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Ott 22, 2020
Cristina Falzolgher

Tecnostress e insegnamento universitario

Le Università di tutto il mondo stanno sviluppando ampi programmi di formazione basati su tecnologie informatiche e sul web,  promuovendo la fruizione di contenuti formativi su mobile, in modalità mista o blended (in presenza/a distanza) e la virtual reality based instruction (Markowitz et al. 2018; Qi 2019). I benefici per gli studenti sono indubbi, mentre i docenti universitari, che spesso non sono altrettanto “nativi digitali”, soffrono per la continua necessità di adeguamento a nuovi canali e tecnologie in rapida evoluzione (Jena, 2015; Hatlevik amd Hatlevik, 2018).

Da un importante studio realizzato in Cina nel 2016, che si focalizza su un modello multidimensionale di analisi del rapporto tra individuo ed ambiente (Person-Environment), sembrerebbe chiaro il legame tra il disagio Individuo-Organizzazione, in cui la seconda variabile è determinata dal management e dalle pressioni che derivano verso la digitalizzazione e il conseguente disagio nel rapporto con la tecnologia (Person-Technology), fino ad avere difficoltà nei rapporti interpersonali con i colleghi docenti (Person-Person).

Secondo l’indagine, il tecnostress così generato dall’utilizzo delle tecnologie ICT sarebbe più significativo nelle fasce di docenza di grado superiore, contribuendo a peggiorare le performance lavorative di chi ne è colpito, nei casi peggiori fino al burnout.

Lo studio parrebbe evidenziare quindi una genesi del fenomeno nell’interazione poco bilanciata dell’individuo con molteplici dimensioni del proprio ambiente, in rapporto reciproco (Organizzazione/Tecnologie/Persone).

Già dal 1998 studiosi come Edwards si sono concentrati sulla prospettiva che vede il rapporto tra Individuo e Ambiente circostante come centrale nello sviluppo del tecnostress.

Il paradosso della graduale digitalizzazione della funzione educativa è che, nel facilitare le interazioni, rischia di rappresentare una sfida al benessere psicofisico dei docenti (Ayyagari, 2011). Tra gli effetti tangibili, la velocità eccessiva degli scambi (tecno-overload)  e la loro invasività, nonché l’incertezza in materia di cyber security. La costante evoluzione tecnologica spinge inoltre i docenti a sentirsi insicuri e “poco preparati”,  aumentando il loro livello di stress.

In pratica, le dimensioni classiche dello stress (come sintetizzate nei famosi 6 “Management Standard” HSE) sono in gran parte presenti anche in questo scenario.

Ad esempio, la “Domanda” si riferisce alle richieste qualitative e quantitative sul fronte organizzativo e tecnologico confrontate con le effettive abilità e la disponibilità temporale dei docenti. Mentre il “Supporto” è rappresentato dalla capacità dell’istituzione di accompagnare il cambiamento, dall’infrastruttura ICT nel favorire il raggiungimento degli obiettivi di lavoro e dei colleghi nello stimolare l’adozione delle nuove modalità di lavoro.

Quando le modalità e gli strumenti di supporto non riescono a colmare le esigenze dei docenti si apre la strada al disagio e al tecnostress.

A seguire pubblicheremo nuovi approfondimenti su questo tema cruciale che, nel periodo in cui stiamo vivendo, investe un po’ tutte le categorie di insegnamento non solo di livello universitario.

Set 20, 2020
Cristina Falzolgher

Quando il “Less is More” viene applicato al digitale.

Un maestro dell’architettura ispira il nuovo approccio alla società dell’informazione.

Tecnostress ed aquilibrio digitale

Luca Conti è un giornalista di successo e un esperto di social media marketing, ma se vi imbattete oggi nella sua vetrina professionale in rete troverete poche semplici righe che ci raccontano di un cambiamento profondo. E una riflessione che viene da lontano.

Verso un equilibrio digitale

Nel suo podcast su Piano P, la piattaforma dei podcast giornalistici, Conti ci parla del minimalismo digitale, un approccio che ci ricorda il celebre detto “meno è meglio” dell’architetto Mies Van der Rohe.

Il tema minimalista è molto presente in vari ambiti, dalla cura della casa alla difesa dell’ambiente, ma la sua applicazione a dispositivi e contenuti digitali – che nella nostra percezione non occupano spazio fisico, trattandosi di byte “facilmente” scaricabili e accumulabili – è originale.

100 “diamantini” giornalieri da sfruttare al meglio

Secondo Conti, l’invasività della tecnologia, con il suo potenziale distraente – contribuisce alla perdita di produttività e concentrazione, quindi ad accrescere il Tecnostress e favorire sindromi da dipendenza patologica come la FOMO (Fear Of Missing Out).

Questa invasività può essere arginata praticando una rigorosa selezione delle priorità e dei contenuti a cui dare valore. Partendo da una scrivania ordinata (con massimo 5 “item” in bella vista), fino ad organizzare la propria fruizione digitale, anche tramite un uso accorto ed “esclusivo” dei dispositivi. Ad esempio, proviamo a mantenere separati gli strumenti dedicati al lavoro da quelli in cui abbiamo installato APP di messaggistica per chattare con gli amici o giochi multimediali.

In questo modo, suggerisce Conti, ci sarà più facile suddividere il tempo produttivo dal tempo libero, sfruttando al meglio i 100 “diamantini” giornalieri di vita attiva a nostra disposizione, ognuno dei quali è composto da dieci preziosi minuti da vivere con saggezza.

Buon ascolto (e buona dieta digitale)!

Equilibrio digitale

Un podcast di Luca Conti (pandemia.info), prodotto da Piano P, su come usare la tecnologia senza diventarne schiavi. Smartphone, email, social media, app sono strumenti che possono aiutarci a vivere meglio, a farci stare persino più in salute, purché li usiamo e non ci facciamo usare.