4 soluzioni per il benessere digitale in azienda

Bell’articolo di Gianluigi Bonomi che fa il punto su “Benessere digitale: la soluzione è davvero il digital detox?

Interessanti, per quanto mi riguarda, le quattro soluzioni che propone per il benessere digitale in azienda:

– Soluzioni tecnologiche individuali: un esempio può essere la tecnica del pomodoro, usare cioè uno stratagemma per concentrarsi ed equilibrare lavoro e pause, ma soprattutto per restare focalizzato e non farsi distrarre da notifiche e alert. In pratica quando si lavora si mette il telefono in pausa.

– Soluzioni tecnologiche collettive: l’uso di uno strumento come Slack permette, come promette l’azienda (vuole ammazzare le email), di abbattere il numero di messaggi di posta elettronica e lavorare meglio in team.

– Soluzioni culturali individuali: qui si parla di trucchi di nudging, per esempio impostando lo smartphone su scala di grigi si è molto meno invogliati a usarlo.

– Soluzioni culturali collettive: stabilire delle policy d’uso di questi strumenti, come per esempio il divieto di inviare email fuori dall’orario di lavoro (cosa peraltro proibita in Francia).

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Phubbing: i miei colleghi di lavoro sono la principale distrazione dal mio telefono

“La mia vità è diventata la principale distrazione dal mio telefono” (nella versione professionale “I miei colleghi di lavoro sono la principale distrazione dal mio telefono”).

Questo il brillante titolo della ricerca “My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners” firmata da James Roberts e Meredith David pubblicato su Computers in Human Behavior (Volume 54, January 2016, Pages 134-141) che indaga il fenomeno del phubbing.

Innnzitutto, che cosa significa phubbing?

Phubbing nasce dalla combinazione dei termini inglesi phone (telefono) e snubbing (il verbo snobbare, ignorare, trascurare) ed è un neologismo creato per indicare l’atteggiamento, assai poco cortese, di trascurare una persona con cui si è impegnati in una qualsiasi situazione sociale (dalla camera da letto al caffè al bar al luogo di lavoro) controllando compulsivamente lo smartphone.

Questo modo di fare – molto comune tra i gruppi di adolescenti, ma facilmente osservabile anche in un ristorante, dove in media assiste a 36 casi di phubbing ogni serata – è in realtà un vizio comune a tutti del quale riteniamo essere portatori sani.

Ma il pubbhing non è solo disattenzione e scortesia, c’è di più. I risultati dello studio sopra indicato hanno evidenziato come il 36,6% dei volontari non si vedesse riconosciuta la giusta attenzione dal proprio partner e che il 22,6% aveva avuto dei problemi nella propria relazione proprio a causa di questo atteggiamento.

Il phubbing, quindi, non è grave perché è cattiva educazione, ma soprattutto per la sensazione che genera di essere lasciati soli e per il senso di inadeguatezza che deriva dal fatto di non riuscire a catalizzare su di se l’attenzione dell’altro.

A due anni di distanza dal primo studio, gli autori sono tornati sull’argomento e hanno pubblicato un nuovo studio sul Journal of the Association for consume research: “Phubbed and Alone: Phone Snubbing, Social Exclusion, and Attachment to Social Media“.

Nello studio si afferma che “Quando un individuo subisce phubbing si sente socialmente escluso, e questo conduce ad un bisogno molto forte di attenzione. Ma invece di recuperare l’interazione faccia a faccia, e così ricostruire un senso di inclusione, i partecipanti alla nostra indagine si sono rivolti ai social network per riguadagnare quel senso di appartenenza” alla disperata ricerca di quell’attenzione che gli interlocutori, gli amici, i partner e gli altri in generale gli hanno negato. Praticamente, chi viene ignorato per lo smartphone si rifugia sui social network.

E ancora “Subire l’esclusione da phubbing è anche collegato a un indebolimento del proprio benessere psicologico. Infatti chi viene escluso più spesso per questi atteggiamenti ha fatto registrare più elevati livelli di stress e depressione”.

Come fare a non praticare il phubbing verso qualcuno o a non subirlo da altri?

Innanzitutto, aderendo alla campagna ufficiale del sito ufficiale stophubbing.org, scaricando e diffondendo i materiali di promozione anti-phubbing (poster, decalcomania e segnaposto).

Poi, ci sono tre strategie pratiche per non cadere nella tentazione del phubbing:

  • Crea delle zone libere da smartphone: oppure crea tempi o situazioni in cui tutti i partecipanti (familiari o colleghi di lavoro) si impegnano a non utilizzare il loro smartphone. Può essere a pranzo, a cena, prima di andare a scuola, prima di andare a dormire, all’aperitivo con gli amici, eccetera. Bene stabilire delle “penalità” per l’esibizione, consapevole o no, dell’apparecchio.
  • Vivi senza distrazioni: lascia consapevolmente il tuo telefono o tablet in una stanza diversa in modo da non essere tentato di guardarlo e di usarlo quando stai cercando di trascorrere del tempo con altre persone.
  • Disabilita le notifiche non essenziali: non è così importante sapere istantaneamente se a qualcuno piace una tua foto su Instagram o rispondere immediatamente a un messaggio su Facebook. Riduci al minimo i ping e i ding vari e – se ce fai – metti in silenzioso il telefono quando puoi.

Giu 11, 2018

Il bluff del Multitasking

Ho già parlato più volte di quella caratteristica individuale molto ‘ambita’ e ricercata nei luoghi di lavoro che è il multitasking, ovvero la capacità di eseguire due (o più) compiti simultaneamente, e ho già detto che questa capacità non esiste, si tratta di una sorta di ‘illusione’ più simile alla dispersione energetica e di attenzione che a una vera e propria capacità lavorativa.

Questo perché, a livello di attività cerebrale, la corretta esecuzione dello svolgimento di un compito presuppone un controllo cognitivo che può essere soggetto a interferenze ambientali, quindi la capacità di rimanere concentrati sugli stimoli target escludendone altri, inibendo inoltre certi tipi di risposte inappropriate.

In pratica, l’unitasking (o single-tasking) è il modo più efficace di lavoro; eppure il  multitasking – enormemente favorito dalla velocità con cui si sono diffusi i dispositivi tecnologici sia in ambito lavorativo che privato – è oggi lo comunemente considerato ‘efficace’ e rappresenta il modo ‘standard’ di utilizzare le tecnologie, al punto che si parla di media multitasking, definibile come lo svolgimento di due o più compiti, uno dei quali implica l’uso di un mezzo tecnologico (Lang & Chrzan, 2015).

Uno studio di Ophir e collaboratori (Ophir et al., 2009), ha mostrato quanto l’utilizzo costante del media multitasking conduca a un considerevole decremento dell’ attenzione e quindi ad una maggiore probabilità di distrarsi e di peggiorare le prestazioni a compiti che implicano il controllo cognitivo.

Quello che chiamiamo ‘multitasking’ è in realtà una continua di interruzione dell’attenzione; siamo tutti coinvolti a fare più cose alla volta in uno stato perenne di attenzione superficiale, accrescendo la possibilità di fare errori, diminuendo sensibilmente le nostre capacità, rendendoci poco performanti più insicuri, meno capaci di esprimere il nostro potenziale, fino al punto di danneggiare il nostro lavoro.

Siamo tutti in una condizione di C.P.A. Continous Partial Attention (attenzione parziale continua) che ha innumerevoli risvolti tossici a livello psicofisico.

E’ quindi necessario conoscere questo bluff del multitasking e informarsi su come poterlo contrastare o gestire limitandone i rischi.

Di seguito, una selezione di notize sul tema del multitasking degli ultimi mesi.

E-mail e multitasking sono ostacoli sulla via del successo. Le 7 regole del guru del management

Ci hanno sempre detto che per avere successo bisogna sgobbare di più, dimenticare la vita privata, essere campioni di multitasking. Praticamente vivere in funzione del lavoro. Un docente di Management dell’università della California Berkeley, già professore alla Harvard Business School e alla prestigiosa Insead, adesso sostiene che tutto ciò non solo sia inutile per arrivare al top, ma anche che possa danneggiare le prospettive di carriera.

Addio “multitasking”: se fai tante cose assieme, le fai tutte male (e ti stanchi di più)

Il multitasking? È una trappola. Nonostante siamo portati a pensare che “fare più cose contemporaneamente” sia la soluzione alla nostra ossessiva corsa contro il tempo, in realtà molte ricerche dimostrano che il multitasking non fa altro che renderci meno efficienti . Cadere nella trappola del multitasking è facile: lo facciamo tutti, tutti i giorni.

Multitasking: un’abitudine utile o di cui sarebbe meglio preoccuparsi?

Il multitasking è un fenomeno complesso, che richiede un alto livello di attenzione per poter svolgere due attività contemporaneamente. La letteratura scientifica si divide tra chi ritiene che il multitasking abbia una serie di effetti negativi, anche a livello cerebrale, e chi invece ne rivendica vantaggi e benefici.

Distrutti dal multitasking? Come sopravvivere allo stress del Terzo Millennio

Da un giorno all’altro, l’eczema da stress che mi spuntava sulla caviglia ogni volta che cambiavo lavoro, firmavo un contratto nuovo o avviavo una nuova collaborazione mi si è trasferito in faccia.

Dal multitasking al pensiero profondo: tempo, concentrazione e attenzione – Leadership & Management Magazine

Per molti anni nelle aziende ci hanno insegnato che essere multitasking ci permette di essere più efficienti ed efficaci, di svolgere più attività in meno tempo e con meno risorse.

Multitasking e media multitasking: gli effetti su attenzione e apprendimento

Il multitasking, ovvero l’esecuzione di due compiti simultaneamente, è un fenomeno divenuto ormai consueto nella società odierna ed è considerato un modo per massimizzare i risultati. Molti ricercatori ne stanno però mettendo in dubbio l’efficienza.

Come vivere bene ignorando le “sirene” del multitasking

I social ci vorrebbero produttivi e tempestivi come una macchina, ma versatili e pieni di spunti creativi. Per essere al passo con i tempi, ci dicono, dobbiamo diventare una sorta di equilibristi del 2.0 . Ma a chi giova davvero questa corsa all’efficientismo?

Uomini e Topi: esposti dalla vita prenatale alla morte spontanea a campi elettromagnetici come quelli dei cellulari

Verso la metà di marzo, il National Toxicology Program, in collaborazione con l’Istituto Ramazzini di Bologna, ha diffuso i risultati di uno studio sulle radiazioni a radiofrequenza.

Lo studio – il più grande mai realizzato su radiazioni a radiofrequenza (RFR) – è didascaliscamente titolato “Resoconto dei risultati finali riguardanti i tumori del cervello e del cuore in ratti Sprague-Dawley esposti dalla vita prenatale alla morte spontanea a campi elettromagnetici a radiofrequenza, equivalenti alle emissioni ambientali di un ripetitore da 1.8 GHz“.

In sunto, nei ratti usati come cavie sono stati rilevati aumenti statisticamente significativi nello sviluppo di tumori. Quindi esplode la copertura mediale e divampa la percezione del rischio fra gli utilizzatori.

I telefoni cellulari possono essere un rischio per la salute? Così ci si interroga disperati e un po’ ignoranti di quanto scritto a pagina 3 di tutti i manualetti dei cellulari …

Ecco una selezione dei titoli più ‘suggestivi’ del periodo:

Tumori e telefonini, i rischi

Un lieve aumento di tumori al cuore e al cervello, dovuto all’esposizione alle radiazioni a radiofrequenza, emesse da ripetitori della telefonia mobile e a quelle, più dirette sull’organismo, emesse dai cellulari.

I cellulari provocano il cancro, conferma dalla scienza. Tumori al cervello e al cuore nei topi

Le radiazioni a radiofrequenza (RFR) emesse dai cellulari e dai ripetitori-trasmettitori per la telefonia mobile provocano il cancro. Nello specifico, aumentano il rischio di sviluppare rari tumori al cuore e al cervello.

Cellulari, studio Ramazzini: “Causano tumori molto rari”/ Rischio cresce con elevata esposizione ai ripetitori

Secondo un recente studio scientifico italiano i ripetitori per telefonia mobile causano danni, ad esempio possibili tumori cerebrali e disturbi al cuore, ecco di cosa si tratta 23 marzo 2018 Paolo Vites Un telefono cellulare Anni fa era esploso il caso: tenere per troppo tempo il cellulare vicino all’orecchio fa venire il tumore.

Tumori da cellulare: ecco lo studio italiano che conferma la pericolosità di telefonini e radiazioni per la salute umana – Meteo Web

Uno studio dell’Istituto Ramazzini di Bologna riapre un argomento molto discusso negli ultimi anni, ma sempre più controverso: i cellulari (e le radiazioni attraverso le quali si propagano i segnali) possono causare tumori?

Antenne radio per i cellulari: nei topi causano tumori delle cellule nervose

L’annuncio dei risultati preliminari, risale a fine gennaio del 2017. Adesso si è conclusa la ricerca che l’lstituto Ramazzini di Bologna, attraverso il Centro di ricerca sul cancro “Cesare Maltoni”, ha condotto per studiare l’impatto dell’esposizione umana ai livelli di radiazioni a radiofrequenza (RFR) prodotti da ripetitori e trasmettitori per la telefonia mobile.

L’elevata esposizione ai ripetitori per la telefonia mobile aumenta il rischio di tumori nei ratti – Wired

Riaperto l’annoso dibattito sui rischi per la salute dovuti all’ uso dei cellulari: uno studio guidato dall’ Istituto Ramazzini di Bologna ha individuato un aumento significativo, dunque al di sopra di un livello considerato casuale, di rare neoplasie delle cellule nervose del cuore e tumori cerebrali in un campione di topi esposti a radiazioni a radiofrequenza (Rfr) emesse dai ripetitori.

Mar 19, 2018

Technostress: scheda INAIL su ICT e benessere dei lavoratori

“L’aumento dell’internalizzazione e della concorrenza, il maggiore utilizzo delle tecnologie dell’in- formazione e della comunicazione (ICT), i cambiamenti della forza lavoro, la flessibilità e le nuove pratiche organizzative hanno cambiato la natura e le caratteristiche del lavoro. È importante, pertanto, monitorare i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e studiarne gli effetti sulla salute e sicurezza dei lavoratori tenendo conto che non è sempre semplice distinguere tra technostress legato all’uso della tecnologia in ambito lavorativo e quello riferito all’uso continuo a livello personale.”.

Comincia così una breve scheda prodotta da INAIL intitolata “ICT e benessere dei lavoratori” che fa seguito a questo documento precedente e che parte dalla descrizione e dimensione del problema per identificare i potenziali fattori di rischio nell’uso dell’information tecnology nei luoghi di lavoro.

Questi fattori di rischio sono stati identificati basandosi sul modello Management standards approntato dall’Health and safety executive (Hse) e analizzati tenendo conto di sette dimensioni organizzative chiave riconosciute in letteratura scientifica come potenziali fattori di rischi e corrispondenti a sette stati/condizioni ideali da conseguire per il successo organizzativo:

Domanda: comprende aspetti quali il carico lavorativo, l’organizzazione del lavoro e il contesto lavorativo.
Controllo: riguarda l’autonomia/controllo dei lavoratori sulle modalità di svolgimento della propria attività lavorativa.
Supporto del management: include l’incoraggiamento, il supporto e le risorse fornite dall’zienda e dai superiori.
Supporto dei colleghi: riguarda l’incoraggiamento, il supporto e le risorse fornite dai colleghi.
Relazioni: include la promozione di un lavoro positivo per evitare i conflitti ed affrontare comportamenti inaccettabili.
Ruolo: verifica la consapevolezza del lavoratore relativamente alla posizione che riveste nell’organizzazione e garantisce che non si verifichino conflitti.
Cambiamento: valuta in che misura i cambiamenti organizzativi, di qualsiasi entità, vengono gestiti e comunicati nel contesto aziendale.

Per ugnuna di queste dimensioni sono proposti dei brevi testi esplicativi che ne definiscono meglio significato e ambito di applicazione.

Chiude la scheda un breve paragrafo dedicato alle misure di prevenzione che “possono riguardare il livello individuale e il livello organizzativo. A livello individuale sono importanti quelle che consentono al lavoratore di mettere in atto comportamenti per cambiare la situazione come le strategie di problem solving. Le strategie a livello organizzativo dovrebbero riguardare la diminuzione delle richieste poste ai lavoratori e l’implementazione delle risorse anche in termini di supporto tecnico e formazione.“.

Per scaricare la scheda INAIL “ICT e benessere dei lavoratoriclicca qui.

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