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Dic 21, 2020

Lo smart working fa più male del lavoro in ufficio

lo smart working fa male

Un nuovo studio condotto da scienziati di vari istituti dell’Università della California del Sud dimostra che lo smart working può aumentare i problemi di salute.

La ricerca è stata condotta online tra il 24 aprile e l’11 giugno di quest’anno con un campione finale di 988 interviste.

Le domande hanno raccolto informazioni sullo stato di salute fisica e mentale dei lavoratori in smart working cercando di rilevare la presenza di nuove problematiche rispetto al periodo pre-pandemico, quando lavoravano regolarmente nei propri uffici.

Il 64% degli intervistati in smart working ha dichiarato di aver sviluppato almeno un nuovo problema di salute fisica, mentre il 75% ha affermato di avere un nuovo problema di salute mentale, come ansia, stress, sintomi depressivi e simili.

Gli studiosi hanno anche osservato che le donne avevano un rischio maggiore di sviluppare nuovi problemi di natura psicofisica e di manifestare sintomi depressivi (anche riconducibili allo stress da pandemia) rispetto ai colleghi uomini.

Il 75 percento dei partecipanti ha dichiarato di aver modificato i propri orari per venire incontro alle esigenze dei colleghi, inoltre il tempo trascorso dietro al computer è aumentato in media di 1,5 ore rispetto a quello trascorso in ufficio.

Gli scienziati evidenziano che l’impatto negativo dello smart working sulla salute è per la maggior parte dovuto all’inadeguatezza delle postazioni di lavoro (illuminazione, temperatura, posizione, seduta, eccetera) e al fatto che non tutti disponevano di uno spazio casalingo riservato dove poter lavorare in tranquillità.

I dettagli della ricerca “Impacts of Working from Home during COVID-19 Pandemic on Physical and Mental Well-Being of Office Workstation Users” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Journal of Occupational and Environmental Medicine.

L’abstract della ricerca è disponibile a questo link.

Dic 1, 2020
Cristina Falzolgher

E’ di oggi il Convegno AiFOS sull’Information Overload: abitare gli ambienti digitali

Si è appena concluso presso Ambiente&Lavoro Digital il Convegno organizzato da AiFOS  “INFORMATION OVERLOAD, come contrastare il sovraccarico cognitivo”, con il prezioso contributo di Elisabetta Maier, formatrice AiFOS.

Tanti gli spunti originali, e in linea con le tematiche trattate su questo sito, che meritano una citazione a caldo.

  • 1. Le nuove geometrie spazio-temporali del nostro “vivere connessi”. Non utilizziamo, infatti, più solo le tecnologie  bensì viviamo ormai al loro interno,  lavoriamo e ci incontriamo, talvolta per mezzo di avatar (identità di rete) in spazi virtuali che sono realtà esistenziali, mentre l’Internet of Things trasferisce perfino una semplice lavatrice, con il suo carico concreto di calzini e indumenti, dall’altro lato dello specchio nel mondo etereo delle connessioni. Un pensiero va a McLuhan, prontamente ricordato dai relatori, Rocco Vitale e la Maier.

  • 2. La valutazione dei rischi che deve, o almeno avrebbe dovuto cambiare in base al principio sancito all’art 29 dell’81/08 (nel frettoloso passaggio allo smart working e alla turnazione anti-Covid non dovremmo esserci persi questo elemento chiave…), e per la quale dovrà tornare al centro il carico mentale e cognitivo, insieme gli aspetti ergonomici delle postazioni casalinghe, in linea con norme tecniche quali la EN ISO 10075-3.

  • 3. Il “carico” informativo che il lavoratore digitale ‘sposta’ in byte è a volte enorme – e la relatrice lo equipara al carico valutato per la Movimentazione Manuale – ed è spesso dovuto all’eccesso di informazioni di cui rischiamo di diventare vittime, a rischio di sviluppare un vero IAD o “internet addiction disorder” – nel tentativo di placare la nostra fame di notizie. Magari con informazioni “fast food” che non ci nutrono davvero e contribuiscono solo a confonderci, allontanandoci dai veri obiettivi.

  •  4. La necessaria e urgente regolamentazione del “lavoro agile” affinché non diventi “lavoro (fr)agile”, privo di tutele reali – e non solo formali, radicate nella pratica manageriale – aprendo il fianco a una dimensione di fatica quotidiana senza soluzione di continuità.  A causa della mancanza di regole chiare e codici di comportamento da un lato, dell’invadenza dell’OVERLOAD informativo dall’altro, senza però tralasciare la responsabilità individuale di ognuno nel farci sopraffare e tiranneggiare dal browser (e da un sopravvalutato quanto fallace mito del multitasking).

Elisabetta Maier ci chiede quindi di porci alcune semplici domande per scovare l’”Internet Addiction Disorder” che potrebbe averci già, in parte, rovinato la vita:

Quanti secondi impiego a prendere in mano il cellulare all’arrivo di un messaggio? mi sento a disagio se non posso controllare le mail? prendendo il caffè con amici, metto il telefonino sul tavolo per controllarlo di continuo?

Ricordandoci che esistono ancora sveglie analogiche in commercio e che un’ora al giorno di pura disconnessione, da dedicare a noi stessi e al mondo fisico che ci circonda, può farci solo bene.

Sono tutti argomenti interessantissimi quelli trattati dal convegno – di cui riporteremo la presentazione non appena verrà resa disponibile da AiFOS, e che riprenderemo a breve.

Restate dunque…ehm…connessi 😉