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Internet fa male come la droga,
ma vi cureremo, dice il ministro della Salute

Visto che in questi giorni il Parlamento non ha niente da fare, che c’è di meglio di dedicare del tempo d’aula a sentire l’arguta interrogazione che il parlamentare Jannone (già noto per aver avuto l’account di facebook cancellato nell’ottobre scorso. guardatevi la questione su google …) pone al Ministro della Salute riguardo al problema della dipendenza dai social network, e delle sue nefaste conseguenze fisiche e morali sui nostri giovani.

E che bello leggere le parole del ministro della Salute Ferruccio Fazio, che sa che i giovani che stanno 10 ore al giorno al computer soffrono di ”sentimenti compulsivi, isolamento sociale, dipendenza psicopatologica, perdita di contatti reali, sentimenti di onnipotenza”. Giovani per i quali il Ministero prevede interventi specifici di supporto al problema per un vita libera da dieci ore di PC. Che bello, vale lo stesso per i lavoratori?

Dice Jannone:

[…] premesso che all’interno della nostra società stanno emergendo, sempre di più, comportamenti compulsivi nei confronti dei social network. Varie sono le testimonianze di persone, sia adulte che adolescenti, ed è proprio questo il dato più preoccupante, che preferiscono restare in casa, davanti al pc collegato a qualche social network piuttosto che uscire e intessere rapporti o relazioni con altre persone. I loro interessi, impegni, eventi tutto passa dal web, diventando in questo modo digitale. L’inizio di questa malattia consiste nell’eliminare ogni occasione di incontro, uscire solo per andare a scuola o al lavoro. […]

Internet e Facebook sono un’ossessione per queste persone, che diventano frettolose persino nel mangiare, inventando scuse continue per tornare al pc. Se si allontanano da casa controllano continuamente l’ora. I genitori stessi non si rendono immediatamente conto di cosa sta accadendo ai loro figli. Per loro la cosa più difficile è stato ammettere i propri errori, l’incapacità di gestire i silenzi del figlio, i vuoti di comunicazione. Solo quando il figlio sviluppa un rapporto di assoluta dipendenza, resta connesso tutta la notte a «quel gioco che fa su fb» allora sorge il problema; di solito, i soggetti che manifestano questi comportamenti sono persone fragili, il cui umore dipende dal giudizio dei coetanei e dal mondo esterno in generale. La famiglia compare come presenza costante nella sua vita soltanto in questo momento: è la mamma a seguirlo di più, si preoccupa ed espone il problema del figlio. Lontano da internet, si precipita in uno stato depressivo. Di solito queste persone non hanno nessun altro tipo di dipendenza, né dall’alcol né da sostanze stupefacenti; hanno però sostituito ogni contatto sociale con amici virtuali. Sono «intimi» ma estranei. Non si sono mai visti, non si conoscono, letteralmente fuggono da sé stessi. I primi tempi, quando provano a passare meno tempo davanti al pc, sentono il bisogno di essere collegati, quando non sono on-line stanno male.

Quindi, dopo un po’ di discorso e di presunte evidenze, Jannone chiede cosa intenda fare il ministro per intervenire di fronte a questa droga del web e quali sono le azioni e le soluzioni che il Ministero intende mettere in atto. Eccetera.

Ed ecco la risposta del ministro Fazio (i grassetti sono i miei):

La dipendenza da internet, o internet addiction, che comprende un’ampia varietà di comportamenti, è considerata un disturbo da controllo degli impulsi, comparabile al gioco d’azzardo patologico, alla cui insorgenza contribuiscono vari elementi, quali psicopatologie di base preesistenti, condotte a rischio, eventi di vita sfavorevoli e problematiche esistenziali, difficoltà comunicative-relazionali, rischi correlati all’approccio ad internet.

Le ricerche effettuate hanno evidenziato che tutti i neofiti di internet per inserirsi in questa nuova realtà virtuale, seguono fasi comuni di sviluppo telematico, ognuna delle quali comporta rischi specifici, quali sentimenti compulsivi, isolamento sociale, dipendenza psicopatologica, perdita dei contatti reali, sentimenti di onnipotenza. Inoltre, il rapido sviluppo di questo processo sta causando fenomeni psicopatologici, che si esprimono con una sintomatologia simile a quella che si osserva in soggetti dipendenti da sostanze psicoattive.

Gli interventi più efficaci per la prevenzione e la cura della internet-dipendenza e delle sindromi compulsive, sono sostanzialmente gli stessi adottati per gli altri tipi di dipendenza. Si fa presente, altresì, che la competenza del coordinamento nazionale per le dipendenze è a capo del dipartimento delle politiche antidroga presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, che ha emanato, per il triennio 2010-2013, un piano d’azione nazionale antidroga, approvato dal Consiglio dei Ministri nella seduta del 29 ottobre 2010, finalizzato ad individuare, per aree di intervento, le future linee di indirizzo generali per l’attuazione di iniziative coordinate nel territorio nazionale in materia di contrasto del consumo di sostanze stupefacenti o psicotrope, e a cui il Ministero della salute collabora per le sue specifiche competenze.

Per favorire il sostegno ed il recupero delle persone dedite alla dipendenza da web fino ad essere colpite da sindrome compulsiva, è possibile attualmente ricorrere, in tutto il territorio nazionale, a strutture socio-riabilitative che assicurano la disponibilità dei trattamenti relativi alla cura dei disturbi mentali ed incentivano programmi riabilitativi che costituiscono un piano d’azione efficace e completo contro le dipendenze. Peraltro, questo Ministero ritiene necessario affrontare lo specifico problema segnalato nell’interrogazione parlamentare in esame, ai diversi livelli istituzionali, sia definendo politiche e strategie adeguate sia attivando e monitorando azioni concrete e mirate, per ridurre il rischio di dipendenza da web soprattutto nella popolazione giovanile. In merito alla richiesta di iniziative da parte del Ministero della salute si segnala che, nell’ambito del sanitario nazionale 2011-2013, in corso di adozione, è previsto uno specifico piano di azioni, mirato alla individuazione degli interventi prioritari da porre in essere in varie aree di bisogno, tra cui i disturbi psichici correlati con le dipendenze patologiche ed i comportamenti da abuso.

Inoltre, questo Ministero garantisce una partecipazione costante ed articolata alle azioni promosse dai principali organismi internazionali (OMS, UE, OCSE) negli ambiti di tutela della salute mentale. In particolare, si segnala che il Ministero della salute sta lavorando, insieme al Ministero dell’Economia e delle finanze – Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato ed al dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, alla realizzazione del decreto di cui all’articolo 1, comma 70, della legge 13 dicembre 2010, n. 220, «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2011)». Detta norma prevede infatti l’adozione di un decreto interdirigenziale, d’intesa con la Conferenza unificata, recante le linee d’azione per la prevenzione, il contrasto ed il recupero di fenomeni di ludopatia conseguenti al gioco compulsivo.

Sconvolgenti queste parole del ministro, che identifica perfettamente l’utilizzo intenso del web ad una droga che procura dipendenza e genera gravi fenomeni psicopatologici. Ma se questa è l’idea (balzana) del governo, tanto vale allargare il ragionamento fino ai confini del tecnostress professionale.

Se è vero (non è vero! ma per il ministro è vero) che il giovane dedito all’utilizzo intenso di internet e in particolare dei social network è un drogato che rischia di sviluppare sentimenti compulsivi, isolamento sociale, dipendenza psicopatologica, perdita dei contatti reali e sentimenti di onnipotenza, e per la tutela del quale bisogna intervenire con le strutture e gli strumenti utilizzati contro le dipendenze e specifico piano di azioni, allora che tipo di strutture e strumenti di supporto bisogna offrire a tutti coloro che vivono il tecnostress negli ambienti di lavoro?

Si tratta di persone, come abbiamo visto nella nostra prima ricerca, che utilizzano i computer e le tecnologie digitali come strumenti di lavoro per tutto, o quasi tutto, il loro tempo lavorativo. Persone che per più di 10 ore al giorno vivono quasi sempre in situazione di multitasking, con la necessita di prendere rapide decisioni e con gravi ripercussioni sulla concentrazione e sulla capacitò di scelta. Persone consapevoli dell’alterazione alla qualità della vita causato dall’uso continuativo e contemporaneo di tecnologie, ma ‘costrette’ dal lavoro svolto alla pressione telematica continua. Persone addirittura conscie che questo loro modo di vivere può creare un notevole stato di stress e anche discreti e gravi problemi fisici di diversa tipologia.

E a tutte queste persone, Ministro, cosa diciamo? Che sono drogati da lavoro? Che non riescono a staccarsi dai terminali per dipendenza? Che amano ricevere informazioni differenti da cinque canali completamente? Che non hanno diritto a uno specifico piano di azioni perché devono lavorare?

Mar 23, 2011

Omaggio a John Suler lo psicologo del Cyberspazio.

Il dottor John Suler, del Department of Psychology Science and Technology Center, Rider University è, dal 1996, lo psicologo del cyberspazio (The Psychology of Cyberspace).

Nei sui studi indaga da oltre quindici anni le attività psicologiche degli individui nel mondo virtuale, e ha spesso predetto con particolare lucidità lo sviluppo di nuove reazioni psicologiche e di nuove sindromi  nella relazione tra uomini e cyberspazio.

Trovo quindi giusto segnalare in questo sito la  pagina principale di questo pioniere della ricerca cybertpsicologica (cyberpsychology) dove ha raccolto tutti gli studi prodotti in questi anni sui più diversi aspetti dello sviluppo tra psicologia e cuberspazio.

Di seguito, ripubblico un suo lungimirante articolo (in lingua inglese) del 2004 dove viene identificato il concetto di “Cyberspace Addiction”


Computer and Cyberspace Addiction (2004)

A heated debate is rising among psychologists. With the explosion of excitement about the internet, some people seem to be a bit too excited. Some people spend way too much time there. Is this yet ANOTHER type of addiction that has invaded the human psyche?

Psychologists are not even sure yet what to call this phenomenon. Some label it an “Internet Addiction Disorder.” But many people are addicted to their computers long before the internet enters their lives. Some people are extremely attached to their computer and don’t even care about the internet. Perhaps we should call the phenomenon a “Computer Addiction.” Also, let’s not forget the very powerful, but now seemingly mundane and almost accepted addiction that some people develop to video games. Video games are computers too… very single-minded computers, but computers nevertheless. Or how about telephones? People get addicted to those too, and not just the sex lines. Like computers, telephones are a technologically enhanced form of communication and may fall into the category of “computer mediated communication” (aka, CMC) – as the researchers are dubbing internet activities. In the not too distant future, computer, telephone, and video technology may very well merge into one, perhaps highly addictive, beast.

Perhaps, on a broad level, it makes sense to talk about a “Cyberspace Addiction” – an addiction to virtual realms of experience created through computer engineering. Within this broad category, there may be subtypes with distinct differences. A teenager who plays hooky from school in order to master the next level of Donkey Kong may be a very different person than the middle aged housewife who spends $500 a month in AOL chat rooms – who in turn may be very different from the businessman who can’t tear himself away from his finance programs and continuous internet access to stock quotes. Some cyberspace addictions are game and competition oriented, some fulfill more social needs, some simply may be an extension of workaholicism. Then again, these differences may be superficial.

Not many people are waving their fingers and fists in the air about video and work addictions. Not many newspaper articles are written about these topics either. They are passé issues. The fact that the media is turning so much attention to cyberspace and internet addictions may simply reflect the fact that this is a new and hot topic. It may also indicate some anxiety among people who really don’t know what the internet is, even though everyone is talking about it. Ignorance tends to breed fear and the need to devalue.

Nevertheless, some people are definitely hurting themselves by their addiction to computers and cyberspace. When people lose their jobs, or flunk out of school, or are divorced by their spouses because they cannot resist devoting all of their time to virtual lands, they are pathologically addicted. These extreme cases are clear cut. But as in all addictions, the problem is where to draw the line between “normal” enthusiasm and “abnormal” preoccupation.

“Addictions” – defined very loosely – can be healthy, unhealthy, or a mixture of both. If you are fascinated by a hobby, feel devoted to it, would like to spend as much time as possible pursuing it – this could be an outlet for learning, creativity, and self-expression. Even in some unhealthy addictions you can find these positive features embedded within (and thus maintaining) the problem. But in truly pathological addictions, the scale has tipped. The bad outweighs the good, resulting in serious disturbances in one’s ability to function in the “real” world. Almost anything could be the target of a pathological addiction – drugs, eating, exercising, gambling, sex, spending, working, etc. You name it, someone out there is obsessed with it. Looking at it from a clinical perspective, these pathological addictions usually have their origin early in a person’s life, where they can be traced to significant deprivations and conflicts. They may be an attempt to control depression and anxiety, and may reflect deep insecurities and feelings of inner emptiness.

As yet, there is no official psychological or psychiatric diagnosis of an “Internet” or “Computer” addiction. The most recent (4th) edition of Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (aka, DSM-IV) – which sets the standards for classifying types of mental illness – does not include any such category. It remains to be seen whether this type of addiction will someday be included in the manual. As is true of any official diagnosis, an “Internet Addiction Disorder” or any similarly proposed diagnosis must withstand the weight of extensive research. It must meet two basic criteria. Is there a consistent, reliably diagnosed set of symptoms that constitutes this disorder? Does the diagnosis correlate with anything – are there similar elements in the histories, personalities, and future prognosis of people who are so diagnosed. If not, “where’s the beef?” It’s simply a label with no external validity.

So far, researchers have only been able to focus on that first criteria – trying to define the constellation of symptoms that constitutes a computer or internet addiction. Psychologist Kimberly S. Young at the Center for On-Line Addiction (see the links at the end of this article) classifies people as Internet-dependent if they meet during the past year four or more of the criteria listed below. Of course, she is focusing specifically on internet addiction, and not the broader category of computer addiction:

  • Do you feel preoccupied with the Internet or on-line services and think about it while off line?
  • Do you feel a need to spend more and more time on line to achieve satisfaction?
  • Are you unable to control your on-line use?
  • Do you feel restless or irritable when attempting to cut down or stop your on-line use?
  • Do you go on line to escape problems or relieve feelings such as helplessness, guilt, anxiety or depression?
  • Do you lie to family members or friends to conceal how often and how long you stay online?
  • Do you risk the loss of a significant relationship, job, or educational or career opportunity because of your on-line use?
  • Do you keep returning even after spending too much money on on-line fees?
  • Do you go through withdrawal when off line, such as increased depression, moodiness, or irritability?
  • Do you stay on line longer than originally intended?

In what he intended as a joke, Ivan Goldberg proposed his own set of symptoms for what he called “Pathological Computer Use” (see Internet Addiction Disorder Support Group on this web site). Other psychologists are debating other possible symptoms of internet addiction, or symptoms that vary slightly from Young’s criteria and Goldberg’s parody of such criteria. These symptoms include:

  • drastic lifestyle changes in order to spend more time on the net
  • general decrease in physical activity
  • a disregard for one’s health as a result of internet activity
  • avoiding important life activities in order to spend time on the net
  • sleep deprivation or a change in sleep patterns in order to spend time on the net
  • a decrease in socializing, resulting in loss of friends
  • neglecting family and friends
  • refusing to spend any extended time off the net
  • a craving for more time at the computer
  • neglecting job and personal obligations

On a listserv devoted to the cyberpsychology, Lynne Roberts (robertsl@psychology.curtin.edu.au) described some of the possible physiological correlates of heavy internet usage, although she didn’t necessarily equate these reactions with pathological addiction:>

  • A conditioned response (increased pulse, blood pressure) to the modem connecting
  • An “altered state of consciousness” during long periods of dyad/small group interaction (total focus and concentration on the screen, similar to a mediation/trance state).
  • Dreams that appeared in scrolling text (the equivalent of MOOing).
  • Extreme irritability when interrupted by people/things in “real life” while immersed in c-space.

In my own article on “addictions” to the Palace, a graphical MOO/chat environment, I cited the criteria that psychologists often use in defining ANY type of addiction. It’s clear that the attempts to define computer and internet addiction draw on these patterns that are perhaps common to addictions of all types – patterns that perhaps point to deeper, universal causes of addiction:

  • Are you neglecting important things in your life because of this behavior?
  • Is this behavior disrupting your relationships with important people in your life?
  • Do important people in your life get annoyed or disappointed with you about this behavior?
  • Do you get defensive or irritable when people criticize this behavior?
  • Do you ever feel guilty or anxious about what you are doing?
  • Have you ever found yourself being secretive about or trying to “cover up” this behavior?
  • Have you ever tried to cut down, but were unable to?
  • If you were honest with yourself, do you feel there is another hidden need that drives this behavior?

If you’re getting a bit confused or overwhelmed by all these criteria, that’s understandable. This is precisely the dilemma faced by psychologists in the painstaking process of defining and validating a new diagnostic category. On the lighter side, consider some of the more humorous attempts to define internet addiction. Below is one list from The World Headquarters of Netaholics Anonymous. Although this is intended as humor, note the striking similarity of some of the items to the serious diagnostic criteria… There is a kernel of truth even in a joke:


Top 10 Signs You’re Addicted to the Net

    10. You wake up at 3 a.m. to go to the bathroom and stop and check your e-mail on the way back to bed.
    9. You get a tattoo that reads “This body best viewed with Netscape Navigator 1.1 or higher.” 8. You name your children Eudora, Mozilla and Dotcom.

    7. You turn off your modem and get this awful empty feeling, like you just pulled the plug on a loved one.

    6. You spend half of the plane trip with your laptop on your lap…and your child in the overhead compartment.

    5. You decide to stay in college for an additional year or two, just for the free Internet access.

    4. You laugh at people with 2400-baud modems.

    3. You start using smileys in your snail mail.

    2. The last mate you picked up was a JPEG.

    1. Your hard drive crashes. You haven’t logged in for two hours. You start to twitch. You pick up the phone and manually dial your ISP’s access number. You try to hum to communicate with the modem.

    You succeed.

There’s also the intriguing epistemological dilemma concerning the researchers who study cyberspace addictions. Are they addicted too? If they indeed are a bit preoccupied with their computers, does this make them less capable of being objective, and therefore less accurate in their conclusions? Or does their involvement give them valuable insights, as in participant observation research? There’s no simple answer to these questions.

The Integration Principle: Bringing the Worlds Together

As a result of all the online work I’ve been doing, here’s the premise I’m thinking about a lot:

It’s a problem when your face-to-face life becomes dissociated from your cyberlife. It’s healthy when your f2f life is integrated with your cyberlife.

People become “addicted” to the internet, or act out pathologically in cyberspace, when they have dissociated it from their f2f life. Their cyberspace activity becomes a world unto itself. They don’t talk about it with the people in their f2f life. It becomes a walled-off substitute or escape from their life. Cyberspace almost becomes a dissociated part of their own mind – a sealed-off intrapsychic zone where fantasies and conflicts are acted out. Reality testing is lost. Fixing this dissociation is an implicit or explicit component of many of the techniques for helping internet addicted people.

On the other hand, healthy internet use means integrating the f2f and cyberspace worlds. You talk about your online life with your real world family and friends. You bring your real identity, interests, and skills into your online community. You call on the phone or meet in-person the people you know online. And it works the other way too: some of the people you knew primarily in the real world, you also contact through email or chat. “Bringing in the real world” is an important principle for helping people who are addictively stuck in cyberspace. And its also a powerful tool for intervening with people who are addicted to misbehaving in cyberspace, such as snerts. How do you cure an acting out adolescent who is hiding behind cyberspace anonymity? Address him by his real name. Find out about his real world interests and talk to him about it. And if all else fails, contact his parents.

Now let me go back again to the basic premise: “It’s a problem when one’s in-person life becomes dissociated from one’s cyberlife.” The beauty of this premise, I think, is that it also applies to the mirror image scenario. Some people vilify the internet. They want nothing to do with it. That also is dissociation, a failure to integrate. That also is a problem.

See also in The Psychology of Cyberspace:

Why is This Thing Eating My Life? – An article that examines the healthy and unhealthy aspects of “addictions” to the Palace, a multimedia chat environment (see The Palace Study for more information about the Palace).

To Get What You Need: Healthy and Pathological Internet Use – A more in-depth, academic version of Palace article listed above.

Bringing Online and Offline Living Together: The Integration Principle – The rationale and strategies for integrating online and offline living.

An interview with me by Morris Jones from Internet Australasia magazine. In the interview I respond to Jones’ questions about this addiction article.

Cold Turkey: Messages from an Ex-Palace “Addict” – A Palace user decides to break the habit.

Mom, Dad, Computer (Transference Reactions to Computers) – One reason why some people become so attached to their computer is that it satisfies intense (and often unconscious) interpersonal needs from their past.

Cyberspace as Dream World: Illusion and Reality at the Palace – Some people may be drawn to cyberspace because it fulfills the need for an altered state of consciousness, similar to dreams. This may be especially true of the highly visual and fantasy-based MOO environments like the Palace.

Internet Addiction Disorder Support Group – Ivan Goldberg’s parody of “Pathological Computer Use.”

Internet Addiction Questionnaire – devised by two German students.

Internet Addiction in a Nutshell – My opinion of this topic, as concisely as possible!

E’ Ufficiale Il ‘Web Stress’ fa male al business’ – It’s Official – ‘Web Stress’ is Bad for Business

CA, Inc., leader mondiale di soluzioni software per la gestione dell’IT, ha annunciato  il proseguo delle ricerche avviate nel 2009 che utilizzano delle raffinate analisi neurologiche su soggetti che utilizzano delle tecnologie digitali.

Il tema della ricerca 2009 – intitolata “CA Web Stress Index” 2009 (e che abbiamo trattato in questo articolo) era prevalentemente conoscitivo dei comportamenti d’uso delle nuove tecnologie da parte di 1.000 ‘lavoratori della conoscenza’ (knowledge worker), ovvero lavoratori qualificati che utilizzano il PC almeno quattro ore al giorno per svolgere il loro lavoro.

I risultati di quella prima ricerca evidenziarono che i lavoratori intervistati erano affetti da livelli inaccettabili di ‘stress da utilizzo del Web’ provocato dalla lentezza delle applicazioni online, spesso fonte di frustrazione e scarsa produttività.

La ricerca del 2010 – che dichiara già nel titolo i suoi risultati: Web Stress: A Wake Up Call For European Business – ha un taglio molto più business ed ha rivolto la sua attenzione alle reazioni dei consumatori a una scarsa esperienza di acquisto on-line.

La ricerca – svolta operativamente da Foviance società di consulenza specializzata nella “customer experience” – si è prevalentemente oconcentrata sul vedere se la performance delle applicazioni ha un impatto sulle abitudini d’acquisto online e sui comportamenti dei consumatori.

Negli esperimenti condotti su alcuni volontari nei laboratori della Caledonian University di Glasgow, lo stress legato all’attività di e-commerce è visibile dagli impulsi elettrici celebrali e dalle cosiddette “onde alfa”, il cui livello diminuisce o cresce proporzionalmente allo stato di relax o di tensione a cui si è sottoposti.

La ricerca dimostra che molti consumatori hanno un’esperienza di “web stress” quando cercano di fare degli acquisti on-line. I livelli di stress dei volontari che hanno preso parte allo studio sono aumentati in modo significativo quando erano di fronte a una scarsa esperienza di shopping online.

Foviance è riuscita a monitorare l’attività celebrale durante tutta la fase di navigazione, selezione e acquisto di un prodotto in Rete, dimostrando che quando le aspettative d’acquisto non sono soddisfatte, gli utenti non solo si sentono disorientati ma sono costretti ad aumentare del 50% il loro livello di concentrazione e, conseguentemente lo stato di stress. Dai dati della ricerca emerge che il 40% degli utenti che non riesce a finalizzare un acquisto abbandona il sito Internet a caccia di un’altra valida alternativa.

Secondo CA e Foviance, ,questa tipologia di web stress rischia quindi di far perdere alle aziende clienti e vendite. Al fine di mantenere i clienti, attrarre nuovi e prosperare durante la ripresa economica, CA sta chiamando per le imprese europee a concentrarsi sul dare ai loro clienti la migliore esperienza possibile online.

Keyphrases

«Quando navigano in Rete, soprattutto quando devono effettuare un acquisto, i consumatori vogliono trovare facilmente quello che cercano e si aspettano che le applicazioni rispondano nel giro di pochi secondi» Catriona Campbell, psicologa comportamentale e fondatrice di Foviance.

«Le aziende non devono sottovalutare l’esperienza online degli utenti, anzi devono puntare a migliorarla continuamente e per fare questo devono essere in grado di poterla monitorare in tempo reale. Non c’entra solamente il modo in cui il sito è stato progettato, e non basta valutare come parametro la velocità di connessione. Sempre più spesso infatti a fare la differenza sono le performance delle applicazioni Web» Kobi Korsah, direttore Emea product marketing di Ca.

Clicca qui per leggere la pagina del Report 2009
Clicca qui per scaricare il documento CA “Wer Stress 2009”

Guarda la pagina di presentazione della ricerca 2010

Leggi la press release della ricerca 2010: It’s Official – ‘Web Stress’ is Bad for Business

Scarica il report survey della ricerca 2010

Guarda la notizia sul sito di Foviance

Gen 14, 2011

Stress da computer? Dimostrami l’evento causativo! Lo dice il TAR del Lazio.

Il Tar del Lazio, con la sentenza numero 35028 del 2 dicembre 2010, ha risposto ad alcuni dipendenti pubblici che affermavano di essere stati sottoposti ad un’esposizione prolungata alle onde elettromagnetiche del computer.

Da tale esposizione i lavoratori dichiaravano di aver ricevuto dei danni irreversibili alla vista, al sistema nervoso e delle alterazioni psicosomatiche.

Tuttavia i giudici del TAR hanno respinto il ricorso presentato dai lavoratori sostenendo che, nonostante i loro legali avessero presentato studi e documentazioni riguardanti le conseguenze provocate dall’esposizione prolungata davanti al computer, i documenti da loro presentati:

“non appaiono sufficienti a provare il danno che ciascun ricorrente possa avere tratto dalla adibizione a videoterminali e PC, dal momento che affronta la problematica in generale, laddove la prova del danno passa, secondo i principi civilistici in materia, per la dimostrazione anzitutto dell’evento causativo, del nesso di causa e dell’elemento soggettivo presente in chi tale danno avrebbe prodotto”.

Il lato violento del Tecnostress:
la Computer Rage

Uno degli aspetti del tecnostress più evidenti e violenti è la cosiddetta: “Computer Rage”, la rabbia da computer.

Questa patologia si manifesta quando il soggetto si trova di fronte a un inaspettato blocco del computer, come un “crash” della macchina (soprattutto quando provoca una perdita di dati), o l’impossibilità di farla partire perché si è dimenticata la password, o i lunghi tempi di attesa per il caricamento dei programmi o l’elaborazione dei dati.

La “Computer Rage” provoca degli improvvisi attacchi di furore che si esprimono con grande irruenza: c’è chi afferra la tastiera e la sbatte sul tavolo, chi lancia il mouse contro il monitor, chi cerca di infilare il computer nel cestino della carta straccia e chi strappa i cavi dal muro.

Eccovi qualche video-esempio di Computer Rage.

Il ricercatore Morton C. Orman
 ha identificato le principali cause della ‘Computer rage’ in un un report intitolato “Common Causes of Computer Stress”:

1.    Non anticipare i problemi
Virus, crash ed altri disastri non sempre possono essere evitati, ma è possibile almeno attutirne gli effetti. Da quanto tempo non fate un back-up?

2.    Risparmiare a tutti i costi
Modem meno cari, ma più lenti, processori non aggiornati che non fanno girare i nuovi programmi, schede grafiche a poco prezzo e bassa prestazione. Siamo sicuri che il risparmio valga la frustrazione che provocano?

3.    Non chiedere aiuto
Molti neo-utenti si vergognano di chiedere aiuto e consigli, ficcandosi in guai del tutto superflui. Eppure quando si è agli inizi l’appoggio di un esperto è indispensabile.

4.    Non capire le ragioni dello stress
Le radici dello stress da computer sono legate soprattutto al nostro modo di pensare e al nostro comportamento. Invece di incolpare la macchina, si può tentare di capire un po’ meglio se stessi.

5.    Cercare scorciatoie
Con il computer, la strada più breve non è sempre la migliore. Usare un nuovo programma senza leggere il manuale o la guida in linea è un modo sicuro per perder tempo pensando di risparmiarlo.

6.    Aspettarsi troppo dal computer
Gran parte delle frustrazioni provocate dai computer derivano dall’idea che debbano funzionare sempre perfettamente. Ma purtroppo non è sempre così.

7.    Aspettarsi troppo da se stessi
Aspirare alla perfezione è inutile e frustrante. Anche gli informatici più esperti a volte cancellano un file per sbaglio e quando si affrontano programmi complessi gli errori sono comuni.

8.    Entrare in conflitto con gli altri
Dietro ai computer c’è sempre la gente. Lavorare con un calcolatore può dare l’illusione di trovarsi in un mondo isolato, ma non è così. I computer allargano la nostra capacità di interazione sociale, e poiché questa si svolge al di fuori del nostro controllo diretto, ad esempio via Internet, aumentano anche le possibilità di conflitto.

9. Non riuscire a fare il vostro lavoro
Alcune volte non riuscire a fare il proprio lavoro al computer non è colpa dell’operatore o del computer, ma del fatto che il il lavoro non è stato correttamente pianificato nelle sua fasi e che quindi è materialmente difficile o impossibile realizzarlo, vuoi per mancanza di informazioni, voui per carenze tecnologiche.

10. Compromettere l’integrità tua e di altri
Usare software copiato, shareware a gratis, copie di software commerciale, programmi con una licenza su più macchine sono tutti comportamenti illegali che giustifichiamo con il risparmio e la comodità. Ma probabilmente ne pagherete più avanti le ‘conseguenze accidentali’.

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