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Apr 16, 2010

Stress da tempi d’attesa del PC:
è la Hourglass Syndrome!

Avete presente la clessidra (o la rotellina che gira sui Mac) che vi accompagna durante numerose operazioni quotidiane che effettuate sul vostro PC, specialmente se è un po’ vecchio?

Proprio quei momenti dove siete li, in attesa, come surgelati davanti a uno schermo che sembra surgelato pure lui, senza segni di vita se non la piccola clessidra che gira, e gira, e gira senza fine … Proprio quei momenti dove l’attesa è indefinita, forse sta finendo forse no e non si sa a fare cosa, e l’attesa può diventare frustrazione, a volte rabbia, spesso stress ….

Negli Usa questo fenomeno è talmente diffuso da aver dato il nome a una patologia: la Hourglass Syndrome – in italiano Sindrome della Clessidra – quindi, per capire quei momenti li, la Intel ha fatto svolgere alla Harris Poll, una società specializzata in sondaggi, un’inchiesta su come gli utenti vivano i tempi di aggiornamento e download dei propri personal computer.

La ricerca è stata realizzata su un campione di 2.135 cittadini statunitensi intervistati e i risultati mostrano una diffusa insofferenza per la lentezza dei computer.
Più nello specifico, il 66 per cento degli intervistati si definisce stressato dai tempi di attesa; il 23 per cento si dichiara estremamente esasperato dalle prolungate attese e una piccola quota del 4 per cento ha riferito di ritrovarsi ad aspettare, nel corso delle proprie attività al computer, da una a tre ore. Il dato più rilevante evidenzia che l’utente medio statunitense trascorre 13 minuti al giorno in tempi di attesa di fronte al proprio computer, pari a tre giorni interi di attesa all’anno.

Per diffondere la conoscenza e alcune basi di prevenzione di questa “Hourglass Syndrome” Intel ha prodotto il bel video di due minuti che potete vedere in apertura dell’articolo e ha lanciato su Facebook il suo Hourglass Syndrome quiz.

La notizia della ricerca è già stata ampiamente diffusa da tutti i principali media internazionali, come si può vedere da questa ricerca su google per la keyword “Intel hourglass syndrome”

Apr 11, 2010

L’intervento del medico competente
nei casi di stress occupazionale

La presenza e il ruolo del medico competente nel processo di valutazione del rischio stress lavoro-correlato non sono oggi ben chiari. Per fare chiarezza rimando a questo articolo di PuntoSicuro che approfondisce un contributo apparso sul numero di Luglio-Settembre 2009 del Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia, intitolato: “L’approccio clinico del medico competente al lavoratore esposto a stress occupazionale”, scritto da Maria Grazia Cassitto (Fondazione IRCCS Policlinico Mangiagalli Regina Elena, Clinica del Lavoro “L. Devoto”).

Oltre a definire il nuovo ruolo del medico competente riguardo ai  fattori psicosociali, dove “si troverà a valutare fattori di disagio del lavoratore sia come individuo, con la sua personalità e caratteristiche peculiari, sia nella sua relazione con l’organizzazione creata dal datore di lavoro”, e al lavoro di vigilanza e di prevenzione della salute psicologica con un intervento “costruttivo del medico del lavoro nella fase di esordio del disagio potrà in molti casi evitare lo svilupparsi di disfunzionalità maggiori”; lo studio presenta anche le tre tipologie di problemi che i lavoratori possono portare al medico.

Questi problemi, che riprendo integralmente dall’articolo di PuntoSicuro perché costituiscono delle buone categorie, sono:

– un disagio stress correlato:  il lavoratore stressato “non ce la fa più” a svolgere adeguatamente il suo lavoro e lamenta una “ridotta capacità di gestire gli impegni quotidiani, la paura di non riuscire a rispondere alle proprie responsabilità e mantenere le scadenze, la consapevolezza di una ridotta efficienza con rischio di errori, di incidenti, di un’aumentata insofferenza e ridotta disponibilità a collaborare con gli altri”. Nel soggetto stressato non è dominante la reazione depressiva,  più frequentemente si osserva un problema di ansia. Questi lavoratori chiedono “un aiuto per riuscire a far fronte agli impegni che non riescono più a gestire, recuperare il sonno, sedare l’ansia, controllare il mal di stomaco, il mal di testa, la pressione”. Sono comunque ancorati alla loro realtà di lavoro e “principalmente chiedono ascolto e farmaci, quasi mai periodi di malattia”.

– una sofferenza da burnout: le disfunzionalità organizzative sono spesso, ma non completamente, responsabili di uno “stato di esaurimento delle risorse”.  C’è la paura di incorrere in errori che – trattandosi spesso di professioni d’aiuto – possano “determinare disastri”. Spesso c’è  la “volontà di fuga, di prendere le distanze dall’ambiente, dai problemi e dalle persone che creano insofferenza, irritabilità ed esasperazione”. Le disfunzionalità psicofisiche “sono sostanzialmente le stesse della tipologia precedente ma con in più vissuti di sofferenza”. I soggetti con sindrome da burnout “portano la sofferenza della sconfitta e la richiesta di un cambiamento”: spesso mettono in discussione la propria identità professionale, “vorrebbero abbandonare il campo e fare un lavoro con livelli di responsabilità più contenuti”.

– una patologia mobbing-correlata: a differenza delle due tipologie precedenti “questi soggetti sono in una situazione di sostanziale impotenza, in balia dell’ambiente”, in particolare dei responsabili della violenza morale “che determinano il clima e il quotidiano che queste persone devono affrontare”. Le disfunzionalità psicofisiche sono “più importanti e più invasive poiché lo stato di impotenza e di isolamento in cui si trovano impedisce altri meccanismi che non siano il coinvolgimento somatico”. Questi lavoratori chiedono certamente “un’attenzione ed un coinvolgimento assai più impegnativo”: non solo il “riconoscimento della loro sofferenza, dei torti subiti e il bisogno di giustizia”, “auspicano un intervento che in qualche modo fermi il meccanismo che li sta stritolando”.

Lo studio si dedica poi  presentare i possibili interventi del medico competente per affrontare queste tipologie di problemi, principalmente incentrati sull’ascolto acritico e sulla creazione di empatia, che vi invito a leggere nel documento originale.

Come si vede, si tratta di un contributo che propone delle linee generali d’azione, senza però entrare “operativamente” nella definizione dei rischi specifici e nel processo di valutazione.

Dal nostro punto di vista, identifichiamo il rischio Tecnostress come facente parte del primo gruppo di problemi, quelli relativi al disagio stress correlato, dove i sintomi e le reazioni sono perfettamente identici. Rimaniamo in attesa di qualche studio specialistico che svisceri meglio il peso e il costo del rischio tecnostress all’interno di questo gruppo di problemi.

Clicca qui per leggere l’articolo di PuntoSicuro.

Clicca sul link per scaricare  “L’approccio clinico del medico competente al lavoratore esposto a stress occupazionale”, M.G. Cassitto (Fondazione IRCSS Policlinico Mangiagalli Regina Elena, Dipartimento Di Medicina Preventiva, del Lavoro e dell’Ambiente – Stress e Disadattamento Lavorativo, Clinica del Lavoro), in Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia, Volume XXXI n°3, luglio-settembre 2009 (formato PDF, 24 kB)

9a Conferenza della European Academy of Occupational Health Psychology

logoRome2010Si è svolta qualche giorno fa Roma la 9a Conferenza della European Academy of Occupational Health Psychology, un momento di incontro per riflettere sulla gestione dei rischi psicosociali dove si sono incontrati ricercatori, professionisti, formatori, specializzandi e dottorandi per discutere degli avanzamenti più rilevanti nel campo della psicologia del lavoro e della promozione della qualità della vita lavorativa.

La Conferenza è stata co-organizzata con il Dipartimento di Medicina del Lavoro dell’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro (ISPESL).

All’interno della conferenza è prevista una sessione speciale organizzata dall’ISPEL  dedicata a “La gestione dei rischi psicosociali: buone pratiche e modelli di successo”

Il senso della presenza di ISPEL a questa conferenza e i dati di partenza della discussione della sessione sono stati presentati pubblicamente dall’ISPELS il 29 marzo 2010 in questo modo:

ISPESL: Stress da lavoro, secondo problema sanitario in Europa

Colpisce il 22% dei lavoratori dell’UE ovvero 40 milioni di persone. Allo lo stress sono da ricondurre quasi il 60% delle giornate lavorative perse. L’ISPESL ne discute nel corso della 9 conferenza dell’European Academy of Occupation Health Psycology.

Lo stress lavoro-correlato è tra le cause di malattia più comunemente riferite dai lavoratori (Fondazione Europea, 2007) e colpisce più di 40 milioni di persone nell’Unione Europea, ovvero circa il 22% dei lavoratori. Dagli studi condotti emerge che una percentuale compresa tra il 50% e il 60% di tutte le giornate lavorative perse è riconducibile allo stress. È stato stimato che il costo relativo allo stress lavoro-correlato è di 20 miliardi di Euro annui, per perdita di lavoro e per costi sanitari, il 3-4% del GPN Europeo.

In un recente studio del European Heart Journal è stato stimato che solo il trattamento sanitario del disturbo depressivo collegato allo stress incide direttamente sull’economia europea con un dispendio pari a 44 miliardi di EUR e indirettamente, in termini di calo di produttività, con una perdita pari a 77 miliardi di EUR (Cooper, 2009).

I grandi cambiamenti nel mondo del lavoro, a partire dell’introduzione di nuove tecnologie fino alla diffusione di nuove forme contrattuali flessibili, oltre a portare un profondo mutamento dell’organizzazione del lavoro, hanno introdotto anche nuovi rischi lavorativi.  Le cause di insorgenza di stress sono da attribuire ad uno squilibrio cognitivamente percepito tra gli impegni che l’ambiente fisico e sociale impone di fronteggiare e la propria capacità (percepita) di affrontarli; quando si sperimenta una condizione di questo tipo nella realtà lavorativa si parla di stress- lavoro correlato.

La ricerca nel settore ha mostrato che le cause dello stress lavoro-correlato sono molteplici, ma riconducibili principalmente alla tipologia di professione, all’organizzazione del lavoro ed al modo in cui sono gestite le risorse umane nel contesto lavorativo.

Partendo da questi dati l’ISPESL, in collaborazione con l’Agenzia Europea per la Sicurezza e Salute sul Lavoro, l’Istituto ha organizzato la 9^Conferenza Europea dell’Accademia della Psicologia del Lavoro.

Dalla presentazione della Sessione:

“Oggi i problemi relativi ai rischi psicosociali hanno una rilevanza sempre maggiore per il mondo del lavoro. La Risoluzione del Consiglio Europeo del 25 giugno 2007, relativa ad una nuova strategia Comunitaria sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro (2007-2012) ha ribadito, tra gli obiettivi prioritari da perseguire, il proseguimento del dialogo sociale sulla prevenzione della violenza e le molestie sul luogo di lavoro e la valutazione e l’implementazione dell’Accordo Europeo fra le parti sociali sullo stress lavoro-correlato.
In Italia molti aspetti dell’Accordo Europeo sono stati recepiti nel D.Lgs 81/08 con attribuzione di efficacia ai contenuti dello stesso, il quale esplicita come la valutazione dei rischi debba riguardare tutti i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori, ivi compresi quelli relativi allo stress lavoro-correlato.
Nell’ambito della prima giornata della Conferenza si terrà una sessione speciale per presentare le iniziative nazionali e internazionali finalizzate alla prevenzione dei rischi psicosociali sul luogo di lavoro. La sessione offrirà un importante forum di discussione e confronto tra gli esperti a livello nazionale e internazionale e sarà una sede opportuna per promuovere possibili strategie per la valutazione e la gestione dei fattori di rischio psicosociale nel mondo del lavoro in continuo cambiamento.”.

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