Browsing articles tagged with "dipendenza da smartphone | TECNOSTRESS"
Lug 15, 2019

Liberati dal tecnostress (tuo e degli altri) con la prigione per smartphone

Notizie leggere come l’estate …

I colleghi di lavoro ti disturbano e ti distraggono con il loro continuo flusso di messaggi? Gli amici ti ignorano mentre gli stai parlando per guardare nonsisacosa sui loro cellulari? La donna della tua vita non ascolta il tuo amore perché sta chattando (e con chi?) Ti senti solo quando guardi i tuoi figli a cena che guardano Facebook, Instagram, o YouTube, naturalmente ognuno il suo?

Ecco la soluzione che ti ridarà il dialogo e la relazione nella tua casa e nel tuo ufficio! Usa la Prigione per smartphone sequestrare la causa della loro distrazione.

  • Gadget per eliminare ogni tentazione social per evitare che gli amici si distraggano
  • Prima di iniziare qualunque attività sequestrate gli smartphone
  • A attività terminata aprite la prigione e restituite gli smartphone
  • Ottima idea anche per fare periodi personali di digital detox

Con la Prigione per smartphone potrete sequestrare a tutti i vostri ospiti gli smartphone e rinchiuderli in un’apposita prigione fino a fine serata.

In questo modo se state cenando potrete passare la serata chiacchierando, come è normale che sia, evitando i tristi silenzi causati da un uso eccessivo degli smartphone.

Lo stesso vale se amate i giochi da tavolo o i giochi di ruolo. Prima di iniziare la partita si procede con il sequestro di quei gadget diabolici. Solo a fine serata, a divertimento concluso, tutti potranno ricevere di nuovo il loro amato smartphone.

La Prigione per smartphone è un’idea regalo divertente ma al tempo stesso molto utile. Una soluzione d’altri tempi a un grosso problema moderno.

E costa solo 12,90 € + spese di spedizione a questo link

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Phubbing: i miei colleghi di lavoro sono la principale distrazione dal mio telefono

“La mia vità è diventata la principale distrazione dal mio telefono” (nella versione professionale “I miei colleghi di lavoro sono la principale distrazione dal mio telefono”).

Questo il brillante titolo della ricerca “My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners” firmata da James Roberts e Meredith David pubblicato su Computers in Human Behavior (Volume 54, January 2016, Pages 134-141) che indaga il fenomeno del phubbing.

Innnzitutto, che cosa significa phubbing?

Phubbing nasce dalla combinazione dei termini inglesi phone (telefono) e snubbing (il verbo snobbare, ignorare, trascurare) ed è un neologismo creato per indicare l’atteggiamento, assai poco cortese, di trascurare una persona con cui si è impegnati in una qualsiasi situazione sociale (dalla camera da letto al caffè al bar al luogo di lavoro) controllando compulsivamente lo smartphone.

Questo modo di fare – molto comune tra i gruppi di adolescenti, ma facilmente osservabile anche in un ristorante, dove in media assiste a 36 casi di phubbing ogni serata – è in realtà un vizio comune a tutti del quale riteniamo essere portatori sani.

Ma il pubbhing non è solo disattenzione e scortesia, c’è di più. I risultati dello studio sopra indicato hanno evidenziato come il 36,6% dei volontari non si vedesse riconosciuta la giusta attenzione dal proprio partner e che il 22,6% aveva avuto dei problemi nella propria relazione proprio a causa di questo atteggiamento.

Il phubbing, quindi, non è grave perché è cattiva educazione, ma soprattutto per la sensazione che genera di essere lasciati soli e per il senso di inadeguatezza che deriva dal fatto di non riuscire a catalizzare su di se l’attenzione dell’altro.

A due anni di distanza dal primo studio, gli autori sono tornati sull’argomento e hanno pubblicato un nuovo studio sul Journal of the Association for consume research: “Phubbed and Alone: Phone Snubbing, Social Exclusion, and Attachment to Social Media“.

Nello studio si afferma che “Quando un individuo subisce phubbing si sente socialmente escluso, e questo conduce ad un bisogno molto forte di attenzione. Ma invece di recuperare l’interazione faccia a faccia, e così ricostruire un senso di inclusione, i partecipanti alla nostra indagine si sono rivolti ai social network per riguadagnare quel senso di appartenenza” alla disperata ricerca di quell’attenzione che gli interlocutori, gli amici, i partner e gli altri in generale gli hanno negato. Praticamente, chi viene ignorato per lo smartphone si rifugia sui social network.

E ancora “Subire l’esclusione da phubbing è anche collegato a un indebolimento del proprio benessere psicologico. Infatti chi viene escluso più spesso per questi atteggiamenti ha fatto registrare più elevati livelli di stress e depressione”.

Come fare a non praticare il phubbing verso qualcuno o a non subirlo da altri?

Innanzitutto, aderendo alla campagna ufficiale del sito ufficiale stophubbing.org, scaricando e diffondendo i materiali di promozione anti-phubbing (poster, decalcomania e segnaposto).

Poi, ci sono tre strategie pratiche per non cadere nella tentazione del phubbing:

  • Crea delle zone libere da smartphone: oppure crea tempi o situazioni in cui tutti i partecipanti (familiari o colleghi di lavoro) si impegnano a non utilizzare il loro smartphone. Può essere a pranzo, a cena, prima di andare a scuola, prima di andare a dormire, all’aperitivo con gli amici, eccetera. Bene stabilire delle “penalità” per l’esibizione, consapevole o no, dell’apparecchio.
  • Vivi senza distrazioni: lascia consapevolmente il tuo telefono o tablet in una stanza diversa in modo da non essere tentato di guardarlo e di usarlo quando stai cercando di trascorrere del tempo con altre persone.
  • Disabilita le notifiche non essenziali: non è così importante sapere istantaneamente se a qualcuno piace una tua foto su Instagram o rispondere immediatamente a un messaggio su Facebook. Riduci al minimo i ping e i ding vari e – se ce fai – metti in silenzioso il telefono quando puoi.

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Feb 13, 2017

Video “I (am)Phone – Dipendenza da Smartphone” di Andrea Baglio: frammenti di una vita da tecnostressato.

Mi segnala Andrea Baglio – attore e giovane regista di Verona di cui potete sapere di più direttamente sul suo sito – di aver realizzato un breve video intitolato ‘I (am)Phone – Dipendenza da Smartphone‘ per “sensibilizzare le persone nei confronti di un male (…) che sta prendendo sempre più piede, soprattutto tra i giovani: la “cocaina digitale”.

Nella presentazione del video mi scrive: “Uno dei tanti rischi della estremizzazione dell’utilizzo dello smartphone è che quest’ultimo diventi uno strumento per gestire abitualmente le relazioni, sostituendosi alla realtà” e prosegue “sono sempre più i casi di depressione legati alla ‘cellularomania’, la quale tende a manifestarsi soprattutto in relazione agli aspetti più fragili della persona”.

Il video è molto simpatico: una ripresa in soggettiva dallo smartphone ci mostra il protagonista afflitto da tutti i diversi aspetti quotidiani del tecnostress e della dipendenza da smartphone.

Il video – scritto, diretto, montato e interpretato da Andrea Baglio – lancia nel finale il suo messaggio  essenziale: “Metti giù il telefono e torna alla vita“. Guardatelo qui sotto.

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Lug 22, 2016

Allarme ‘smartphone walking’: 1 persona su 2 rischia la propria sicurezza

distracted-walking

Dati drammatici per lo “smartphone walking” in Italia, attività che provoca sempre più incidenti, perfino mortali: ha contagiato il 53% degli italiani che sembra non vogliono saperne di staccare gli occhi dal telefonino, neppure in strada.

Lo “smartphone walking” viene praticato soprattutto nelle grandi metropoli come Milano (61%) e Roma (58%), principalmente da manager (65%) e imprenditori (62%) tra i 30 e i 45 anni e giovani studenti (58%) tra i 16 e i 29.

Ecco due articoli con i dati della ricerca condotta da Found! che ha raccolto oltre 5.000 segnalazioni provenienti dagli osservatori sparsi per le cinque maggiori città italiane e che ha coinvolto 25 esperti tra psichiatri e sociologi.

Come zombie con lo smartphone: distratto un italiano su due

ANCHE se abbiamo fretta, è difficile rinunciare allo smartphone. Al punto che pur di restare incollati allo schermo, – magari controllando la posta, scrivendo in chat o inseguendo un mostro da allenare col Pokémon Go – non ci accorgiamo di cosa accade attorno a noi. Tantomeno dei pericoli che corriamo.

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Dic 13, 2015

Il tecnostress punta all’aumento della produttività, non importa se ci facciamo succhiare volontariamente l’anima.

Soul sucker 4

In questi giorni ho letto due notizie ‘minime’ che mi hanno fatto riflettere sul fatto che il tecnostress è spesso una scelta volontaria dell’utilizzatore di tecnologie digitali, oltre ad essere un preciso obiettivo nelle strategie pervasive dei produttori di apparecchi, di siti web e di contenuti.

In altre parole, più un utente è tecnostressato, più difficilmente riesce ad abbandonare le tecnologie e i contenuti che lo stressano, anzi, è più probabile che aumenti ancora tempi e frequenze d’uso, anche per scelta personale, o per una precisa politica aziendale.

E qual è il risultato di questo utilizzo compulsavo delle tecnologie? Facile ed evidente: ci viene risucchiata l’anima, e non esistiamo già come persone, ma come appendici digitali e false di noi stessi.

Ecco le due notizie.

Prima notizia: i tizi di Jabra – azienda di cuffie wireless bluetooth per l’ufficio, hanno condotto una ricerca sulla produttività in ufficio e i “nuovi modi di lavorare”.

La società ha intervistato nel maggio scorso 2.449 lavoratori di età compresa tra i 18 e i 65 anni provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Cina, Danimarca, Svezia e Norvegia.

Stando al rapporto, se da una parte le aziende cercano di creare luoghi di lavoro il più possibile produttivi, dall’altra sottovalutano la presenza di distrazioni all’interno dei gruppi di lavoro, come ad esempio riunioni poco organizzate, strumenti tecnologici non sempre semplici da utilizzare e ambienti rumorosi che non agevolano la concentrazione.

Più della metà dei dipendenti intervistati (il 51%) concorda che le riunioni senza una guida o un programma specifico servono solo a perdere tempo, il 32% lamenta una mancanza di spirito decisionale, il 31% sottolinea l’assenza di approfondimenti, il 26% una scarsa preparazione e il 25% i ritardi.

In particolare, il 36% degli intervistati ritiene che le riunioni di lavoro diminuiscano la produttività. Il 46% pensa che i rumori siano la cosa che più distrae in assoluto in ufficio e il 28% è irritato dalle troppe mail, anche se per risolvere un problema un dipendente su tre preferisce mandarne una piuttosto che telefonare.

Gli intervistati ritengono che dovrebbero essere maggiormente controllati i fattori ambientali, come temperatura, qualità dell’aria e mancanza di privacy.

Dallo studio è emerso anche che l’utilizzo di strumenti tecnologici è spesso controproducente. Si pensi, ad esempio, al tempo medio necessario per organizzare una conference call: il 25% inizia in ritardo a causa di problemi tecnici, e di conseguenza si perdono in media più di due minuti e mezzo a riunione. A seconda del numero dei partecipanti il tempo perso – e quindi il costo – può aumentare.

Inoltre, il 71% delle riunioni si svolge in un solo luogo, mentre il 29% prevede più sedi, e dunque l’ausilio della tecnologia è fondamentale. Ma spesso i lavoratori stessi faticano a utilizzarla, e uno su due dichiara di riscontrare a causa di ciò disagi significativi e irritanti.

Dalla ricerca emerge anche che una scarsa produttività incide sulla capacità di attrarre e trattenere il personale, così come le distrazioni sul posto di lavoro incidono in maniera significativa sull’equilibrio vita-lavoro. Il 36% dei lavoratori specializzati è in difficoltà a completare le proprie mansioni entro la fine della giornata lavorativa.

Il risultato è che i lavoratori in ufficio soffrono di ansia da prestazione anche quando le aziende credono di fare di tutto per ridurre lo stress dei dipendenti.

Visto queste scenario abbastanza triste qual’è la soluzione proposta da Jabra per ridurre lo stress dei dipendenti in tutte queste situazioni di lavoro e per migliorare al contempo le prestazioni lavorative, l’efficacia e la soddisfazione personale? Semplice: far usare ai lavoratori cuffie e auricolari Wireless con la riduzione del rumore ambientale (Jabra, naturalmente) per consentire loro di rispondere al 75% di chiamate in più e risultare quindi più produttivi.

Fonte: questo articolo: il fatto quotidiano
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/01/lavoro-per-i-dipendenti-ansia-da-prestazione-tra-riunioni-improduttive-rumori-e-troppe-mail/2268364/

Seconda notizia: I telefoni cellulari ci succhiano la vita e l’anima.
Ce lo mostra lo studente di Arte e Architettura Antoine Geiger con una serie di immagini digitali intitolata ‘SUR-FAKE’ (che segue un progetto precedente chiamato ’Sur-Face’) che mostra degli stranieri a Parigi che hanno la loro anima risucchiata fuori dai loro telefoni.

Geiger dice di questo progetto: “lo schermo è un oggetto di ‘sottocultura di massa’ che rende alienante il rapporto con il nostro corpo, e più in generale con il mondo fisico. Volevo rendere l’idea di queste false identità, sovraesposte, aspirate dal divario digitale che rompe la relazione con ‘reale’, per riportarci un immagine di sé dell’individuo. Quello che mi interessa in queste immagini di volti aspirati, è la sovra-esposizione che permette progressivamente una dimensione molto organica, nonché digitale, per rendere qualcosa abbastanza inquietante’.

testo in originale: “It [places] the screen as an object of ‘mass subculture,’ alienating the relation to our own body, and more generally to the physical world. I wanted to come back to the idea of these faked identities, over-exposed, sucked by the digital gulf that breaks the relation to ‘real’, to bring back a self-focused image of the individual. What interests me in this texture of sucked faces, is the over-exposure gradually allows a very organic dimension, as well as digital, to render something quite disturbing”).

Fonte: questo articolo Lostatminor

Smartphones are sucking the life out of these unsuspecting strangers

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