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Tecnostress e orario di lavoro: chi può lavorare solo 5 ore al giorno?

technostress-ricerca

Periodicamente – direi circa una volta all’anno, di solito in primavera – ritorna la notizia che lavorare meno ore fa lavorare meglio e con migliori risultati. Nel 2015 si parlava di 6 ore al giorno, invece di 8 o anche più, sull’esempio di aziende private ed enti pubblici svedesi.

Però – come ben sappiamo nella parte di lavoratori digitali – su 8 ore di lavoro si riesce al massimo ad essere produttivi per 5/6 ore, non di più, a causa delle continue interruzioni dell’attenzione generate dalle tecnologie.

Secondo una recente ricerca di Bain & Company (che puoi scaricare in versione originale cliccando qui), un manager di livello medio lavora per 47 ore settimanali. Di queste, 21 dedicate a riunioni che coinvolgono più di quattro persone e 11 impiegate a email, chat, telefonate. Al lavoro vero e proprio, resterebbero 15 ore settimanali, poco più di 2 ore al giorno considerando una settimana lavorativa spalmata su cinque giorni.

Solo 2 ore al giorno di lavoro veroSe la tecnologia frena la produttività

produttività Telefonate, email, videoconferenze. Si sono spesi fiumi d’inchiostro sullo smartworking. Ma il lavoro intelligente aumenta davvero la produttività? Quando si timbrava il cartellino e si “staccava” dall’ufficio, si raggiungevano meno obiettivi di quelli di oggi?

Quest’anno l’argomento si ripropone, con una particolare attenzione per l’età del lavoratore: più sale l’età, meno si deve lavorare per poter essere efficaci. Dopo una certa età (individuata nei 40 anni), per contribuire al benessere della propria salute mentale, bisognerebbe lavorare 25 ore a settimana, o meglio tre giorni e riservare gli altri quattro giorni alle proprie passioni.



Questi sono i risultati di uno studio realizzato da Shinya Kajitani della ‘Meisei University’ e della ‘University of Melbourne’ (Australia), Colin McKenzie della ‘Keio University’ (Giappone) e Kei Sakata della ‘Ritsumeikan University’ (Giappone).

Lo studio, che è stato pubblicato su ‘Melbourne Institute Worker Paper serie’s‘, ha preso in considerazione un campione di 3.000 uomini e 3.500 donne. Di tale gruppo sono state valutate le abitudini lavorative e i parametri di salute ed è emerso che un part time verticale o orizzontale è il mix giusto tra gli stimoli ricevuti e un utilizzo non logorante delle proprie capacità. I ricercatori, infatti, hanno riscontrato nei vari test a cui erano stati sottoposti i membri del campione che un eccesso di richieste porta il cervello a regredire, mentre una quantità modica di lavoro al contrario è stimolante per il cervello.

Molto bello e suggestivo come ragionamento, ma mi sembra completamente avulso dall’attuale situazione del mercato del lavoro italiano.

Voi conoscete qualcuno che può permettersi di lavorare solo 25 ore alla settimana? (io uno lo conosco …) Soprattutto nel settore tecnologico e dell’informazione, dove tutte le ricerche indicano in minimo 8 ore con tendenza alle 10 e oltre l’impegno quotidiano dei lavoratori digitali, e spesso anche il sabato e la domenica …

A questa riflessione è dedicato l’articolo di qualche giorno fa di Di Frenna su ‘Il fatto quotidiano’ intitolato “Tecnostress, lavori più di 5 ore al giorno? Ecco i rischi che corri“.

Tecnostress, lavori più di 5 ore al giorno? Ecco i rischi che corri – Il Fatto Quotidiano

Siamo più connessi e più stanchi. Quasi tutte le professioni ormai necessitano l’uso di computer, cellulare, tablet, posta elettronica, internet, e un flusso enorme di informazioni entra nel nostro cervello. E dobbiamo elaborare tutto con velocità. Ma con quali rischi? Eccoli: mal di testa cronico, ansia, ipertensione, attacchi di panico, insonnia, disturbi cardiocircolatori e gastrointestinali, e, …

Apr 27, 2015

Dalla bugia del Multitasking alla realtà del ‘tempo condiviso’: risultati di una ricerca Accenture e aggiornamento sul multitasking

ricerca Accenture dic 2014

Nei giorni scorsi Accenture – multinazionale di consulenza di direzione, servizi tecnologici e outsourcing – ha rilasciato una recentissima ricerca dedicata all’ascolto sui luoghi di lavoro. La ricerca – intitolata “#ListenLearnLead” – è stata svolta nel novembre 2014 su un campione di 3.800 lavoratori di tutti i livelli (dall’impiegato al dirigente) in 30 stati differenti e di aziende di tutte le dimensioni (scarica il report della ricerca cliccando qui).

L’ipotesi di partenza era che una migliore capacità di ascolto sul luogo di lavoro migliora l’ambiente e il rendimento personale, e favorisce la crescita professionale. I risultati più evidenti della ricerca indicano che nonostante il 96% degli intervistati si consideri un buon ascoltatore, la stragrande maggioranza trascorre buona parte della propria giornata lavorativa impegnata su più fronti allo stesso tempo con il risultato per i 2/3 del campione che ascoltare è diventato molto più difficile ambiente di lavoro digitale odierno.

ricerca Accenture Listen

Prestando attenzione solo ai dati italiani, la quasi la metà degli intervistati (48%) afferma che le tecnologie digitali hanno un ruolo determinante nello svolgimento di più attività (apparentemente) simultanee, occupando il tempo tra la metà e i tre quarti dell’intera giornata lavorativa. Ne risulta che solo il 25% del tempo sarebbe dedicato a concentrarsi con l’attenzione e la precisione necessaria su un singolo compito/progetto.

Interessante il dato sul multitasking, dove il 66% del campione ritiene che il multitasking consenta di fare di più al lavoro, ma oltre un terzo (36%) afferma che le troppe distrazioni causano scarsa concentrazione, performance inferiori e minore interazione coi colleghi. (e che cos’è il multitasking se non una interruzione continua?)

ricerca Accenture Interruption

Tra le attività che creano il maggior disturbo vincono le telefonate e le riunioni e visite non pianificate, con una frequenza più che doppia rispetto a instant messaging e sms (rispettivamente 79% e 72% contro 30% e 28%). Assuefazione alla messaggistica e alle notifiche?

ricerca Accenture Multitasking

Dai dati generali, esce molto male anche l’attività di ascolto durante le videoconferenze, perché 8 intervistati su 10 dichiarano di fare altro durante i collegamenti, come scrivere e-mail di lavoro (66%) o personali (34%), rispondere via chat (35%), utilizzare i social media (22%), leggere notizie o articoli di intrattenimento (21%).

Dai risultati della ricerca si evidenzia la poca attitudine all’ascolto condizionata dall’eccessivo uso della tecnologia digitale, anche se il 48% del campione ritiene fondamentale il suo utilizzo per lo svolgimento di più attività durante la giornata lavorativa, ma tenendo ben di conto i rischi relativi alla gestione del sovraccarico di informazioni (55%) e alla continua evoluzione dei mezzi tecnologici (52%).

La considerazione finale del team di Ricerca Accenture non è l’uso degli strumenti digitali, ma il come questi vengono utilizzati. La soluzione è nel corretto equilibrio che permettere di tenere il ritmo senza particolari situazioni di stress o di altro genere.

Ricerca decisamente interessante che ci consente di aprire una finestra di approfondimento sul multitasking che, come abbiamo visto, è ritenuto una pratica positiva che “consenta di fare di più al lavoro“ da ben il 66% del campione.

Perché il multitasking è una bugia?

Intanto chiariamo una cosa: il multitasking non funziona: non ci rende più produttivi ma più stressati. Alla prima ricerca sull’argomento dell’Università di Stanford del 2009 ne sono seguite numerose altre che dimostrano che il multitasking:

  • Non accresce la produttività, anzi è proprio il contrario. Passare da una attività all’altra richiede sempre un tempo di aggiustamento. Ogni volta che cambiamo attività il nostro cervello deve in qualche modo riprendere il filo di quello che stava facendo, e questo impiega tempo (dai cinque ai venti minuti) ed energie. Sembra che solo il 2% delle persone sia in grado di utilizzare il multitasking in modo efficace, mentre il 98% riduce la propria produttività senza nemmeno accorgersene. Così, il continuo passaggio dal web al lavoro, tipico dell’ambiente digitale, è un sovraccarico difficile da gestire per la nostra mente che allunga tempi di esecuzione e che ci stanca. È più efficiente fare un compito alla volta, finire e passare a quello successivo.
  • Aumenta gli errori. L’attenzione è una risorsa scarsa. Alternare velocemente compiti diversi, lavorare spizzichi e bocconi su questo e su quell’altro tenendo d’occhio al contempo le e-mail e WhatsApp, mette a dura prova le nostre capacità di attenzione e di concentrazione. Lavoriamo in modo più superficiale e sbagliamo di più.
  • È stressante e a lungo andare aumenta il rischio di ansia, depressione, disordini nell’attenzione e problemi di iperattività.
  • Danneggia i rapporti con le persone: dedicare agli altri un’attenzione parziale e frammentata mentre stai lì a pensare al tuo lavoro, o rispondi a un sms o butti un occhio a qualche social, diminuisce drasticamente la capacità di ascolto e non fa bene alle relazioni, che si tratti di colleghi, di familiari, di amici.

Ma se non lavoriamo in Multitasking (anche se abbiamo l’impressione di farlo) come lavoriamo veramente?

Dato che il cervello non è capace di dedicare attenzione a più attività nello stesso momento, quando abbiamo la sensazione di fare diverse cose assieme in verità non facciamo altro che spostare la nostra attenzione da una attività all’altra molto velocemente. Siamo convinti di ragionare in multitasking ma ciò che stiamo facendo è ragionare in tempo condiviso.

Parlare di multitasking efficace è una sorta di ossimoro, perché “il cervello umano non è realmente in grado di agire in multitask,” dice Art Markman, psicologo cognitivo e autore di Smart Thinking (Ed. Perigee, 2012). “Ciò che il cervello umano compie in realtà è quello che chiamo condivisione del tempo (time-sharing).

Il time-sharing funziona in questo modo: il nostro cervello può pensare attivamente ad un solo compito alla volta, quindi noi siamo in grado di focalizzare su diversi tasks solo in successione seriale. Il passaggio da un compito al successivo avviene però in maniera talmente rapida che nemmeno ci accorgiamo che in realtà stiamo facendo una sola cosa alla volta. Siamo convinti di ragionare in multitasking ma ciò che stiamo facendo è ragionare in tempo condiviso.

La maggior parte di noi ritiene di essere abbastanza brava nella gestione multitask, ma in realtà ci stiamo ingannando. “Noi siamo il peggior giudice possibile per comprendere se siamo o meno dei buoni multitasker,” dice Markman. Questo perchè l’area del cervello che cerca di agire in mutitasking è anche la stessa che viene attivata per giudicare la prestazione in mutitask. Abbiamo semplicemente meno “banda di trasmissione” per valutare correttamente la nostra prestazione.

Ma se il multitasking è così inefficace perché ci ostiniamo ad applicarlo quotidianamente nel nostro lavoro quotidiano?

Una risposta la propone la ricercatrice Zheng Wang dell’università dell’Ohio che ha studiato il comportamento di 32 giovani, e si è accorta che questi tendevano ad adottare il multitasking soprattutto quando erano impegnati a studiare o a lavorare. Andavano cioè a caccia di distrazioni perché così sentivano meno il peso del compiti più impegnativi. La conclusione della ricercatrice è che molta gente crede che il multitasking li renda più produttivi. In realtà a quanto pare interpretano in modo sbagliato i sentimenti positivi provocati dal multitasking. Non sono affatto più produttivi, sono solo emozionalmente più soddisfatti dal loro lavoro.

Se quindi il Multitasking non è un’attività reale, ma è solo ‘tempo condiviso’ come possiamo aiutare il nostro cervello a gestire gli input uno alla volta per lavorare in maniera efficace? Lo psicologo Markman ci consiglia di:

1. Lavorare insieme sulle attività correlate. Quando vi concentrare su un’attività il vostro cervello attiva tutti i circuiti e i neuroni correlati a quel determinato compito. Quando passate ad un’altra attività il vostro cervello deve adeguarsi attivando differenti circuiti. Il passaggio avviene rapidamente, ma richiede una spesa ingente in termini di memoria, grado di attenzione e produttività. “Maggiori sono le volte in cui passate da un compito ad un altro e maggiori sono le volte in cui dovrete modificare lo stato attivo del vostro cervello,” dice Markman. “State perdendo tempo.”. Consigli: minimizzare il più possibile i costi legati alla commutazione da un compito ad un altro riunendo attività fra loro correlate; più le attività saranno fra loro simili e maggiore sarà la facilità di muoversi fluidamente dall’una all’altra.

2. Mantenete sempre in primo piano la vostra to-do list.   Se lavorate in un ufficio caotico create un sistema che vi assicuri che i compiti importanti ed i progetti a lungo termine non rischino di cadere nel dimenticatoio ed essere così trascurati. “In un ambiente multitask il flusso del lavoro viene molto spesso guidato dall’ambiente stesso, invece che essere gestito secondo le priorità impostate internamente,” dice Markman. “In buona sostanza la ruota che cigola viene ingrassata.” Consigli: ricordare a voi stessi quali sono le cose che necessitano realmente di essere portate a termine. Tenete la to-do list in un luogo dove sia visibile e organizzatela per priorità. Utilizzate una codificazione con colori differenti o grassetti per i compiti di maggiore importanza ed assicuratevi di dedicare a questi tempo sufficiente per portarli a termine, a prescindere dalle altre mille attività quotidiane.

3. Utilizzate i tempi di inattività per rivedere le informazioni. Uno dei pericoli del multitasking è che questo tipo di gestione si intrometta nel vostro processo di memorizzazione. “State interferendo con il processo di acquisizione delle informazioni,” dice Markman. Quando cercherete di richiamare alla memoria ciò che avete imparato durante un meeting con un cliente o una sessione di brainstorm sarà maggiore la probabilità che non riusciate a mettere a fuoco tutti i particolari. Consigli: quando stilate un documento importante lasciatevi del tempo per poterlo rivedere più avanti nel pomeriggio prima di renderlo ufficiale. Rileggetelo mentre vi muovete da una riunione all’altra o nel tragitto casa lavoro e spiegatelo nuovamente a voi stessi per essere sicuri di averlo correttamente compreso. “In questo modo avrete molte più probabilità di consolidare la vostra memoria,” dice Markman.

> Scarica la ricerca Accenture “#ListenLearnLead” – cliccando qui

Dic 21, 2014

Primo corso universitario italiano di Cyberpsicologia per affrontare il rischio internet di iperconnessi e ‘native born’

articolo cantelmi

Vengo a conoscenza nei giorni scorsi sull’internet delle numerosissime attività del dr. Tonino Cantelmi (Medico-Chirurgo, specializzato in Psichiatria e Psicoterapeuta), per me di particolare interesse quelle relative alle dipendenze comportamentali.

Il Cantelmi è stato il primo in Italia ad occuparsi dell’impatto della tecnologia digitale sulla mente umana (con il libro sul tema della dipendenza dalla rete: “La mente in internet”, Edizioni Piccin, 1999) ed è il fondatore di CEDIS, ente per lo studio delle dipendenze comportamentali (in modo specifico dipendenza da tecnologia e dipendenza sessuale).

L’ultima bella iniziativa del Cantelmi, in qualità di docente di psicologia dello Sviluppo all’università Lumsa di Roma, è l’avvo del primo corso universitario italiano di Cyberpsicologia.

La considerazione che sta alla base dell’avvio di questo nuovo corso è che l’impatto della tecnologia digitale sulla mente umana ha determinato una reale mutazione antropologica. Cantelmi – nel suo saggio “Tecnoliquidità – La psicologia ai tempi di internet: la mente tecnoliquida (ed. San Paolo)” – individua la nuova antropologia dell’Homus Digitalicus 2.0: il ‘mobile born‘, cioè i bambini molto piccoli, che ancora non camminano, ma che se vedono uno schermo ci mettono il dito sopra, dando per scontato che si tratti di un touch.

Questi mobile born hanno un cervello diverso sia dai loro fratelli più grandi – i nativi digitali – sia dalle generazioni pre-interet; sono più percettivi e meno simbolici, più rapidi, superficiali e capaci di gestire le attenzioni in modo multitasking. I ‘mobile born’ che oggi vanno all’asilo e alla scuola materna vivono la connessione a internet come condizione esistenziale, mostrando i sintomi di un passaggio evolutivo che porta alla strutturazione di nuovi schemi cognitivi e di nuovi processi nella costruzione della propria identità, individuale e collettiva.

Questi bambini saranno futuri uomini e donne che adotteranno schemi mentali e categorie di pensiero nuove. L’obiettivo del corso è quindi quello di formare i primi 100 cyberpsicologi italiani con una totale conoscenza del fenomeno mutagenico della rete e capaci di gestire gli effetti che può avere un cattivo utilizzo di internet.

“Il nostro mondo viaggia verso una colossale dipendenza dalla connessione: senza, infatti, molti di noi non sanno già più trovare un ristorante, corteggiare una donna, conoscere un amico, capire i mali del mondo, informarsi o divertirsi. E chiudere una storia d’amore. La dipendenza da Internet sta diventando anche un modo di vivere, dunque si colloca tra patologia e futura normalità. E come cambia il modo di esprimere il disagio psichico, ad esempio in chat e sui social, cambia anche il modo di curarlo.”.

 

Ott 17, 2014

“Non lo vedi ma ti sta seduto sulle spalle: è il tecnostress”. Articolo da leggere assolutamente per cominciare a vedere un po’ di luce nel tecnostress delle organizzazioni

solidoro

Qualche giorno fa, sul quotidiano online Linkiesta, ho letto un interessante articolo sul Tecnostress intitolato “Non lo vedi ma ti sta seduto sulle spalle: è il tecnostress“, scritto da Adriano Solidoro (email: adriano.solidoro@unimib.it – contatto twitter:  a_solid).

Con grande chiarezza, l’autore identifica le diverse dimensioni del tecnostress, fotografa lo stato della ricerca sul rischio tecnostress nelle organizzazioni e arriva a due domande di fondo: il tecnostress incide sulla produttività? Quali sono le implicazioni per il management e per la gestione delle risorse umane?

A queste domande non c’è ancora una risposta certa, ma nel seguito dell’articolo Solidoro disegna un percorso di ricerca per studiare il fenomeno dal punto di vista delle implicazioni per il management e per capire “come fare per permettere alle persone di usare le tecnologie al meglio”.

Come ho detto, l’articolo è molto interessante e merita una lettura completa ed approfondita da parte di chi è interessato all’argomento ‘Tecnostress’. Lo riprendo quindi integralmente qui di seguito con autorizzazione dell’autore, che ringrazio.


Lo stress, allo stesso tempo doping naturale e male dell’anima, non è facile da definire. Nella sua accezione negativa generalmente viene associato alle situazioni in cui  sperimentiamo l’incapacità di soddisfare molteplici, talvolta contrastanti, responsabilità oppure quando il livello di difficoltà e complessità dei compiti è percepito essere così probante da temere di non riuscire a superarlo. Questa frustrazione spesso si traduce in fatica mentale, disturbi generici che portano alla riduzione delle prestazioni e a volte persino in malattia fisica.

Sempre più spesso la condizione di stress è associata all’uso preponderante della tecnologia e all’elaborazione di grandi quantità d’informazione. Non è una novità assoluta, del cosiddetto technostress s’incominciò a parlare poco meno di trenta anni fa, per indicare lo stress derivante dall’uso, sempre più imperante, della tecnologia con effetti negativi sulla dimensione emotiva e cognitiva, sui comportamenti e sulla motivazione.

Negli anni, diversi studiosi si sono occupati di questo tema evidenziando le ricadute negative sullo stato psicofisico delle persone: senso di impotenza sul controllo del tempo e dello spazio personale, sovraccarico di informazioni provenienti da fonti diverse, fino alla  riduzione della fiducia e del confort nell’uso delle tecnologie digitali.

Il tecnostress ha quindi diverse dimensioni:

· Quella legata alle difficoltà di un buon bilanciamento vita/lavoro (equilibrio minacciato dalla connettività sempre e ovunque) – tema molto attuale dal momento in cui si parla sempre più di mobility work e smart work;

· La dimensione derivante dalla necessità di un continuo apprendimento e aggiornamento delle competenze: condizione di skill discrepancy in cui le competenze esistenti non sono sufficienti e le persone passano molto del tempo ad imparare a utilizzare nuove tecnologie digitali – per l’aggiornamento software, per l’utilizzo di nuove app e nuovi processi (le persone si aspetterebbero invece di utilizzare le ICT per velocizzare i loro compiti);

· La terza dimensione è quella legata al sovraccarico cognitivo derivante dalla grande mole d’informazioni da gestire. Sovraccarico che può portare anche a conseguenze paradossali: da uno studio del Reuters Business Information svolto su un campione di 1.313 manager in USA, UK, Hong Kong, Singapore, Australia, è stata identificata la Information Fatigue Syndrome – il 73% persone sentiva il bisogno di acquisire enormi quantità di informazioni per avere successo nella propria vita lavorativa e la tecnologia ha reso possibile questo aumento di accessibilità alle informazioni. Di contro, è emerso che 2 intervistati su 3 hanno subito dei cambiamenti negativi nella loro vita personale e lavorativa a causa del sovraccarico delle informazioni.

· Un’ultima dimensione è quella del multitasking, ossia dello svolgimento di più azioni contemporaneamente e su diversi dispositivi (telefono, computer, segreteria telefonica, iPad) con potenziali ricadute sulla capacità di concentrazione e quindi sulla produttività.

Ognuna di queste dimensioni può essere fattore di burnout, appaiono quindi evidenti le minacce che le organizzazioni devono prevenire. Per tale motivo devono essere progettati e implementati dei programmi d’intervento, per affrontare e se possibile prevenire il tecnostress.

Piani di intervento che prevedano azioni nell’ambito della formazione e sviluppo, così come azioni organizzative che facilitino l’assorbimento tecnologico quando nuovi strumenti vengono adottati, attraverso, per esempio, il maggior coinvolgimento delle persone al momento della scelta di software e processi.

Il tema del tecnostress appare quindi ampio e urgente, per questo motivo verrà approfondito in una serie di post che vorrebbero favorire la discussione sull’argomento. Dibatitto che non può essere disgiunto dal tema delle digital skill: dall’investigare cosa queste rappresentino, quale fabbisogno formativo esse portino e quali metodologie siano le più efficaci per l’apprendimento delle competenze emergenti.

L’utilizzo della tecnologia digitale e dei device mobili all’interno delle organizzazioni è ormai pervasivo, al punto che, oggi, buona parte delle persone nelle organizzazioni non sarebbe in grado di svolgere le proprie attività se privati della possibilità del loro utilizzo.

Ma l’adozione di tecnologia digitale, di sistemi wireless e mobili ha solo impatti positivi? Sembrerebbe di no. Le criticità che emergono sono dovute, in maniera diretta, dall’aggiornamento continuo di hardware e software (sistemi tecnologici) e dai compiti e processi ad essi correlati e, in maniera indiretta, dai cambiamenti dei ruoli, dei sistemi premianti e dalle strutture di autorità (sistemi sociali).

La ricerca sugli aspetti del tecnostress è ancora molto giovane e metodologie e risultati sono tutt’altro che sedimentati. Si può tentare tuttavia di tracciare una sintesi esemplificativa delle ipotesi tracciate e dei risultati finora raggiunti.

La ricerca ha finora esplorato gli effetti dell’uso delle ICT su diversi aspetti, come per esempio la nascita dello Stress, il ruolo dello Stress e la Produttività. Con una semplificazione estrema (che vuole essere funzionale) si può dire quindi che la pervasività della tecnologia digitale comporti delle criticità raggruppabili in due aree.

La prima si riferisce all’utilizzo della tecnologia da parte dell’individuo, la seconda riguarda in che modo il ruolo organizzativo possa essere suscettibile di cambiamenti dovuti all’adozione tecnologica:

1. L’utilizzo delle ICT può causare ansia e tensioni: ciò dipende dalla predisposizione individuale verso le tecnologie ma non solo. L’uso delle ICT può causare stress a causa della sensazione di perdita di controllo oltre il tempo e lo spazio dovuta a:
· sovraccarico cognitivo, “connettività” costante, sovraccarico-informativo ecc.;
· l’evoluzione continua delle ICT – il software, l’hardware, la terminologia tecnica ecc.;
· le richieste sociali relative al loro utilizzo – partecipazione ai social network, aggiornamento dei propri profili, partecipazioni a video-conference e sessioni di e.learning ecc.

2. Le ICT cambiano il ruolo degli individui nelle organizzazioni:
· i compiti mediati dal PC diventerebbero più astratti con conseguente abbassamento della motivazione.
· l’adozione delle ICT inoltre, si ritiene creare nuove strutture di potere, autorità e di presa di decisioni.

La domanda di fondo è comunque sempre una: il tecnostress incide sulla produttività? A questa domanda se ne va ad aggiungere un’altra altrettanto fondamentale: quali sono le implicazioni per il management e per la gestione delle risorse umane?

Vediamo, in estrema sintesi, quali sono le risposte date finora dalla ricerca.

Il tecnostress si ritiene causato dal doversi occupare costantemente del rapido evolversi dei device e dei software e dalle conseguenze legate al loro utilizzo, che sono di ambito cognitivo ma anche sociale.

Un primo aspetto riguarda il mobile ed il computer wireless (e di conseguenza le pratiche organizzative correlate, come il mobile working, o il bring your own device): a causa della possibilità di connessione illimitata e trasversale i confini tra vita lavorativa e vita privata sono potenzialmente minacciati. Politiche precise (e ben comunicate) riguardo all’utilizzo dei social network (la BBC è stata tra le prime organizzazioni a mettere in rete un vademecum) e buone pratiche organizzative a difesa del work/life balance possono senz’altro aiutare (si veda per esempio quelle in atto in Ferrari, Volkswagen e Mercedes riguardo all’utilizzo della mail).

Il secondo aspetto riguarda invece la necessità di tenersi aggiornati costantemente e lo sforzo che richiede il continuo ri-apprendere l’utilizzo di nuove applicazioni. Ciò è correlato all’aumento continuo della complessità degli aspetti tecnici (e quindi anche terminologici) delle ICT. Se le competenze necessarie al ri-apprendimento continuo mancano, ciò potrebbe influire sul calo della produttività. Per quanto riguarda questo aspetto, buone pratiche di formazione possono aiutare, l’apprendimento non deve tuttavia riguardare solamente gli aspetti tecnici ma anche quelli legati al saper apprendere, e anche temi “interpersonali”, come il self-management, il coaching e il mentoring per facilitare un apprendimento condiviso.

Un terzo aspetto riguarda la ricezione di informazioni su più canali ICT (le conseguenze della grande quantità di informazione da elaborare viene descritta con le espressioni Data Smog e Information Fatigue). Questo aspetto è legato anche al lavorare su più compiti contemporaneamente (multitasking), spesso causa di burnout, il ché incide negativamente sulla produttività. Anche qui buone pratiche organizzative legate per esempio all’utilizzo delle mail, possono aiutare, così come pratiche di gestione del knowledge management (per esempio sostituendo sistemi di repository e tagging alla mail per i progetti condivisi).

La formazione e sviluppo si dovrebbe invece occupare delle competenze emergenti. A questo proposito, il centro di ricerche americano Institute for the Future ha realizzato uno studio che fa il punto sui fenomeni sociali ed economici che guideranno il cambiamento del mondo del lavoro nei prossimi anni. I ricercatori hanno pubblicato un rapporto intitolato Future Work Skills 2020 volto ad individuare le competenze emergenti. Fra queste, per esempio, il report indica la competenza denominata Cognitive load management e cioè la capacità di discriminare e filtrare le informazioni per importanza, e di capire come massimizzare la loro comprensione.

Per quanto riguarda invece le criticità legate a come le ICT cambiano il ruolo degli individui nelle organizzazioni, la ricerca sul tecnostress evidenzia come lo stress del ruolo lavorativo (Role Stress) sia inversamente proporzionale alla produttività individuale.

Vi sono due fattori che contribuirebbero al Role Stress: il Role Conflict e il Role Overload.

Il primo si definirebbe quando si è esposti a contraddizioni, incompatibilità o incongruenza con le richieste del proprio ruolo, mentre il Role Overload si verifica come una situazione in cui le richieste sono maggiori, per complessità o per ammontare di lavoro, a quelle richieste dal proprio ruolo.

Per questo aspetto le implicazioni per il management sono il dover pianificare e gestire i processi di adozione tecnologica come se fossero progetti di cambiamento organizzativo (il ché è in effetti così). Curandone cioè tutti gli aspetti: comunicazione, progettazione, coinvolgimento degli stakeholder, misurazione ecc. Per quanto riguarda le competenze emergenti, il già citato report Future Work Skills 2020, individua la Design mindset, capacità di rappresentare e sviluppare le attività dei processi al fine di ottenere i risultati desiderati. Anche le pratiche di Job crafting potrebbero essere utili. Quando cresce la demotivazione cambiare il modo in cui si svolge il proprio lavoro, trasformandolo o riprogrammarne l’approccio, può far ritrovare il senso del proprio apporto. Le pratiche di job crafting, pur essendo emergenti, richiedono però un forte investimento di formazione e sviluppo e una cultura organizzativa (e di leadership) in linea con la pratica.

Si ritiene vi siano numerose ragioni del perché alcune condizioni creino e aumentino Role Stress, come ad esempio il fatto che la scelta dell’utilizzo delle ICT porterebbe anche ad un’aspettativa di maggiore produttività. Le persone si aspetterebbero di lavorare più velocemente e in minor tempo, ma questo voler fare ancora più fretta creerebbe condizioni di Role Stress e Role Overload. Anche il Multitasking può essere causa del Role Conflict.

Oltre a ciò bisogna accennare alle prospettive di integrazione interfunzionale, come avviene per esempio nelle pratiche lean, dove si crea interdipendenza tra differenti ruoli. Ciò può causare confilitti dovuti a prospettive, culture e competenze differenti. L’utilizzo delle ICT inoltre aumenterebbe il set dei ruoli individuali, in quanto le persone si trovano a dover processare differenti input da più persone e riconciliare un’ampia varietà di opinioni.

È fondamentale, quindi, per le organizzazioni, affrontare il tema del tecnostress nella sua complessità. Tenendo conto della relazione tra Technostress e Role Stress, e fra questi e la motivazione e la produttività.

Per questi motivi, le implicazioni per il management e per le persone della formazione e sviluppo riguardano la consapevolezza che sotto la definizione ampia di tecnostress ci sono dei sub fattori che vanno osservati e affrontati, con pratiche organizzative e azioni mirate all’analisi delle competenze emergenti e del fabbisogno formativo.

Un tentativo (senz’altro non definitivo) di mettere in ordine ed elencare i sub fattori potrebbe essere questo:

  • “Techno-overload” descriverebbe la situazione in cui le ICT forzano gli utenti a lavorare più veloce e per più tempo.
  • “Techno-invasion” descriverebbe l’effetto invasivo delle ICT;
  • “Techno-complexity” descrive la situazione in cui la complessità associata alle ICT renderebbe le competenze delle persone inadeguate o obsolete;
  • “Techno-insecurity” descriverebbe la situazione in cui gli utenti si sentirebbero spauriti di fronte alle nuove tecnologie per paura di perdere il posto di lavoro;
  • “Techno-uncertainty” si riferirebbe al continuo aggiornamento di ICT che sconvolgerebbe gli utenti e creerebbe incertezza.

Tenere conto dei sub fattori che compongono il tecnostress e le loro inter-relazioni è un primo passo per capire che, al di là della definizione generica, il tecnostress non è un tema né astratto né fantascientifico e che richiede, già oggi, non domani, consapevolezza e pratiche mirate da parte delle organizzazioni.


Bibliografia minima

A Conceptual Model of Technology Features and Technostress in Telemedicine Communication

Ziyu Yan, (City University of Hong Kong), Xitong Guo, (Harbin Institute of Technology), Matthew K.O. Lee, (City University of Hong Kong), Douglas Vogel, (City University of Hong Kong)

The Dimensions of Technostress among Academic Librarians

Ungku Norulkamar Ungku Ahmad – Salmiah Mohamad Amin
 – Faculty of Management and Human Resource Development, Universiti Teknologi Malaysia

Technostress in the office: a distributed cognition perspective on human–technology interaction

Charlott Sellberg – Tarja Susi

The consequences of technostress for end users in organizations: conceptual development and empirical validation
Ragu-nathan, T. S. and Tarafdar, M. and Ragu-nathan, B. S. and Tu
 – Lancaster University Management School

Coping with the Dynamic Process of Technostress, Appraisal and Adaptation
Connolly, Amy J. (University of South Florida), Bhattacherjee, Anol

Investigating Technostress in situ: Understanding the Day and the Life of a Knowledge Worker Using Heart Rate Variability
Stefan Schellhammer, Russell Haines, Stefan Klein
International Conference on System Sciences (HICSS)

Work Values, Achievement Motivation and Technostress as Determinants of Job Burnout among Library Personnel in Automated Federal University
Libraries in Nigeria
 – Olalude Oluwole Francis
Emmanuel Alayande Collage Education Oyo

Psychological Character of Computer-related TECHNOSTRESS

Etienne Erasmus, Manpower Development Department Chemicals Business, Sasol Polymers Sasolburg – South Africa

Gen 13, 2014

Disconnect: Oggi che siamo sempre connessi, siamo soli più che mai. E’ uscito il film sulle (non) relazioni tecnologiche.

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E’ uscito nei cinema italiani il 9 gennaio “Disconnect“, il film che esplora le conseguenze della tecnologia moderna e di come questa inferisce, influenza e descrive le nostre relazioni quotidiane. Disconnect segna il debutto di Henry-Alex Rubin – già candidato all’Oscar per il documentario “Murderball – come regista.

Il film racconta i un gruppo di persone alla ricerca di contatto umano nel mondo iperconnesso di oggi. Tre nuclei di personaggi che hanno relazioni bilaterali si ritrovano in una rete ben strutturata di rapporti attraverso chat e social network.

Un poliziotto vedovo si converte a detective privato per avere più tempo per il figlio. Un ragazzo con un falso profilo di facebook gioca con i sentimenti di un coetaneo più introverso. Un avvocato di grido non può staccare occhi e orecchie dal telefono, nemmeno a cena, e non vede quel che accade ai suoi figli. Una produttrice televisiva realizza un reportage di successo coinvolgendo un ragazzo che si vende sulle videochat hard insieme ad altri minorenni. Un’altra donna, reduce da un lutto profondo, cerca conforto presso uno sconosciuto on line, mentre il marito accumula debiti. Immerse nel virtuale, sconnesse l’una rispetto all’altra, le vite di queste persone vengono brutalmente sconvolte dalla realtà e intrecciate tra loro dal destino.

Lo slogan del film è perenterio: “Oggi che siamo sempre connessi, siamo soli più che mai”. Detto così, sembra un atto di accusa alla tecnologie della comunicazione e alle moderne modalità di relazione, come fa pensare anche un trailer italiano ben fatto (che potete vedere sotto). Quindi sono andato a vedere il film.

L’ho trovato piacevole, ma non bello; moderno (è del 2012) ma non innovativo; sufficentemente intelligente, ma non geniale.

Mi spiego meglio: quello che vediamo nel film è quello che siamo, oggi tutti noi abbiamo il nostro bel daffare a rappresentarci in modi diversi all’interno di internet. Non c’è novità nel cyberbullismo fino al suicidio (non c’era Snapchat) o nella relazione clandestina fra sconosciuti via chat o nelle sexy chat a pagamento.

Tutte cose (e molte altre) presenti da tempo nello scenario della rete e con altissimi tassi d’utilizzo, ma tutte cose presenti da sempre nel comportamento umano. Il problema centrale che pone il film è la relazione, la mancata capacità di relazione, la relazione falsa, e via dicendo. Tutte cose terribilmente umane, dove la tecnologia c’entra per il fatto che oltre a essere canale di comunicazione, è riuscita a farsi anche estetica dei tempi moderni.

Quindi non sono d’accordo su una visione del film come critica alla tecnologie, ma vedo più un messaggio di allertà alla necessità di vigilare sull’utilizzo delle tecnologie e sulla necessità di creare una didattica ed una ecologia all’uso delle teclogie digitali. Sono troppo speranzoso? Andate anche voi a vedere ‘Disconnect’ ed esprimente la vostra opinione con un commento qui sotto.

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