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Mag 21, 2012

Multitasking: ce n’è per tutti, ma non è da tutti!

In questo periodo sono in aumento gli studi e le ricerche focalizzate sul ‘multitasking‘, ovvero l’attività di svolgere più compiti contemporaneamente: parlare al telefono e navigare tra siti web, guardare la tv e twittare con il cellulare, parlare con un amico e seguire appassionatamente un partita di campionato.

Con l’avvento degli smartphone e dei tablet, il multitasking è una pratica ormai radicata nella vita delle persone, e non solo delle più giovani. E’ diventato una sorta di standard d’uso delle tecnologie, al punto che il 42% delle persone che possiede un tablet sostiene di utilizzarlo abitualmente mentre guarda la televisione.

Diversi studi hanno dimostrato come il multitasking si traduca spesso in una diminuzione della capacità di concentrarsi su un’attività e in un progressivo affaticamento cerebrale. Ma se sbagliare a scrivere un e-mail mentre si guarda la televisione è una conseguenza accettabile, esistono professioni e/o situazioni in cui l’abitudine al multitasking e l’affaticamento cerebrale che ne consegue possono risultare pericolosi.

E’ quindi interessante riportare in questo articolo alcuni risultati di recenti studi e ricerche sul ‘multitasking’ che possono aiutarci a conoscere e capire meglio questo fenomeno che – più o meno – oramai ci coivolge tutti.

Prima notizia

In una ricerca del settembre 2011 condotta da Adam Brasel e James Gips (docenti della Carroll School of Management di Boston, e pubblicata su Cyberpsychology, Behavior and Social Networking) i due studiosi hanno istallato delle speciali telecamere per registrare i movimenti dello sguardo di alcuni volontari a cui è stata concessa mezz’ora d’uso contemporaneo di televisione e computer.

Il risultato? In 27 minuti i volontari hanno spostato in media 120 volte gli occhi da uno schermo all’altro. Quando infatti si è chiesto loro quante volte erano passati dalla TV al Pc e viceversa hanno dichiarato di averlo fatto una quindicina di volte al massimo, dieci volte in meno rispetto alla realtà.

Spiega Adam Brasel:

“Quando cerchiamo di prestare attenzione a più di un mezzo tecnologico in realtà non ci riusciamo che per pochi secondi”.

La media misurata dalla ricerca è di 6 secondi se si tratta del computer, e meno di 2 se si guarda la televisione. Anche i momenti di concentrazione superiori al minuto da parte dei volontari durante la ricerca sono stati rarissimi: solo nel 2,9% per cento dei casi in cui si guardava la TV e solo nel 7,5% delle volte in cui si seguiva il computer.

Le differenze d’età sono state insignificante: anche gli over 40 avevano la stessa attenzione frammentata e alternata, distogliendo lo sguardo in media 100 volte nell’arco dei 27 minuti.

Inoltre, precisa il ricercatore:

“il nostro test prevedeva l’uso simultaneo di pc e TV ma sappiamo bene che la realtà include anche telefoni, lettori mp3, navigatori che spesso gestiamo e teniamo accesi tutti assieme, finendo per essere ancora più incapaci di focalizzarci sull’uno o sull’altro”.

Clicca qui per scaricare  il report della ricerca.

Seconda notizia

Una ricerca pubblicata dalla rivista Nature a questa pagina  – a cui ha dato ampio risalto il Wall Street Journal – ci conferma che solo il 2,5 per cento degli utilizzatori di tecnologie (detti “super-taskers”) sono in grado di fare più cose insieme. Tutti gli altri possono anche pensare di saper lavorare in “multitasking”, ma in realtà stanno solo spostando velocemente la propria attenzione da un obiettivo a un altro – rischiando in questo modo di far male entrambe le cose.

In realtà, spiega sempre il Wsj, siamo in grado di affrontare alcune “task” contemporaneamente: è il caso di attività “automatiche”, quali pulire o lavorare a maglia, che non ci impediscono di ascoltare la musica o di guardare la tv; ma anche di compiti che vengono specificamente selezionati dal nostro cervello.

Nella ricerca gli studiosi della California University di San Francisco hanno cercato di capire il funzionamento del multitasking partendo dal fragore generato da una festa per scoprire che è proprio la zona della corteccia sensoriale del cervello localizzata dietro le orecchie (la parte che riceve ed interpreta gli stimoli uditivi) ad accendersi in presenza di un solo suono o rumore, e che grazie agli occhi, aumenta la sua capacità di percezione, facendo registrare così solo il suono o il rumore più alto come fosse l’unico presente.  Questo fenomeno è conosciuto come cocktail-party effect.

Edward Cheng, direttore dell’indagine, spiega il risultato finale della ricerca:

“non si può dedicare attenzione a più cose. Il cervello censura il frastuono e ci aiuta a sopravvivere in un mondo così rumoroso. Spingere le nostre capacità oltre questa sorta di attività sensoriale ci induce a fare molti errori. Basti pensare a tipiche attività multitasking, come parlare al telefonino mentre si guida, che possono avere anche conseguenze tragiche”.

Terza notizia

Nello studio “The ‘Myth’ of Media Multitasking: Reciprocal Dynamics of Media Multitasking, Personal Needs, and Gratifications” – pubblicato poche settimane fa nel Journal of Communication – Zheng Wang e colleghi hanno dimostrato che il multitasking va a stimolare quei centri del cervello che producono gratificazione (e quindi benessere), dando spesso l’illusione al multitasker di stare compiendo un miglior lavoro.

Spiega Wang:

“C’è questo mito, per cui molta gente crede che il multitasking li renda più produttivi. In realtà a quanto pare interpretano in modo sbagliato i sentimenti positivi provocati dal multitasking. Non sono affatto più produttivi, sono solo emozionalmente più soddisfatti dal loro lavoro” e conclude “”E ‘fondamentale che esaminiamo attentamente l’influenza a lungo termine dei media multitasking sullo svolgimento di compiti cognitivi.”

Quarta notizia

Un nuovo studio dell’Università dell’Illinois è stato pubblicato online nella rivista Psychology and Aging e ha verificato se un’attività multi-tasking (ascolto di musica o conversare con un cellulare) può essere fonte di sufficiente distrazione per mettere a rischio i pedoni quando attraversano una strada.

Nello studio, 18 studenti universitari (dai 18 ai 26 anni) e 18 adulti più anziani (59 anni a 81) hanno attraversato delle strade sia privi di distrazioni, sia ascoltando musica o parlando al telefono.

I ricercatori hanno scoperto che i più giovani non hanno mostrato alcuna riduzione di capacità nel compiere la performance, ma le persone più anziane sono risultate significativamente in difficoltà e a rischio nell’atttraversare la strada utilizzando al tempo stesso il telefono cellulare.

Quinta notizia

Al MIT stanno sviluppando Brainput, un nuovo tipo di software che permette a un computer (o a un dispositivo mobile) di capire quando l’utente comincia a perdere colpi e di regolare di conseguenza la propria interfaccia.

Brainput riesce a determinare quando un carico di lavoro stia diventando eccessivo per una persona sfruttando una tecnologia di scansione cerebrale chiamata fNIRS (functional Near InfraRed Spectroscopy).

Questo sistema analizza l’attività cerebrale di un soggetto mettendo in relazione l’attività metabolica dei suoi neuroni con la quantità di ossigeno presente nei vasi sanguigni. Si tratta di una tecnica non invasiva e ha consentito ai ricercatori del MIT di testare con relativa semplicità il funzionamento di Brainput.

Nell’esperimento una persona è stata posta ai comandi di due robot virtuali dotati di software Brainput integrato. Il compito del soggetto era quello di manovrare i due robot per portarli all’uscita di un labirinto evitando che essi andassero a scontrarsi contro le pareti. Per fare ciò, il soggetto era tenuto a passare da un robot all’altro in continuazione, per controllare che procedesse nella giusta direzione e che non fosse a rischio incidente.

Nel corso del test, Brainput monitorava l’attività cerebrale dell’individuo e, quando il carico di lavoro risultava eccessivo, faceva in modo che i due robot procedessero in maniera più autonoma, completando da soli alcuni cambi di direzione. Questo cambiamento non veniva percepito dal soggetto che però riusciva a portare avanti la sessione di multitasking senza affaticarsi troppo.

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Mag 14, 2012

I rischi psico-sociali emergenti in un saggio Olympus

Recuperiamo da un articolo di PuntoSicuro questo secondo Working paper di Olympus che contiene un saggio dal titolo “La valutazione del rischio da stress lavoro-correlato ai sensi dell’art.28 del d.lgs. 81/2008″a cura di Marco Peruzzi.

Nel saggio viene affrontato il tema della valutazione del rischio da stress lavoro-correlato ai sensi del Decreto Legislativo 81/2008 e vengono poi presentati i dieci ‘nuovi’ rischi psico-sociali emergenti. Si tratta di un argomento interessante che riprendo per intero:

In relazione ai rischi psico-sociali, che necessitano della mediazione dello stress lavoro-correlato (cd. indirect stress pathway), sono stati identificati dieci ‘nuovi’ rischi psico-sociali emergenti. Laddove per ‘nuovo’ viene inteso “un rischio, precedentemente sconosciuto, causato da nuovi processi, nuove tecnologie, nuove tipologie di luoghi di lavoro e cambiamenti sociali/organizzativi o una problematica a lungo conosciuta che solo ora viene considerata un rischio, per un cambiamento nella percezione sociale ovvero per l’acquisizione di nuove conoscenze medico-scientifiche”.

I dieci rischi emergenti sono classificati all’interno di sei macro-aree:

  • nuove tipologie di contratto di lavoro e precarietà: la nozione di ‘precarietà’ adottata dalla ricerca Osha è ìuna nozione di tipo a-tecnico (OSHA 2007, p. 30). Facendo, in particolare, riferimento al modello costruito da RODGERS e RODGERS (1989), la precarietà del lavoro viene qui individuata sulla base di quattro parametri specifici: l’incertezza sulla continuità dell’impiego, lo scarso controllo individuale o collettivo sul lavoro (condizioni di lavoro, retribuzioni, orario di lavoro), determinato altresì dalla frammentazione delle responsabilità e dalla sottorappresentazione nei comitati salute sicurezza, lo scarso livello di protezione (minor disponibilità dei dispositivi di protezione individuale, protezione sociale, protezione contro la disoccupazione o contro la discriminazione) ed, infine, la vulnerabilità economica. A tali fattori, si possono aggiungere le scarse opportunità di formazione, di apprendimento lungo tutto l’arco della vita e di sviluppo professionale;
  • orario di lavoro irregolare e flessibile: Osha adotta una ‘nozione atecnica’ partendo dalla ìconstatazione che il concetto di orario di lavoro flessibile e/o irregolare include una crescente varietà di modelli e rifugge pertanto una definizione uniforme e comune a tutti i contesti nazionali coinvolti. L’orario viene, in tal senso, definito come irregolare quando varia da giorno a giorno o da settimana a settimana, mentre è qualificato come flessibile quando la sua estensione è modificabile (ai fini dell’individuazione dei rischi psico-sociali rileva, pare evidente, soltanto la modificabilità da parte del datore di lavoro);
  • instabilità del posto di lavoro: riorganizzazioni aziendali, esternalizzazioni, fusioni e acquisizioni sono cambiamenti che implicano, per lo più riduzioni del personale, un’ulteriore fonte emergente di rischi psico-sociali è individuata nell’instabilità del lavoro, intesa come probabilità percepita o paura di perdere il proprio posto di lavoro;
  • intensificazione del ritmo lavorativo: può essere qualificata, adottando la definizione di Thèry, come un complesso, multiforme fenomeno associato ad una moltitudine di vincoli e costrizioni: il passaggio a modelli organizzativi produttivi automatizzati, l’integrazione di vincoli commerciali (scadenze, flessibilità, tempi di reazione, diversificazione), il passaggio nell’organizzazione del lavoro a una maggiore autonomia e a maggiori responsabilità, l’individualizzazione della gestione delle risorse umane e i cambiamenti nella valutazione del lavoro e nei meccanismi di controllo;
  • invecchiamento della forza-lavoro: se non adeguatamente gestito, il fattore età può diventare allíinterno dell’organizzazione aziendale un’ulteriore fonte di rischi psico-sociali. La sua crescente diffusione richiede, pertanto, interventi mirati che consentano ai dipendenti di rimanere nel ciclo produttivo fino all’età pensionabile;
  • violenza, mobbing, bullying: all’interno della ricerca pubblicata dall’Agenzia europea la violenza viene distinta in fisica e psicologica, riconducendosi a quest’ultima categoria quei fenomeni che, a seconda del contesto culturale o geografico, vengono diversamente qualificati come mobbing, bullying o molestie.

Clicca qui per scaricare il saggio “La valutazione del rischio da stress lavoro-correlato ai sensi dellíart. 28 del d.lgs. 81/2008” a cura di Marco Peruzzi,  Working Papers di Olympus 2-2011 (formato PDF, 348 kB).

 

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Mag 14, 2012

Information Overload – Sovraccarico Informativo – OVERLOAD! il libro

Come sappiamo, moltissime attività professionali – non solo quelle di alcuni settori della finanza e del terziario avanzato – sono oggi caratterizzate dal continuo flusso informativo indirizzato verso il lavoratore, che deve elaborare queste informazioni e ‘scartarle’ o ‘lavorarle’ di conseguenza. Questo flusso è costituito da infinite e-mail, dai social media, dagli sms, da tutta una serie di servizi e di strumenti di ricerca che producono un drammatico aumento nella produzione di informazione.

Succede così gli stessi strumenti impiegati per rendere più efficienti i lavoratori della conoscenza li bombardano di così tante informazioni che offuscano i loro sensi e ostacolano la loro capacità di innovare e produrre. Le informazioni diventano ‘eccessive’ il lavoratore non è pià in grado di ‘interpretarle’ con lucidità e velocità; si trova in una condizione psicologica di sovraccarico informativo, una delle principali cause di tecnostress nei luoghi di lavoro.

Jonathan Spira, esperto del settore tecnologico, ha scritto ‘OVERLOAD!’, un libro dove racconta storia e manifestazioni del sovraccarico informativo sui luoghi di lavoro, e presenta consigli e strategie per limitare le conseguenze  e i costi. Ricco di utili, consigli pragmatici, OVERLOAD! fornisce informazioni, suggerimenti e strategie impiegati da importanti organizzazioni mondiali, tra cui IBM, Intel, Morgan Stanley, e US Air Force.

Ecco le statistiche impressionanti di tempo e denaro perso a causa del sovraccarico informativo, presentate da Spira:

  • Ci sono 78,6 milioni di lavoratori della conoscenza nei soli Stati Uniti
  • Il sovraccarico informativo costa all’economia americana quasi $ 1 trilione 2010
  • Un minimo di 28 miliardi di ore si perde ogni anno per sovraccarico informativo negli Stati Uniti.
  • La lettura e l’elaborazione di soli 100 messaggi di posta elettronica può occupare più della metà della giornata di un lavoratore.
  • Ci vogliono cinque minuti per tornare in pista dopo una interruzione di 30 secondi.
  • Per ogni 100 persone che sono inutilmente in copia su una e-mail, si sono perse otto ore.
  • Il 58 per cento dei lavoratori statali passa metà giornata lavorativa al deposito, l’eliminazione o la selezione delle informazioni, ad un costo di quasi 31 miliardi di dollari di dollari.
  • Il 66 per cento dei lavoratori della conoscenza sentono di non avere abbastanza tempo per svolgere tutto il ​​loro lavoro
  • Il 94 per cento degli intervistati si sono sentiti sopraffatti dalle informazioni al punto da non essere in grado di decidere.
  • Una delle principali compagni del Fortune 500 società stima che il sovraccarico informativo incide sui prori costi per la somma di 1 miliardo di dollari l’anno.
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Mag 13, 2012

I am suffering from TechnoStress! Badge per giacca.

Il computer non vuole ripartire? Il telefono ha il display morto? Il player mp3 suona i brani al contrario?

Quando troppi apparecchi e gadget elettronici mostrano dei malfunzionamenti potrebbe venirvi il Tecnostress. Segnalate a tutti il vostro stato di rischio con questo bottone da giacca.

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Created on 26/12/2011 17:08

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