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Grande novità per i tecnostressati di Pisa e Livorno!

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E’ attivo il primo sportello gratuito “Tecnostress e Dipendenza Tecnologica”, in collaborazione con la Pubblica Assistenza Litorale Pisano- ANPAS.

Lo sportello è rivolto ad una utenza la cui problematica è nella smodata ed eccessiva relazione con Internet, Social Network, Smartphone, eccetera, che può causare difficoltà psicologiche di vario tipo; tra cui: alienazione ed isolamento, disturbi dell’attenzione, difficoltà relazionali, stati depressivi, eccetera.

Si tratta di un servizio specifico per persone che sentono di avere una problematica nell’interazione con le tecnologie, capiscono che questo inficia la loro qualità della vita e del lavoro in modo permanente, con comportamenti che possono anche ‘sconfinare’ in un quadro psicopatologico, oltre che causare condizioni di stress lavorativo ma anche sociale e relazionale.



Questo sportello di natura socio-sanitaria è particolarmente indicato, ad esempio, per lo studente che vuole studiare ma non riesce disturbato dall’uso smodato dello smartphone; per coloro che intendono perseguire un progetto di lavoro dove le tecnologie ostruiscono la strada invece di essere di aiuto; per le persone che rimanendo a casa senza lavoro vengono ‘fagocitati’ dall’uso tecnologico per compensare tale disagio; per i lavoratori che capiscono quanto e come questa sia una forma di evitamento da un lavoro spesso non gratificante; per le persone che hanno smesso di ‘lottare’ nella vita e si ‘rifugiano’ nelle tecnologie in modo ossessivo.

Lo sportello – localizzato presso il servizio di Pubblica Assistenza Litorale Pisano (via della Repubblica Pisana, 68, 56128 Pisa) – è aperto il giovedì pomeriggio ed è gratuito, basta richiedere un appuntamento al numero 050 36750, oppure sul sito palitoralepisano.it.

L’ideazione e le attività dello sportello “Tecnostress e Dipendenza Tecnologica” sono a cura del dott. Alessandro Drago – Psicoterapeuta e Psicologo del Lavoro.

Tecnostress e orario di lavoro: chi può lavorare solo 5 ore al giorno?

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Periodicamente – direi circa una volta all’anno, di solito in primavera – ritorna la notizia che lavorare meno ore fa lavorare meglio e con migliori risultati. Nel 2015 si parlava di 6 ore al giorno, invece di 8 o anche più, sull’esempio di aziende private ed enti pubblici svedesi.

Però – come ben sappiamo nella parte di lavoratori digitali – su 8 ore di lavoro si riesce al massimo ad essere produttivi per 5/6 ore, non di più, a causa delle continue interruzioni dell’attenzione generate dalle tecnologie.

Secondo una recente ricerca di Bain & Company (che puoi scaricare in versione originale cliccando qui), un manager di livello medio lavora per 47 ore settimanali. Di queste, 21 dedicate a riunioni che coinvolgono più di quattro persone e 11 impiegate a email, chat, telefonate. Al lavoro vero e proprio, resterebbero 15 ore settimanali, poco più di 2 ore al giorno considerando una settimana lavorativa spalmata su cinque giorni.

Solo 2 ore al giorno di lavoro veroSe la tecnologia frena la produttività

produttività Telefonate, email, videoconferenze. Si sono spesi fiumi d’inchiostro sullo smartworking. Ma il lavoro intelligente aumenta davvero la produttività? Quando si timbrava il cartellino e si “staccava” dall’ufficio, si raggiungevano meno obiettivi di quelli di oggi?

Quest’anno l’argomento si ripropone, con una particolare attenzione per l’età del lavoratore: più sale l’età, meno si deve lavorare per poter essere efficaci. Dopo una certa età (individuata nei 40 anni), per contribuire al benessere della propria salute mentale, bisognerebbe lavorare 25 ore a settimana, o meglio tre giorni e riservare gli altri quattro giorni alle proprie passioni.

Questi sono i risultati di uno studio realizzato da Shinya Kajitani della ‘Meisei University’ e della ‘University of Melbourne’ (Australia), Colin McKenzie della ‘Keio University’ (Giappone) e Kei Sakata della ‘Ritsumeikan University’ (Giappone).

Lo studio, che è stato pubblicato su ‘Melbourne Institute Worker Paper serie’s‘, ha preso in considerazione un campione di 3.000 uomini e 3.500 donne. Di tale gruppo sono state valutate le abitudini lavorative e i parametri di salute ed è emerso che un part time verticale o orizzontale è il mix giusto tra gli stimoli ricevuti e un utilizzo non logorante delle proprie capacità. I ricercatori, infatti, hanno riscontrato nei vari test a cui erano stati sottoposti i membri del campione che un eccesso di richieste porta il cervello a regredire, mentre una quantità modica di lavoro al contrario è stimolante per il cervello.

Molto bello e suggestivo come ragionamento, ma mi sembra completamente avulso dall’attuale situazione del mercato del lavoro italiano.

Voi conoscete qualcuno che può permettersi di lavorare solo 25 ore alla settimana? (io uno lo conosco …) Soprattutto nel settore tecnologico e dell’informazione, dove tutte le ricerche indicano in minimo 8 ore con tendenza alle 10 e oltre l’impegno quotidiano dei lavoratori digitali, e spesso anche il sabato e la domenica …

A questa riflessione è dedicato l’articolo di qualche giorno fa di Di Frenna su ‘Il fatto quotidiano’ intitolato “Tecnostress, lavori più di 5 ore al giorno? Ecco i rischi che corri“.

Tecnostress, lavori più di 5 ore al giorno? Ecco i rischi che corri – Il Fatto Quotidiano

Siamo più connessi e più stanchi. Quasi tutte le professioni ormai necessitano l’uso di computer, cellulare, tablet, posta elettronica, internet, e un flusso enorme di informazioni entra nel nostro cervello. E dobbiamo elaborare tutto con velocità. Ma con quali rischi? Eccoli: mal di testa cronico, ansia, ipertensione, attacchi di panico, insonnia, disturbi cardiocircolatori e gastrointestinali, e, …

Mag 25, 2015

Tecnostress in aumento nel lavoro mobile: risultati della nuova ricerca condotta su 1000 lavoratori digitali.

tecnostress mal di testa

Nei giorni scorsi sono stati diffusi i risultati di una ricerca effettuata da Netdipendenza Onlus, in collaborazione con l’Associazione Italiana Formatori Sicurezza sul lavoro (Aifos), condotta su un pubblico di professionisti del settore della sicurezza sul lavoro (imprenditori , formatori, RSPP esterni, professionisti, consulenti) con l’obiettivo di fotograre la diffusione, la penetrazione e i sintomi del tecnostress (in particolare per l’aspetto ‘mobile’) nel loro lavoro è nelle loro vite. Quindi, più che una ricerca, si tratta di un’indagine, alla quale hanno risposto 1.005 lavoratori digitali “mobili”.

Di seguito pubbblico dati della ricerca. La considerazione finale è una sola: il tecnostress aumenta e i sintomi del Tecnostress sono sempre più diffusi. Smartphone, tablet e computer portatili sono oramai strumenti di lavoro abituali, ma l’uso eccessivo può favorire seri rischi alla salute: i sintomi del tecnostress da un lato (come mal di testa, ansia, ipertensione, insonnia, depressione,  disturbi alla memoria, attacchi di panico), e l’elettrosmog dall’altro, cioè l’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici emessi dai dispositivi digitali.

enzoL’87,5% dichiara di usare frequentemente dispositivi mobili connessi a Internet per motivi di lavoro. Il 59,5% ritiene che la quantità di informazioni da gestire sia molto aumentata con l’avvento dei dispositivi mobili.  La maggior parte degli interpellati usa un computer connesso alla Rete per 8 ore al giorno (18,4%), ma c’è anche chi arriva a 10 ore (9,8%) e chi lo usa tra le 12 e 16 ore (complessivamente il 6% circa).

Il 64,1% usa lo smartphone un’ora al giorno per conversazioni di lavoro (circa 30 ore al mese), utilizzandolo anche nel week end.  Alcuni lavoratori hanno indicato che arrivano a usare lo smartphone anche “6 ore al giorno, con pause di trenta minuti”.

L’uso del tablet per motivi di lavoro invece non è  ancora molto diffuso. Infatti solo il 36,9% lo usa abitualmente almeno un’ora al giorno, con punte massime di 4 ore.

Gli “always on” non staccano mai la spina e dichiarano di usare computer, smartphone e tablet anche la sera a letto per motivi di lavoro (complessivamente il 66,5% circa) e anche il sabato e la domenica (circa il 90%). Il 65,5% è consapevole dei rischi dei campi elettromagnetici correlati all’uso dei dispositivi mobili, ma non può farne a meno.

L’87% rivela che il carico informativo digitale, che considera in aumento, gli causa affaticamento mentale. Tra questi, l’8,7% indica chiaramente che subisce problemi seri alla salute, mentre il 39,6% rivela che solo in alcuni momenti l’uso dei dispositivi digitali e la internet information gli ha creato problemi alla salute.

Ma quali sono i sintomi più frequenti del tecnostress che i lavoratori digitali denunciano? Al primo posto il mal di testa (44,5%), poi il calo della concentrazione (35,4%), il nervosismo e alterazione dell’umore (33,8%), tensioni neuromuscolari (28,5%), stanchezza cronica (23,3%), insonnia (22,9%), ansia (20.4%), disturbi gastro-intestinali (15,8%), dermatite da stress (6,9%). Tra i sintomi più gravi indicati ci sono invece: alterazioni comportamentali (7,1%), attacchi di panico (2,6%) e depressione (2,1%).

A questi rischi per la salute bisogna aggiungere quelli derivati dall’esposizione eccessiva ai campi elettromagnetici emessi dai smartphone, tablet e stazioni wi-fi. Per la prima volta in Europa la ricerca di Netdipendenza mette in relazione i due problemi. «Molti sintomi dell’elettrosmog sono simili a quelli del tecnostress, come ad esempio il mal di testa, il calo della concentrazione, l’insonnia.

“Bisogna approfondire l’impatto di questi due rischi e valutare correttamente il sovraccarico informativo cognitivo e i livelli di emissioni di campi elettromagnetici. E’ questa la nuova sfida da affrontare per difendere la salute dei lavoratori digitali” spiega Enzo Di Frenna, presidente di Netdipendenza Onlus.

Un altro dato allarmante è il rischio di dipendenza dalla tecnologia digitale. I “mobile workers” che non possono farne a meno in aumento. Spegnere computer, smartphone e tablet per brevi periodi crea un forte disagio. Infatti, alla domanda “potresti fare a meno della tecnologia digitale?” il 26% non considera affatto l’ipotesi e il 17,5% risponde “mai”. Qualcuno invece dice che può farne a meno per pochi minuti (3,5%) oppure per mezza giornata (16,8%), mentre gli altri sostengono di poter evitare l’uso dei dispositivi digitali per un periodo compreso tra 1 giorno (11,3%) e una settimana (12,7%). Quasi a riprova che disintossicarsi dall’eccesso di informazioni è una esigenza crescente tra i lavoratori.

E sono gli stessi lavoratori che hanno indicato alcune possibili soluzioni. Le parole più usate dai soggetti intervistati sono relax e benessere.

Al primo posto infatti emerge il bisogno di staccarsi fisicamente dai device digitali e fare attività rilassanti, ad esempio passeggiare a contatto con la natura, utilizzare tecniche olistiche di rilassamento come la meditazione, oppure dedicarsi alla pratica di un sport per recuperare la concentrazione e la vitalità.

Al secondo posto c’è il rispetto delle pause per i videoterminalisti previste per legge negli uffici, al terzo posto la richiesta di effettuare una maggiore formazione dei lavoratori sui  rischi del tecnostress e dei campi elettromagnetici, insieme alla riorganizzazione del lavoro e una distribuzione più adeguata del carico informativo.

Tecnostress nei Call Center: la storia di Anna

callcenter

Anna entra nel call center, la accoglie una grande aula rumorosa dove una cinquantina di colleghi stanno parlando ad alta voce per farsi sentire dal cliente all’altro capo del telefono. Il team leader di turno gli si avvicina facendo notare che il tasso di produzione del giorno precedente è stato troppo basso e le consiglia paternamente di fare meglio per evitare richiami da parte aziendale. Anna siede in postazione accende il PC, il collega a fianco fa un cenno con la mano, è in chiamata, non può salutarla perché calerebbe la produzione. Le chiamate cominciano a susseguirsi senza soluzione di continuità, non tutti i clienti sono gentili quando vuoi vendergli una carta di credito mentre hanno un piatto di pasta di fronte, ma Anna prova e riprova nel tentativo di piazzare il prodotto e qualche volta ci riesce. A metà turno comincia a perdere la pazienza, nel mentre il cruscotto sul PC che indica la produzione giornaliera è in rosso e dentro cresce inevitabile una certa ansia. Dopo poco il Team Leader le si avvicina, vede il cruscotto rosso inserisce lo spinotto della sua cuffia sul pc e comincia a ascoltare la chiamata per dieci lunghi minuti di tensione durante i quali lei suda freddo incespicando tra le parole dello script. Lo chiamano affiancamento ma Anna non si sente per niente sostenuta. Alla fine del turno il Team Leader la chiama di nuovo per dire che deve migliorare perché le sue prestazioni non riescono neanche a ripagare il costo del suo stipendio. Tornando a casa ha mal di testa e si sente agitata, si ripete che tra due o tre ore star° meglio. Passano due settimane e il call center manager la chiama a colloquio e le consegna una lettera. C’é scritto che in una chiamata di controllo ha sbagliato le parole del saluto e non ha l’ordine nel quale vanno lette tutte le informazioni, per questo le chiedono giustificazioni scritte del suo lavoro negligente. Anna sale al piano di sopra deve iniziare a lavorare ma non ce la fa, sta tremando, ha voglia di piangere o di spaccare tutto. Questa volta giura che se ne andrà nonostante l’asilo da pagare e la rata del mutuo. Scende le scale monta in auto e si dirige verso casa. *

Con un incremento annuale del 30-35% dei volumi delle chiamate e del 20-25% del numero degli occupati, i call center rappresentano una delle forme di impiego a maggiore crescita in tutto il mondo. Non sono più il luogo di lavoro in cui transitavano temporaneamente giovani studenti in cerca di prima occupazione, oggi ci sono uomini e donne che hanno imperniato la propria vita su questa attività e che con questa attività andranno in pensione dopo decenni di lavoro.

La tipologia di lavoro del call center, però, presenta una vasta serie di rischi stress legati alle tecnologie (uso dei videoterminali, sollecitazioni uditive, multitasking, esposizione eccessiva a flussi di dati, feedback utenti, isolamento sociale, eccetera) e, più in generale, la ripetitività e il considerevole carico di lavoro generano elevati livelli di stress psicofisico.

Abbiamo già parlato del tecnostress nei call center con le storie chock di abbracciare l’Orso e nei call center c’è la frusta.

La storia di oggi ci mostra che alcuni datori di lavoro ritengono che qualsiasi forma di pressione sui lavoratori sia una forma di stress ‘positivo’. Questo atteggiamento, però, produce atteggiamenti di ‘fuga’ dal lavoro (assenteismo cronico, ritardo cronico, pause prolungate,) o decremento della performance o difficoltà nelle relazioni interpersonali (incapacità di collaborare con i team leader, rifiuto delle regole) che non vengono affrontati come problemi legati allo stress.

Le ricerche disponibili in Italia sul rischio stress nei Call Center sono scarse e datate, qui potete scaricare la ricerca del 2007 “Idee per un cambiamento – una ricerca sulle condizioni di lavoro nella realtà dei call center“, realizzata dalla CGIL di Genova in collaborazione con l’INAIL, sulle condizioni di lavoro nei Call Center con particolare riguardo al rischio professionale.

Il medico del lavoro Michele Piccardo ha partecipato a questa ricerca nei call center liguri e così commenta: “gli operatori di call center vengono da un mondo moderno e tecnologico dove le persone continuano ad ammalarsi di lavoro. Per evitare o almeno ridurre questi danni probabilmente sarebbe sufficiente far si che sia il lavoratore a governare e utilizzare la tecnologia invece del contrario.”

Nel caso dei Call Center, dei piccoli miglioramenti nell’organizzazione del lavoro nell’ottica di una riduzione dello stress favorirebbero anche al miglioramento delle prestazioni dei lavoratori, ad esempio:

– la partecipazione attiva dei lavoratori alla definizione dello script della telefonata.
– la creazione di spazi e tempi di condivisione collettiva anche al di fuori dell’orario di lavoro;
– la formazione sulla corretta tipologia di leadership da esercitare da parte di capi team;
– la possibilità di crescita professionale e riconoscimento anche economico della qualità del proprio lavoro;
– l’obbligo dei datori di lavoro ad una valutazione dello stress che renda partecipi della valutazione i lavoratori.

* La relazione “Stress da lavoro correlato: la storia di Anna“, a cura di Filippo Bellandi, fa parte degli Atti del seminario “La comunicazione tra il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e il medico competente” organizzato a Firenze il 30 gennaio 2014; pubblicati sul Bollettino dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza “Toscana RLS” (Anno VI, numero 1).

Gen 13, 2014

Disconnect: Oggi che siamo sempre connessi, siamo soli più che mai. E’ uscito il film sulle (non) relazioni tecnologiche.

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E’ uscito nei cinema italiani il 9 gennaio “Disconnect“, il film che esplora le conseguenze della tecnologia moderna e di come questa inferisce, influenza e descrive le nostre relazioni quotidiane. Disconnect segna il debutto di Henry-Alex Rubin – già candidato all’Oscar per il documentario “Murderball – come regista.

Il film racconta i un gruppo di persone alla ricerca di contatto umano nel mondo iperconnesso di oggi. Tre nuclei di personaggi che hanno relazioni bilaterali si ritrovano in una rete ben strutturata di rapporti attraverso chat e social network.

Un poliziotto vedovo si converte a detective privato per avere più tempo per il figlio. Un ragazzo con un falso profilo di facebook gioca con i sentimenti di un coetaneo più introverso. Un avvocato di grido non può staccare occhi e orecchie dal telefono, nemmeno a cena, e non vede quel che accade ai suoi figli. Una produttrice televisiva realizza un reportage di successo coinvolgendo un ragazzo che si vende sulle videochat hard insieme ad altri minorenni. Un’altra donna, reduce da un lutto profondo, cerca conforto presso uno sconosciuto on line, mentre il marito accumula debiti. Immerse nel virtuale, sconnesse l’una rispetto all’altra, le vite di queste persone vengono brutalmente sconvolte dalla realtà e intrecciate tra loro dal destino.

Lo slogan del film è perenterio: “Oggi che siamo sempre connessi, siamo soli più che mai”. Detto così, sembra un atto di accusa alla tecnologie della comunicazione e alle moderne modalità di relazione, come fa pensare anche un trailer italiano ben fatto (che potete vedere sotto). Quindi sono andato a vedere il film.

L’ho trovato piacevole, ma non bello; moderno (è del 2012) ma non innovativo; sufficentemente intelligente, ma non geniale.

Mi spiego meglio: quello che vediamo nel film è quello che siamo, oggi tutti noi abbiamo il nostro bel daffare a rappresentarci in modi diversi all’interno di internet. Non c’è novità nel cyberbullismo fino al suicidio (non c’era Snapchat) o nella relazione clandestina fra sconosciuti via chat o nelle sexy chat a pagamento.

Tutte cose (e molte altre) presenti da tempo nello scenario della rete e con altissimi tassi d’utilizzo, ma tutte cose presenti da sempre nel comportamento umano. Il problema centrale che pone il film è la relazione, la mancata capacità di relazione, la relazione falsa, e via dicendo. Tutte cose terribilmente umane, dove la tecnologia c’entra per il fatto che oltre a essere canale di comunicazione, è riuscita a farsi anche estetica dei tempi moderni.

Quindi non sono d’accordo su una visione del film come critica alla tecnologie, ma vedo più un messaggio di allertà alla necessità di vigilare sull’utilizzo delle tecnologie e sulla necessità di creare una didattica ed una ecologia all’uso delle teclogie digitali. Sono troppo speranzoso? Andate anche voi a vedere ‘Disconnect’ ed esprimente la vostra opinione con un commento qui sotto.

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