Set 17, 2016

Allerta di Richard Stallman su smartphone e privacy.

Richard Stallman, attivista e intellettuale newyorkese capofila del movimento per il software libero, in tournee in Italia quest’estate, ci dice la sua su cellulari e privacy in una intervista su Corriere.it:

«La democrazia e le libertà individuali sono a repentaglio ugualmente. Avere un cellulare oggi significa essere costantemente sotto la minaccia della tracciabilità. E non solo. Ogni dispositivo ha una backdoor universale comandabile da remoto che può trasformare in qualsiasi momento il nostro microfono in un registratore permanente. Anche se non stiamo parlando al telefono o ad apparecchio spento. È quello che ho chiamato “Stalin’s dream”, il sogno di Stalin. L’unica soluzione è usarli il meno possibile. Una democrazia che si rispetti sa tutelare i suoi cittadini, a partire dai suoi dissidenti».



“Soggiogati da Windows e iPhone” l’eterna battaglia di Richard Stallman

L’attivista, 63 anni, da anni combatte contro le corporation del software a favore della libera circolazione dei programmi: “Vogliamo liberare i nostri pc, a cominciare dalle scuole. Gli utenti sono sotto scacco e la lobby ha conquistato la politica”

Richard Stallman’s Personal Page

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Set 10, 2016

Ricerca: Technostress, theoretical foundation and empirical evidence

TheoreticalIn questi giorni d’estate, facendo delle ricerche su internet, ho trovato questa vasta e bella ricerca di Christian Maier (Università di Bamberg – Germania) che fa il punto sul tecnostress in una serie di Paper dedicati ad aspetti diversi ed estremamente specifici: il tecnostress al lavoro, il tecnostress nella vita privata, il tecnostress e la dipendenza dell’utilizzatore, il tecnostress e la personalità dell’utilizzatore, le reazioni psicopatologiche al tecnostress.

Si tratta di un lavoro molto interessante. Qui sotto l’indice completo della ricerca, per scaricare la ricerca completa clicca sull’immagine, oppure clicca qui.

Indice della ricerca

Introductory Paper – Technostress: Theoretical foundation and empirical evidence

Chapter I: Technostress in work life


Paper I – Christian Maier, Sven Laumer, Andreas Eckhardt, Tim Weitzel; Analyzing the impact of HRIS implementations on HR personnel’s job satisfaction and turnover intention
, The Journal of Strategic Information Systems (22:3)

Paper II – Christian Maier, Sven Laumer, Andreas Eckhardt; Information technology as daily stressor: Pinning down the causes of burnout, Forthcoming in: Journal of Business Economics

Chapter II: Technostress in private life

Paper III – Christian Maier, Sven Laumer, Andreas Eckhardt, Tim Weitzel; Online social networks as a source and symbol of stress: An empirical analysis, Proceedings of the 33rd International Conference on Information Systems (ICIS), Orlando (FL), USA

Paper IV – Christian Maier, Sven Laumer, Andreas Eckhardt, Tim Weitzel; Giving too much social support: Social overload on social networking sites, Forthcoming in: European Journal of Information Systems

Paper V – Christian Maier, Sven Laumer, Andreas Eckhardt, Tim Weitzel; Explaining technical and social stressors in techno-social systems: Theoretical foundation and empirical evidence

Paper VI – Christian Maier, Sven Laumer, Andreas Eckhardt, Tim Weitzel; Should I stay or should I go? Theorizing and analyzing behavior change in technostress research

Chapter III: Technostress and user addiction

Paper VII – Christian Maier, Sven Laumer, Andreas Eckhardt, Tim Weitzel; The duality of the negative side of social networking sites: Theorizing exhaustion and addiction as opposing factors influencing IT non-usage

Chapter IV: Technostress and user personality

Paper VIII – Christian Maier; Personality within information systems research: A literature analysis, Proceedings of the 20th European Conference on Information System (ECIS), Barcelona, Spain

Paper IX – Christian Maier, Sven Laumer, Andreas Eckhardt, Tim Weitzel; Using user personality to explain the intention-behavior gap and changes in beliefs: A longitudinal analysis
, Proceedings of the 33rd International Conference on Information Systems (ICIS), Orlando (FL), USA

Chapter V: Psychophysiological reactions to technostress

Paper X – Andreas Eckhardt, Christian Maier, J. J. Po-An Hsieh, Tim Chuk, Antoni B. Chan, Janet H. Hsiao, Ricardo Buettner
; Objective measures of IS usage behavior under conditions of experience and pressure using eye fixation data, Proceedings of the 34th International Conference on Information Systems (ICIS), Milan, Italy

Tecnostress e orario di lavoro: chi può lavorare solo 5 ore al giorno?

technostress-ricerca

Periodicamente – direi circa una volta all’anno, di solito in primavera – ritorna la notizia che lavorare meno ore fa lavorare meglio e con migliori risultati. Nel 2015 si parlava di 6 ore al giorno, invece di 8 o anche più, sull’esempio di aziende private ed enti pubblici svedesi.

Però – come ben sappiamo nella parte di lavoratori digitali – su 8 ore di lavoro si riesce al massimo ad essere produttivi per 5/6 ore, non di più, a causa delle continue interruzioni dell’attenzione generate dalle tecnologie.

Secondo una recente ricerca di Bain & Company (che puoi scaricare in versione originale cliccando qui), un manager di livello medio lavora per 47 ore settimanali. Di queste, 21 dedicate a riunioni che coinvolgono più di quattro persone e 11 impiegate a email, chat, telefonate. Al lavoro vero e proprio, resterebbero 15 ore settimanali, poco più di 2 ore al giorno considerando una settimana lavorativa spalmata su cinque giorni.

Solo 2 ore al giorno di lavoro veroSe la tecnologia frena la produttività

produttività Telefonate, email, videoconferenze. Si sono spesi fiumi d’inchiostro sullo smartworking. Ma il lavoro intelligente aumenta davvero la produttività? Quando si timbrava il cartellino e si “staccava” dall’ufficio, si raggiungevano meno obiettivi di quelli di oggi?

Quest’anno l’argomento si ripropone, con una particolare attenzione per l’età del lavoratore: più sale l’età, meno si deve lavorare per poter essere efficaci. Dopo una certa età (individuata nei 40 anni), per contribuire al benessere della propria salute mentale, bisognerebbe lavorare 25 ore a settimana, o meglio tre giorni e riservare gli altri quattro giorni alle proprie passioni.

Questi sono i risultati di uno studio realizzato da Shinya Kajitani della ‘Meisei University’ e della ‘University of Melbourne’ (Australia), Colin McKenzie della ‘Keio University’ (Giappone) e Kei Sakata della ‘Ritsumeikan University’ (Giappone).

Lo studio, che è stato pubblicato su ‘Melbourne Institute Worker Paper serie’s‘, ha preso in considerazione un campione di 3.000 uomini e 3.500 donne. Di tale gruppo sono state valutate le abitudini lavorative e i parametri di salute ed è emerso che un part time verticale o orizzontale è il mix giusto tra gli stimoli ricevuti e un utilizzo non logorante delle proprie capacità. I ricercatori, infatti, hanno riscontrato nei vari test a cui erano stati sottoposti i membri del campione che un eccesso di richieste porta il cervello a regredire, mentre una quantità modica di lavoro al contrario è stimolante per il cervello.

Molto bello e suggestivo come ragionamento, ma mi sembra completamente avulso dall’attuale situazione del mercato del lavoro italiano.

Voi conoscete qualcuno che può permettersi di lavorare solo 25 ore alla settimana? (io uno lo conosco …) Soprattutto nel settore tecnologico e dell’informazione, dove tutte le ricerche indicano in minimo 8 ore con tendenza alle 10 e oltre l’impegno quotidiano dei lavoratori digitali, e spesso anche il sabato e la domenica …

A questa riflessione è dedicato l’articolo di qualche giorno fa di Di Frenna su ‘Il fatto quotidiano’ intitolato “Tecnostress, lavori più di 5 ore al giorno? Ecco i rischi che corri“.

Tecnostress, lavori più di 5 ore al giorno? Ecco i rischi che corri – Il Fatto Quotidiano

Siamo più connessi e più stanchi. Quasi tutte le professioni ormai necessitano l’uso di computer, cellulare, tablet, posta elettronica, internet, e un flusso enorme di informazioni entra nel nostro cervello. E dobbiamo elaborare tutto con velocità. Ma con quali rischi? Eccoli: mal di testa cronico, ansia, ipertensione, attacchi di panico, insonnia, disturbi cardiocircolatori e gastrointestinali, e, …

Ago 22, 2016

Stress lavoro correlato nel settore bancario: ma dov’è il tecnostress?

cassiere-banca

E’ indubbio che il settore bancario è fortemente tecnologizzato, e i suoi lavoratori sono sottoposto all’utilizzo – spesso intensivo in attività particolati – di tecnologie digitali e informative. E’ quindi un luogo di lavoro che è ragionevole immaginare come favorevole allo sviluppo di sindromi da tecnostress.

Invece, mi dispiace vedere che nella scheda realizzata della Regione Lombardia in collaborazione con INAIL per la valutazione del rischio stress lavoro correlato nel settore bancario sono presentati molti fattori di rischio con le relative misure di prevenzione (come il rischio rapina, il rischio di carico emotivo, il rischi relativi al carico di lavoro e alla pressione lavorativa, i rischi relativi alle necessità di aggiornamento e/o difficoltà di accesso all’aggiornamento, i rischi per le carenze di tipo ergonomico o condizioni microclimatiche sfavorevoli, fino al nuovissimo Rischio etico) , ma non si parla da nessuna parte di tecnostress.

Puoi scaricare la scheda cliccando qui.

A maggior ragione quando trovo nell’internet il documento riportato qui sotto del 26 luglio 2016 del Coordinatore nazionale FABI dipartimento Salute e Sicurezza Loris Brizio che – a seguito dell’applicazione di un ‘nuovo modello organizzativo di filiale – segnala l’esigenza di considerare anche la valutazione del tecnostress fra i rischi dell’attività.

Personalmente, auspico da parte dei soggetti coivolti una riflessione più approfondita sull’argomento ‘tecnostress nel lavoro bancario’ che possa portare a un’integrazione della scheda regionale con la presenza del rischio tecnostress e le relative misure di prevenzione consigliate.


CASSA UNICA:rischio stress correlato e tecnostress

Loris Brizio, Coordinatore Nazionale FABI Dipartimento Salute e Sicurezza, scrive a Intesa Sanpaolo

Lug 22, 2016

Allarme ‘smartphone walking’: 1 persona su 2 rischia la propria sicurezza

distracted-walking

Dati drammatici per lo “smartphone walking” in Italia, attività che provoca sempre più incidenti, perfino mortali: ha contagiato il 53% degli italiani che sembra non vogliono saperne di staccare gli occhi dal telefonino, neppure in strada.

Lo “smartphone walking” viene praticato soprattutto nelle grandi metropoli come Milano (61%) e Roma (58%), principalmente da manager (65%) e imprenditori (62%) tra i 30 e i 45 anni e giovani studenti (58%) tra i 16 e i 29.

Ecco due articoli con i dati della ricerca condotta da Found! che ha raccolto oltre 5.000 segnalazioni provenienti dagli osservatori sparsi per le cinque maggiori città italiane e che ha coinvolto 25 esperti tra psichiatri e sociologi.

Come zombie con lo smartphone: distratto un italiano su due

ANCHE se abbiamo fretta, è difficile rinunciare allo smartphone. Al punto che pur di restare incollati allo schermo, – magari controllando la posta, scrivendo in chat o inseguendo un mostro da allenare col Pokémon Go – non ci accorgiamo di cosa accade attorno a noi. Tantomeno dei pericoli che corriamo.

Allarme ‘smartphone walking’: 1 su 2 in pericolo sicurezza

Anche il The New York Times – si legge ancora nella nota – si è occupato di questa tematica, pubblicando uno studio condotto dai ricercatori della Stony Brook University. Secondo l’indagine i pedoni distratti dagli smartphone virano come zombie nella direzione sbagliata e si scontrano contro cose

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