competenze emergenti.

L’utilizzo della tecnologia digitale e dei device mobili all’interno delle organizzazioni è ormai pervasivo, al punto che, oggi, buona parte delle persone nelle organizzazioni non sarebbe in grado di svolgere le proprie attività se privati della possibilità del loro utilizzo.

Ma l’adozione di tecnologia digitale, di sistemi wireless e mobili ha solo impatti positivi? Sembrerebbe di no. Le criticità che emergono sono dovute, in maniera diretta, dall’aggiornamento continuo di hardware e software (sistemi tecnologici) e dai compiti e processi ad essi correlati e, in maniera indiretta, dai cambiamenti dei ruoli, dei sistemi premianti e dalle strutture di autorità (sistemi sociali).

La ricerca sugli aspetti del tecnostress è ancora molto giovane e metodologie e risultati sono tutt’altro che sedimentati. Si può tentare tuttavia di tracciare una sintesi esemplificativa delle ipotesi tracciate e dei risultati finora raggiunti.

La ricerca ha finora esplorato gli effetti dell’uso delle ICT su diversi aspetti, come per esempio la nascita dello Stress, il ruolo dello Stress e la Produttività. Con una semplificazione estrema (che vuole essere funzionale) si può dire quindi che la pervasività della tecnologia digitale comporti delle criticità raggruppabili in due aree.

La prima si riferisce all’utilizzo della tecnologia da parte dell’individuo, la seconda riguarda in che modo il ruolo organizzativo possa essere suscettibile di cambiamenti dovuti all’adozione tecnologica:

1. L’utilizzo delle ICT può causare ansia e tensioni: ciò dipende dalla predisposizione individuale verso le tecnologie ma non solo. L’uso delle ICT può causare stress a causa della sensazione di perdita di controllo oltre il tempo e lo spazio dovuta a:
· sovraccarico cognitivo, “connettività” costante, sovraccarico-informativo ecc.;
· l’evoluzione continua delle ICT – il software, l’hardware, la terminologia tecnica ecc.;
· le richieste sociali relative al loro utilizzo – partecipazione ai social network, aggiornamento dei propri profili, partecipazioni a video-conference e sessioni di e.learning ecc.

2. Le ICT cambiano il ruolo degli individui nelle organizzazioni:
· i compiti mediati dal PC diventerebbero più astratti con conseguente abbassamento della motivazione.
· l’adozione delle ICT inoltre, si ritiene creare nuove strutture di potere, autorità e di presa di decisioni.

La domanda di fondo è comunque sempre una: il tecnostress incide sulla produttività? A questa domanda se ne va ad aggiungere un’altra altrettanto fondamentale: quali sono le implicazioni per il management e per la gestione delle risorse umane?

Vediamo, in estrema sintesi, quali sono le risposte date finora dalla ricerca.

Il tecnostress si ritiene causato dal doversi occupare costantemente del rapido evolversi dei device e dei software e dalle conseguenze legate al loro utilizzo, che sono di ambito cognitivo ma anche sociale.

Un primo aspetto riguarda il mobile ed il computer wireless (e di conseguenza le pratiche organizzative correlate, come il mobile working, o il bring your own device): a causa della possibilità di connessione illimitata e trasversale i confini tra vita lavorativa e vita privata sono potenzialmente minacciati. Politiche precise (e ben comunicate) riguardo all’utilizzo dei social network (la BBC è stata tra le prime organizzazioni a mettere in rete un vademecum) e buone pratiche organizzative a difesa del work/life balance possono senz’altro aiutare (si veda per esempio quelle in atto in Ferrari, Volkswagen e Mercedes riguardo all’utilizzo della mail).

Il secondo aspetto riguarda invece la necessità di tenersi aggiornati costantemente e lo sforzo che richiede il continuo ri-apprendere l’utilizzo di nuove applicazioni. Ciò è correlato all’aumento continuo della complessità degli aspetti tecnici (e quindi anche terminologici) delle ICT. Se le competenze necessarie al ri-apprendimento continuo mancano, ciò potrebbe influire sul calo della produttività. Per quanto riguarda questo aspetto, buone pratiche di formazione possono aiutare, l’apprendimento non deve tuttavia riguardare solamente gli aspetti tecnici ma anche quelli legati al saper apprendere, e anche temi “interpersonali”, come il self-management, il coaching e il mentoring per facilitare un apprendimento condiviso.

Un terzo aspetto riguarda la ricezione di informazioni su più canali ICT (le conseguenze della grande quantità di informazione da elaborare viene descritta con le espressioni Data Smog e Information Fatigue). Questo aspetto è legato anche al lavorare su più compiti contemporaneamente (multitasking), spesso causa di burnout, il ché incide negativamente sulla produttività. Anche qui buone pratiche organizzative legate per esempio all’utilizzo delle mail, possono aiutare, così come pratiche di gestione del knowledge management (per esempio sostituendo sistemi di repository e tagging alla mail per i progetti condivisi). La formazione e sviluppo si dovrebbe invece occupare delle competenze emergenti. A questo proposito, il centro di ricerche americano Institute for the Future ha realizzato uno studio che fa il punto sui fenomeni sociali ed economici che guideranno il cambiamento del mondo del lavoro nei prossimi anni. I ricercatori hanno pubblicato un rapporto intitolato Future Work Skills 2020 volto ad individuare le competenze emergenti. Fra queste, per esempio, il report indica la competenza denominata Cognitive load management e cioè la capacità di discriminare e filtrare le informazioni per importanza, e di capire come massimizzare la loro comprensione.

Per quanto riguarda invece le criticità legate a come le ICT cambiano il ruolo degli individui nelle organizzazioni, la ricerca sul tecnostress evidenzia come lo stress del ruolo lavorativo (Role Stress) sia inversamente proporzionale alla produttività individuale.

Vi sono due fattori che contribuirebbero al Role Stress: il Role Conflict e il Role Overload.

Il primo si definirebbe quando si è esposti a contraddizioni, incompatibilità o incongruenza con le richieste del proprio ruolo, mentre il Role Overload si verifica come una situazione in cui le richieste sono maggiori, per complessità o per ammontare di lavoro, a quelle richieste dal proprio ruolo.

Per questo aspetto le implicazioni per il management sono il dover pianificare e gestire i processi di adozione tecnologica come se fossero progetti di cambiamento organizzativo (il ché è in effetti così). Curandone cioè tutti gli aspetti: comunicazione, progettazione, coinvolgimento degli stakeholder, misurazione ecc. Per quanto riguarda le competenze emergenti, il già citato report Future Work Skills 2020, individua la Design mindset, capacità di rappresentare e sviluppare le attività dei processi al fine di ottenere i risultati desiderati. Anche le pratiche di Job crafting potrebbero essere utili. Quando cresce la demotivazione cambiare il modo in cui si svolge il proprio lavoro, trasformandolo o riprogrammarne l’approccio, può far ritrovare il senso del proprio apporto. Le pratiche di job crafting, pur essendo emergenti, richiedono però un forte investimento di formazione e sviluppo e una cultura organizzativa (e di leadership) in linea con la pratica.

Si ritiene vi siano numerose ragioni del perché alcune condizioni creino e aumentino Role Stress, come ad esempio il fatto che la scelta dell’utilizzo delle ICT porterebbe anche ad un’aspettativa di maggiore produttività. Le persone si aspetterebbero di lavorare più velocemente e in minor tempo, ma questo voler fare ancora più fretta creerebbe condizioni di Role Stress e Role Overload. Anche il Multitasking può essere causa del Role Conflict.

Oltre a ciò bisogna accennare alle prospettive di integrazione interfunzionale, come avviene per esempio nelle pratiche lean, dove si crea interdipendenza tra differenti ruoli. Ciò può causare confilitti dovuti a prospettive, culture e competenze differenti. L’utilizzo delle ICT inoltre aumenterebbe il set dei ruoli individuali, in quanto le persone si trovano a dover processare differenti input da più persone e riconciliare un’ampia varietà di opinioni.

È fondamentale, quindi, per le organizzazioni, affrontare il tema del tecnostress nella sua complessità. Tenendo conto della relazione tra Technostress e Role Stress, e fra questi e la motivazione e la produttività.

Per questi motivi, le implicazioni per il management e per le persone della formazione e sviluppo riguardano la consapevolezza che sotto la definizione ampia di tecnostress ci sono dei sub fattori che vanno osservati e affrontati, con pratiche organizzative e azioni mirate all’analisi delle competenze emergenti e del fabbisogno formativo.

Un tentativo (senz’altro non definitivo) di mettere in ordine ed elencare i sub fattori potrebbe essere questo:

  • “Techno-overload” descriverebbe la situazione in cui le ICT forzano gli utenti a lavorare più veloce e per più tempo.
  • “Techno-invasion” descriverebbe l’effetto invasivo delle ICT;
  • “Techno-complexity” descrive la situazione in cui la complessità associata alle ICT renderebbe le competenze delle persone inadeguate o obsolete;
  • “Techno-insecurity” descriverebbe la situazione in cui gli utenti si sentirebbero spauriti di fronte alle nuove tecnologie per paura di perdere il posto di lavoro;
  • “Techno-uncertainty” si riferirebbe al continuo aggiornamento di ICT che sconvolgerebbe gli utenti e creerebbe incertezza.

Tenere conto dei sub fattori che compongono il tecnostress e le loro inter-relazioni è un primo passo per capire che, al di là della definizione generica, il tecnostress non è un tema né astratto né fantascientifico e che richiede, già oggi, non domani, consapevolezza e pratiche mirate da parte delle organizzazioni.


Bibliografia minima

A Conceptual Model of Technology Features and Technostress in Telemedicine Communication

Ziyu Yan, (City University of Hong Kong), Xitong Guo, (Harbin Institute of Technology), Matthew K.O. Lee, (City University of Hong Kong), Douglas Vogel, (City University of Hong Kong)

The Dimensions of Technostress among Academic Librarians

Ungku Norulkamar Ungku Ahmad – Salmiah Mohamad Amin
 – Faculty of Management and Human Resource Development, Universiti Teknologi Malaysia

Technostress in the office: a distributed cognition perspective on human–technology interaction

Charlott Sellberg – Tarja Susi

The consequences of technostress for end users in organizations: conceptual development and empirical validation
Ragu-nathan, T. S. and Tarafdar, M. and Ragu-nathan, B. S. and Tu
 – Lancaster University Management School

Coping with the Dynamic Process of Technostress, Appraisal and Adaptation
Connolly, Amy J. (University of South Florida), Bhattacherjee, Anol

Investigating Technostress in situ: Understanding the Day and the Life of a Knowledge Worker Using Heart Rate Variability
Stefan Schellhammer, Russell Haines, Stefan Klein
International Conference on System Sciences (HICSS)

Work Values, Achievement Motivation and Technostress as Determinants of Job Burnout among Library Personnel in Automated Federal University
Libraries in Nigeria
 – Olalude Oluwole Francis
Emmanuel Alayande Collage Education Oyo

Psychological Character of Computer-related TECHNOSTRESS

Etienne Erasmus, Manpower Development Department Chemicals Business, Sasol Polymers Sasolburg – South Africa

ott 12, 2014

“Tecnostress lavoro correlato al lavoro” convegno AIFOS alla fiera Ambiente Lavoro 2014

CONVEGNO TECNOSTRESS CORRELATO AL LAVORO img

Durante la fiera Ambiente Lavoro 2014 – 15 salone della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (Bologna, Centro Fiere) – si svolgerà mercoledì 22 ottobre 2014 il Convegno “Tecnostress lavoro correlato al lavoro“, dalle 14:00 alle 17:00 presso la Sala Martini, Padiglione 36. Ingresso libero previa iscrizione a questa pagina.

Nell’ambito della Campagna Europea sulla Sicurezza sul Lavoro 2014/2015, denominata “Insieme per la prevenzione e la gestione dello stress lavoro correlato” AiFOS intende dare particolare rilievo allo studio dei rischi derivanti dal tecnostress provocato dall’utilizzo in ambito lavorativo dei dispositivi elettronici e dall’over-flow informativo riconducibile all’uso di internet e dei sistemi informativi multimediali in genere.

Interventi

  • Francesco Naviglio – L’impegno di AiFOS per divulgare il rischio tecnoStress
  • Enzo Di Frenna – TecnoStress: il nuovo rischio del lavoro digitale
  • Giovanni De Baggis – TecnoStress: il caso Sediin Spa. Formazione e valutazione del rischio
  • Carla Mammone – TecnoStress e la formazione degli operatori di sicurezza sul lavoro

La presenza al Convegno è valida per il rilascio di n. 2 crediti per Coordinatori della sicurezza, RLS e Formatori Area tematica n. 3 Relazionale in base al Decreto Interministeriale del 06/03/13.

Tecnostress nei Call Center: la storia di Anna

callcenter

Anna entra nel call center, la accoglie una grande aula rumorosa dove una cinquantina di colleghi stanno parlando ad alta voce per farsi sentire dal cliente all’altro capo del telefono. Il team leader di turno gli si avvicina facendo notare che il tasso di produzione del giorno precedente è stato troppo basso e le consiglia paternamente di fare meglio per evitare richiami da parte aziendale. Anna siede in postazione accende il PC, il collega a fianco fa un cenno con la mano, è in chiamata, non può salutarla perché calerebbe la produzione. Le chiamate cominciano a susseguirsi senza soluzione di continuità, non tutti i clienti sono gentili quando vuoi vendergli una carta di credito mentre hanno un piatto di pasta di fronte, ma Anna prova e riprova nel tentativo di piazzare il prodotto e qualche volta ci riesce. A metà turno comincia a perdere la pazienza, nel mentre il cruscotto sul PC che indica la produzione giornaliera è in rosso e dentro cresce inevitabile una certa ansia. Dopo poco il Team Leader le si avvicina, vede il cruscotto rosso inserisce lo spinotto della sua cuffia sul pc e comincia a ascoltare la chiamata per dieci lunghi minuti di tensione durante i quali lei suda freddo incespicando tra le parole dello script. Lo chiamano affiancamento ma Anna non si sente per niente sostenuta. Alla fine del turno il Team Leader la chiama di nuovo per dire che deve migliorare perché le sue prestazioni non riescono neanche a ripagare il costo del suo stipendio. Tornando a casa ha mal di testa e si sente agitata, si ripete che tra due o tre ore star° meglio. Passano due settimane e il call center manager la chiama a colloquio e le consegna una lettera. C’é scritto che in una chiamata di controllo ha sbagliato le parole del saluto e non ha l’ordine nel quale vanno lette tutte le informazioni, per questo le chiedono giustificazioni scritte del suo lavoro negligente. Anna sale al piano di sopra deve iniziare a lavorare ma non ce la fa, sta tremando, ha voglia di piangere o di spaccare tutto. Questa volta giura che se ne andrà nonostante l’asilo da pagare e la rata del mutuo. Scende le scale monta in auto e si dirige verso casa. *

Con un incremento annuale del 30-35% dei volumi delle chiamate e del 20-25% del numero degli occupati, i call center rappresentano una delle forme di impiego a maggiore crescita in tutto il mondo. Non sono più il luogo di lavoro in cui transitavano temporaneamente giovani studenti in cerca di prima occupazione, oggi ci sono uomini e donne che hanno imperniato la propria vita su questa attività e che con questa attività andranno in pensione dopo decenni di lavoro.

La tipologia di lavoro del call center, però, presenta una vasta serie di rischi stress legati alle tecnologie (uso dei videoterminali, sollecitazioni uditive, multitasking, esposizione eccessiva a flussi di dati, feedback utenti, isolamento sociale, eccetera) e, più in generale, la ripetitività e il considerevole carico di lavoro generano elevati livelli di stress psicofisico.

Abbiamo già parlato del tecnostress nei call center con le storie chock di abbracciare l’Orso e nei call center c’è la frusta.

La storia di oggi ci mostra che alcuni datori di lavoro ritengono che qualsiasi forma di pressione sui lavoratori sia una forma di stress ‘positivo’. Questo atteggiamento, però, produce atteggiamenti di ‘fuga’ dal lavoro (assenteismo cronico, ritardo cronico, pause prolungate,) o decremento della performance o difficoltà nelle relazioni interpersonali (incapacità di collaborare con i team leader, rifiuto delle regole) che non vengono affrontati come problemi legati allo stress.

Le ricerche disponibili in Italia sul rischio stress nei Call Center sono scarse e datate, qui potete scaricare la ricerca del 2007 “Idee per un cambiamento – una ricerca sulle condizioni di lavoro nella realtà dei call center“, realizzata dalla CGIL di Genova in collaborazione con l’INAIL, sulle condizioni di lavoro nei Call Center con particolare riguardo al rischio professionale.

Il medico del lavoro Michele Piccardo ha partecipato a questa ricerca nei call center liguri e così commenta: “gli operatori di call center vengono da un mondo moderno e tecnologico dove le persone continuano ad ammalarsi di lavoro. Per evitare o almeno ridurre questi danni probabilmente sarebbe sufficiente far si che sia il lavoratore a governare e utilizzare la tecnologia invece del contrario.”

Nel caso dei Call Center, dei piccoli miglioramenti nell’organizzazione del lavoro nell’ottica di una riduzione dello stress favorirebbero anche al miglioramento delle prestazioni dei lavoratori, ad esempio:

- la partecipazione attiva dei lavoratori alla definizione dello script della telefonata.
- la creazione di spazi e tempi di condivisione collettiva anche al di fuori dell’orario di lavoro;
- la formazione sulla corretta tipologia di leadership da esercitare da parte di capi team;
- la possibilità di crescita professionale e riconoscimento anche economico della qualità del proprio lavoro;
- l’obbligo dei datori di lavoro ad una valutazione dello stress che renda partecipi della valutazione i lavoratori.

* La relazione “Stress da lavoro correlato: la storia di Anna“, a cura di Filippo Bellandi, fa parte degli Atti del seminario “La comunicazione tra il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e il medico competente” organizzato a Firenze il 30 gennaio 2014; pubblicati sul Bollettino dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza “Toscana RLS” (Anno VI, numero 1).

set 19, 2014

Digital Detox: in vacanza in gruppo per disintossicarsi dalla tecnologia

Final-Final-Sept1

Il Digital Detox è “Un periodo di tempo durante il quale una persona si astiene  dall’utilizzo di dispositivi elettronici come smartphone o computer, vissuto come un’opportunità per ridurre lo stress o concentrarsi sull’interazione sociale nel mondo reale” (A period of time during which a person refrains from using electronic devices such as smartphones or computers, regarded as an opportunity to reduce stress or focus on social interaction in the physical world“  Oxford Dictionaires).

Digital Detox è anche una compagnia nata nel 2012 con l’obiettivo di aiutare le persone a disintossicarsi dall’uso di dispositivi digitali organizzando ritiri e campi estivi dove la tecnologia è bandita, mentre sono favorite diverse attività olistiche, i rapporti umani e il contatto con la natura. L’obiettivo di Digital Detox è quello di educare a un uso moderato e cosciente della tecnologia che ci circonda.

Cominciano oggi i tre giorni di ritiro allo Shambala Ranch, con tutte le numerose attività che potete vedere nell’immagine di apertura di questo articolo.

Se qualcuno è interessato a provare l’esperienza di un campo Digital Detox, restano ancora pochi giorni per iscriversi al prossimo ritiro d’autunno (immagine di seguito), dopo il grande successo con il tutto esaurito nei diversi camps estivi svolti nei mesi scorsi.

digital detox

summer camps

Tutti quelli che non ha il tempo, la voglia o i duemila dollari per questi raduni da quattro giorni di digital detox di alto livello, possono sempre ricorrere a un gesto di esorcismo estremamente potente nei confronti delle tecnologie, dall’effetto non molto disintossicante, ma estremamente gratificante (come mostrato nell’immagine sotto).

DigitalDetox

set 13, 2014

“Mal-tecno-educati” e “Mobile Incivility”: ricerca sui maleducati della tecnologia mobile.

Meeting Incivility

I soggetti affetti da  “dipendenza da tecnologia mobile” (di cui abbiamo già parlato in questo articolo dedicato al NOFOMO, in questo articolo dedicato alla ricerca del sindacato olandese FNV sui rischi per i lavoratori di smartphones e tablets, e in molti altri articoli che trovate a fine articolo nei link correlati o recuperate cercando ‘Telefonino’) non sono sempre persone educate e intelligenti; anzi, guardandosi in giro, sembra proprio che la maleducazione nell’uso delle tecnologie mobili sia tanta e in tutte le situazioni.

C’è una folla di “mal-tecno-educati” (forse anche noi qualche volta!) che praticano quotidianamente la “mobile incivility”, la maleducazione dei dispositivi mobili.

Su questi atteggiamenti la società Found! ha presentato ai primi di settembre i risultati di uno studio che ha coinvolto 1500 persone circa (uomini e donne di età compresa tra i 16 e i 65 anni), realizzato con la metodologia WOA (Web Opinion Analysis) monitorando online i principali social network, blog, forum e community per esaminare quali siano i comportamenti d’uso delle tecnlogie mobili più odiati, e dove questi avvengano più frequentemente.

Questi, in sintesi, i principali risultati dello studio, presentati dal sociologo Saro Trovato, fondatore di Found!:

Identikit dell’incivile digitale
al primo posto ci sono gli adulti appartenenti alla fascia 35-50 (71%). I giovani dai 18 ai 25 anni arrivano subito dopo (54%) e infine ci sono le persone di età compresa tra i 55 e i 65 anni (34%). I maschi (49%) sono più maleducati delle femmine (34%).

Tipologie di incivili digitali/tecno-maleducati
ci sono i Social-Addicted, intossicati da Facebook e altri social che passano più della metà della loro giornata a postare e twittare ignorando chi e cosa li circonda; i Disturbatori Seriali, smanettano con il proprio smartphone dappertutto: in strada, in ufficio, in bici, nel traffico, facendo jogging, eccetera; gli Audiolesi Immaginari, che tengono il volume del proprio device a livelli altissimi e non parlano al telefono: urlano; i Cyber-Marpioni, uomini e donne di tutte le età che tartassano di messaggi e email le proprie prede online; gli Asfissianti Self-Made-Pr, persone che invitano tutti i propri contatti a eventi assurdi e li taggano su foto e messaggi promozionali.

Comportamenti “mal-tecno-educati” più odiati
l’utilizzo dello smartphone nell’orario di lavoro (66%); l’essere sempre appiccicati al cellulare (58%); la suoneria a tutto volume che squilla nei momenti più improbabili (55%).

Azioni più detestate dagli uomini
utilizzare lo smartphone durante l’orario di lavoro e durante le riunioni (66%), lo stare appiccicati al cellulare (58%) e l’invio a ripetizione di messaggi da parte della propria compagna (43%).

Azioni più detestate dalle donne
suoneria ad alto volume in spiaggia o sui mezzi pubblici (73%), chi utilizza il telefono durante i pasti (64%), gli uomini che controllano costantemente le notizie sportive (57%).

Luoghi dove più frequentemente si commette inciviltà mobile
al primo posto c’è l’ufficio (56%), a seguire, i mezzi pubblici (44%), la camera da letto (39%) e la cucina (36%).

Dispositivi più molesti
al primo posto lo smartphone (78%) seguito da tablet (40%), pc (33%) e TV (28%).

Come smettere di fare mobile incivility?
Al primo posto non utilizzare il telefono per nessun motivo durante le conversazioni e i momenti intimi (52%), al secondo posto diminuire drasticamente il volume di ascolto di lettori mp3, tv e impianto hifi (44%), al terzo posto limitare le ore connessione ai social stabilendo un tempo massimo (42%).

group of business people working  on project

Rimedio per lo stress in ufficio: il pupazzo urlante da prendere a pugni

pupazzo-antistress-1

Per la serie “Facezie estive”, vi presento il pupazzo antistress da prendere a pugni che lancia urla di dolore. Ideale da tenere in fianco alla scrivania, per sfogarsi nei momenti di stress e frustrazione (vedi video, per esempio dal vivo). Fotografato in autogrill austriaco, funziona con due pile stilo AA non incluse.

ago 17, 2014

Report “Net Children Go Mobile: Cross-national comparisons report” sull’accesso e l’uso di internet da piattaforme mobili da parte dei ragazzi europei

Net Children Go Mobile

E’ stato recentemente presentato il report “Net Children Go Mobile: cross-national comparisons report” realizzato all’interno del progetto di ricerca Net children go mobile , finanziato dal Safer Internet Programme.

Il Report analizza dove, da quali piattaforme, a che età i ragazzi di sette paesi europei (Belgio, Danimarca, Irlanda, Italia, Portogallo, Regno Unito e Romania) usano internet e cosa fanno online. Il report fa parte di una più ampia ricerca della durata di due anni, condotta sia con questionari a 3.500 ragazzi utenti internet tra i 9 e i 16 anni, sia con Interviste e focus group a ragazzi, genitori e altri adulti.

Dalla ricerca europea risulta che gli smartphone sono i devices più utilizzati fuori casa e in movimento, con il 26% dei ragazzi di tutti i paesi che li usa ogni giorno per andare online soprattutto in casa, ma anche durante gli spostamenti quotidiani.

Rispetto ai dati del 2010 di Eu Kids Online sulle attività più popolari tra i ragazzi in rete, i dati della ricerca Net Children Go Mobile mostrano un netto incremento dell’uso dei social network e altre piattaforme di condivisione mediale (come YouTube e Instagram). I ragazzi che usano anche uno smartphone o un tablet per andare online, visitano i social network e i social media in misura maggiore rispetto ai coetanei che non li usano, con una evidente correlazione fra uso di dispostivi mobili e uso dei social media.

Riguardo ai dati italiani, Giovanna Mascheroni (ricercatrice Oss Com-Centro di ricerca sui Media e la Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano e coordinatrice di Net Children Go Mobile) commenta:

«In Italia il 42% dei ragazzi che usano internet accede alla rete quotidianamente dallo smartphone o da un cellulare abilitato. Di questi, il 51% si connette a internet sia attraverso reti wifi che usando il 3g, il 28% usa solo le reti wifi, e solo il 7% dei ragazzi italiani ha un cellulare che non permette la connessione a internet.»

Altri dati qualitativi di questo report sono attesi nei prossimi mesi, fino al report finale con considerazioni e consigli previsto per l’ottobre 2014.

Clicca qui per scaricare il report completo della ricerca “Net Children Go Mobile: cross-national comparisons report“,(D3.3), Mascheroni, G., & Ólafsson, K., (2014) Milano– July 2014

E questi sono gli altri report già pubblicati della ricerca (scaricabili dal sito originale):

Full findings report – May 2014 (with new data from Belgium and Portugal)
Mascheroni, G. and Ólafsson, K. (2014). Net Children Go Mobile: risks and opportunities. Second edition. Milano: Educatt.

Full findings report – February 2014
Mascheroni, G. and Ólafsson, K. (2014). Net Children Go Mobile: risks and opportunities. Milano: Educatt.

1st Report of Initial Findings
Mascheroni, G. & Ólafsson, K. (2013). Mobile internet access and use among European children. Initial findings of the Net Children Go Mobile project. Milano: Educatt.

ago 14, 2014

Tecnostress e Internet Addiction Disorder: ampliamento bibliografia sull’argomento

bibliografia

Girando sul web in questi giorni ho scovato il sito del dottor Ettore Zinzi, psicologo clinico e di comunità, che dedica parte del suo impegno professionale alla ricerca sui temi del Tecnostress e della Internet addiction. Gli articoli da lui pubblicati riguardano:

L’ultimo link rimanda a un’ampia sezione bibliografica, che mi permetto di riprendere direttamente anche qui sotto, al fine di integrare l’ampia bibliografia sul Tecnostress e argomenti affini già presente in questo sito.

BIBLIOGRAFIA (psicologia on-line)

  • Aguglia E.et al., Computer:un’alternativa al dolore ed alla solitudine. Alghos-Pathos nella filogenesi dell’uomo,Veroli,16-19.5,1996.
  • APA (1995), DSM-IV, Masson, Milano 1996.
  • Baumeister, R.F. (1999), the Nature and Structure of the Self An Overview, in R.F.Baumeister (ed), the Self in Social Psychology, Cleveland, OH: Case Western Re-serve University, pp.1-20.
  • Bikson, T.K., Eveland, J.D., Gutek, B.A., (1989). “Flexibile interactive technologies for multi-person tasks: current problems and future prospects”. In: M.H. Olson (ed.), Technological support for work-group collaboration, Erlbaum, Hillsdale, NJ.
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