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Gen 14, 2019

Multitasking: cinque articoli presentano cinque diverse ricerche.

Cinque articoli sul multitasking: si parte dalla genetica, si sbircia nel cervello, si rivela una differenza ormonale di genere, ci si rende conto che porta più svantaggi che vantaggi, e alla fine si scopre che lo fanno meglio i piccioni!

Esiste un gene che consente il multitasking? – Wired

Wylie al Wired Next Fest: “Facebook violato? Cambiare password non è la soluzione” Le foto del Wired Next Fest 2018 a Firenze “Internet? Dobbiamo ancora completarla”, dice il papà della Rete Vint Cerf al Wnf Enrico Mentana al Wired Next Fest: “Il giornalismo?

Nel cervello il segreto del multitasking – Scienza & Tecnica

Si nasconde nel cervello il segreto del multitasking: saper svolgere più attività contemporaneamente dipende dal gene chiamato COMT. La scoperta, pubblicata sulla rivista Molecular Psychiatry, si deve all’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Genova e potrebbe avere applicazioni nella medicina personalizzata e nella cura di schizofrenia e sindrome da stress post-traumatico.

Le donne sono più “multitasking” degli uomini. Il segreto è negli ormoni

LE DONNE sono in grado di svolgere più compiti contemporaneamente? Si, secondo numerosi studi scientifici che hanno riconosciuto al gentil sesso proprio la capacità di essere multitasking, cercando spesso i motivi di questa abilità.

Il vero pericolo del Multitasking: che fa più cose insieme in realtà rende meno e ha il QI più basso

Probabilmente avrai già sentito che il multitasking è piuttosto problematico, ma nuovi studi rivelano che uccide la performance lavorativa e può addirittura danneggiare il cervello. Una ricerca condotta dall’università di Stanford ha scoperto che il multitasking si rivela meno produttivo della scelta di fare una sola cosa alla volta.

Multitasking: i piccioni lo fanno meglio

Potreste non considerarli così intelligenti, eppure c’è qualcosa in cui i piccioni ci battono: fare più cose contemporaneamente. Un gruppo di neuroscienziati cognitivi ha organizzato una sfida di multitasking tra uomini e pennuti, per capire come sia possibile che il piccolo cervello di alcuni uccelli possa in certi casi rivaleggiare con quello dei mammiferi.

Giu 11, 2018

Il bluff del Multitasking

Ho già parlato più volte di quella caratteristica individuale molto ‘ambita’ e ricercata nei luoghi di lavoro che è il multitasking, ovvero la capacità di eseguire due (o più) compiti simultaneamente, e ho già detto che questa capacità non esiste, si tratta di una sorta di ‘illusione’ più simile alla dispersione energetica e di attenzione che a una vera e propria capacità lavorativa.

Questo perché, a livello di attività cerebrale, la corretta esecuzione dello svolgimento di un compito presuppone un controllo cognitivo che può essere soggetto a interferenze ambientali, quindi la capacità di rimanere concentrati sugli stimoli target escludendone altri, inibendo inoltre certi tipi di risposte inappropriate.

In pratica, l’unitasking (o single-tasking) è il modo più efficace di lavoro; eppure il  multitasking – enormemente favorito dalla velocità con cui si sono diffusi i dispositivi tecnologici sia in ambito lavorativo che privato – è oggi lo comunemente considerato ‘efficace’ e rappresenta il modo ‘standard’ di utilizzare le tecnologie, al punto che si parla di media multitasking, definibile come lo svolgimento di due o più compiti, uno dei quali implica l’uso di un mezzo tecnologico (Lang & Chrzan, 2015).

Uno studio di Ophir e collaboratori (Ophir et al., 2009), ha mostrato quanto l’utilizzo costante del media multitasking conduca a un considerevole decremento dell’ attenzione e quindi ad una maggiore probabilità di distrarsi e di peggiorare le prestazioni a compiti che implicano il controllo cognitivo.

Quello che chiamiamo ‘multitasking’ è in realtà una continua di interruzione dell’attenzione; siamo tutti coinvolti a fare più cose alla volta in uno stato perenne di attenzione superficiale, accrescendo la possibilità di fare errori, diminuendo sensibilmente le nostre capacità, rendendoci poco performanti più insicuri, meno capaci di esprimere il nostro potenziale, fino al punto di danneggiare il nostro lavoro.

Siamo tutti in una condizione di C.P.A. Continous Partial Attention (attenzione parziale continua) che ha innumerevoli risvolti tossici a livello psicofisico.

E’ quindi necessario conoscere questo bluff del multitasking e informarsi su come poterlo contrastare o gestire limitandone i rischi.

Di seguito, una selezione di notize sul tema del multitasking degli ultimi mesi.

E-mail e multitasking sono ostacoli sulla via del successo. Le 7 regole del guru del management

Ci hanno sempre detto che per avere successo bisogna sgobbare di più, dimenticare la vita privata, essere campioni di multitasking. Praticamente vivere in funzione del lavoro. Un docente di Management dell’università della California Berkeley, già professore alla Harvard Business School e alla prestigiosa Insead, adesso sostiene che tutto ciò non solo sia inutile per arrivare al top, ma anche che possa danneggiare le prospettive di carriera.

Addio “multitasking”: se fai tante cose assieme, le fai tutte male (e ti stanchi di più)

Il multitasking? È una trappola. Nonostante siamo portati a pensare che “fare più cose contemporaneamente” sia la soluzione alla nostra ossessiva corsa contro il tempo, in realtà molte ricerche dimostrano che il multitasking non fa altro che renderci meno efficienti . Cadere nella trappola del multitasking è facile: lo facciamo tutti, tutti i giorni.

Multitasking: un’abitudine utile o di cui sarebbe meglio preoccuparsi?

Il multitasking è un fenomeno complesso, che richiede un alto livello di attenzione per poter svolgere due attività contemporaneamente. La letteratura scientifica si divide tra chi ritiene che il multitasking abbia una serie di effetti negativi, anche a livello cerebrale, e chi invece ne rivendica vantaggi e benefici.

Distrutti dal multitasking? Come sopravvivere allo stress del Terzo Millennio

Da un giorno all’altro, l’eczema da stress che mi spuntava sulla caviglia ogni volta che cambiavo lavoro, firmavo un contratto nuovo o avviavo una nuova collaborazione mi si è trasferito in faccia.

Dal multitasking al pensiero profondo: tempo, concentrazione e attenzione – Leadership & Management Magazine

Per molti anni nelle aziende ci hanno insegnato che essere multitasking ci permette di essere più efficienti ed efficaci, di svolgere più attività in meno tempo e con meno risorse.

Multitasking e media multitasking: gli effetti su attenzione e apprendimento

Il multitasking, ovvero l’esecuzione di due compiti simultaneamente, è un fenomeno divenuto ormai consueto nella società odierna ed è considerato un modo per massimizzare i risultati. Molti ricercatori ne stanno però mettendo in dubbio l’efficienza.

Come vivere bene ignorando le “sirene” del multitasking

I social ci vorrebbero produttivi e tempestivi come una macchina, ma versatili e pieni di spunti creativi. Per essere al passo con i tempi, ci dicono, dobbiamo diventare una sorta di equilibristi del 2.0 . Ma a chi giova davvero questa corsa all’efficientismo?

Tecnostress e orario di lavoro: chi può lavorare solo 5 ore al giorno?

technostress-ricerca

Periodicamente – direi circa una volta all’anno, di solito in primavera – ritorna la notizia che lavorare meno ore fa lavorare meglio e con migliori risultati. Nel 2015 si parlava di 6 ore al giorno, invece di 8 o anche più, sull’esempio di aziende private ed enti pubblici svedesi.

Però – come ben sappiamo nella parte di lavoratori digitali – su 8 ore di lavoro si riesce al massimo ad essere produttivi per 5/6 ore, non di più, a causa delle continue interruzioni dell’attenzione generate dalle tecnologie.

Secondo una recente ricerca di Bain & Company (che puoi scaricare in versione originale cliccando qui), un manager di livello medio lavora per 47 ore settimanali. Di queste, 21 dedicate a riunioni che coinvolgono più di quattro persone e 11 impiegate a email, chat, telefonate. Al lavoro vero e proprio, resterebbero 15 ore settimanali, poco più di 2 ore al giorno considerando una settimana lavorativa spalmata su cinque giorni.

Solo 2 ore al giorno di lavoro veroSe la tecnologia frena la produttività

produttività Telefonate, email, videoconferenze. Si sono spesi fiumi d’inchiostro sullo smartworking. Ma il lavoro intelligente aumenta davvero la produttività? Quando si timbrava il cartellino e si “staccava” dall’ufficio, si raggiungevano meno obiettivi di quelli di oggi?

Quest’anno l’argomento si ripropone, con una particolare attenzione per l’età del lavoratore: più sale l’età, meno si deve lavorare per poter essere efficaci. Dopo una certa età (individuata nei 40 anni), per contribuire al benessere della propria salute mentale, bisognerebbe lavorare 25 ore a settimana, o meglio tre giorni e riservare gli altri quattro giorni alle proprie passioni.

Questi sono i risultati di uno studio realizzato da Shinya Kajitani della ‘Meisei University’ e della ‘University of Melbourne’ (Australia), Colin McKenzie della ‘Keio University’ (Giappone) e Kei Sakata della ‘Ritsumeikan University’ (Giappone).

Lo studio, che è stato pubblicato su ‘Melbourne Institute Worker Paper serie’s‘, ha preso in considerazione un campione di 3.000 uomini e 3.500 donne. Di tale gruppo sono state valutate le abitudini lavorative e i parametri di salute ed è emerso che un part time verticale o orizzontale è il mix giusto tra gli stimoli ricevuti e un utilizzo non logorante delle proprie capacità. I ricercatori, infatti, hanno riscontrato nei vari test a cui erano stati sottoposti i membri del campione che un eccesso di richieste porta il cervello a regredire, mentre una quantità modica di lavoro al contrario è stimolante per il cervello.

Molto bello e suggestivo come ragionamento, ma mi sembra completamente avulso dall’attuale situazione del mercato del lavoro italiano.

Voi conoscete qualcuno che può permettersi di lavorare solo 25 ore alla settimana? (io uno lo conosco …) Soprattutto nel settore tecnologico e dell’informazione, dove tutte le ricerche indicano in minimo 8 ore con tendenza alle 10 e oltre l’impegno quotidiano dei lavoratori digitali, e spesso anche il sabato e la domenica …

A questa riflessione è dedicato l’articolo di qualche giorno fa di Di Frenna su ‘Il fatto quotidiano’ intitolato “Tecnostress, lavori più di 5 ore al giorno? Ecco i rischi che corri“.

Tecnostress, lavori più di 5 ore al giorno? Ecco i rischi che corri – Il Fatto Quotidiano

Siamo più connessi e più stanchi. Quasi tutte le professioni ormai necessitano l’uso di computer, cellulare, tablet, posta elettronica, internet, e un flusso enorme di informazioni entra nel nostro cervello. E dobbiamo elaborare tutto con velocità. Ma con quali rischi? Eccoli: mal di testa cronico, ansia, ipertensione, attacchi di panico, insonnia, disturbi cardiocircolatori e gastrointestinali, e, …

Apr 27, 2015

Dalla bugia del Multitasking alla realtà del ‘tempo condiviso’: risultati di una ricerca Accenture e aggiornamento sul multitasking

ricerca Accenture dic 2014

Nei giorni scorsi Accenture – multinazionale di consulenza di direzione, servizi tecnologici e outsourcing – ha rilasciato una recentissima ricerca dedicata all’ascolto sui luoghi di lavoro. La ricerca – intitolata “#ListenLearnLead” – è stata svolta nel novembre 2014 su un campione di 3.800 lavoratori di tutti i livelli (dall’impiegato al dirigente) in 30 stati differenti e di aziende di tutte le dimensioni (scarica il report della ricerca cliccando qui).

L’ipotesi di partenza era che una migliore capacità di ascolto sul luogo di lavoro migliora l’ambiente e il rendimento personale, e favorisce la crescita professionale. I risultati più evidenti della ricerca indicano che nonostante il 96% degli intervistati si consideri un buon ascoltatore, la stragrande maggioranza trascorre buona parte della propria giornata lavorativa impegnata su più fronti allo stesso tempo con il risultato per i 2/3 del campione che ascoltare è diventato molto più difficile ambiente di lavoro digitale odierno.

ricerca Accenture Listen

Prestando attenzione solo ai dati italiani, la quasi la metà degli intervistati (48%) afferma che le tecnologie digitali hanno un ruolo determinante nello svolgimento di più attività (apparentemente) simultanee, occupando il tempo tra la metà e i tre quarti dell’intera giornata lavorativa. Ne risulta che solo il 25% del tempo sarebbe dedicato a concentrarsi con l’attenzione e la precisione necessaria su un singolo compito/progetto.

Interessante il dato sul multitasking, dove il 66% del campione ritiene che il multitasking consenta di fare di più al lavoro, ma oltre un terzo (36%) afferma che le troppe distrazioni causano scarsa concentrazione, performance inferiori e minore interazione coi colleghi. (e che cos’è il multitasking se non una interruzione continua?)

ricerca Accenture Interruption

Tra le attività che creano il maggior disturbo vincono le telefonate e le riunioni e visite non pianificate, con una frequenza più che doppia rispetto a instant messaging e sms (rispettivamente 79% e 72% contro 30% e 28%). Assuefazione alla messaggistica e alle notifiche?

ricerca Accenture Multitasking

Dai dati generali, esce molto male anche l’attività di ascolto durante le videoconferenze, perché 8 intervistati su 10 dichiarano di fare altro durante i collegamenti, come scrivere e-mail di lavoro (66%) o personali (34%), rispondere via chat (35%), utilizzare i social media (22%), leggere notizie o articoli di intrattenimento (21%).

Dai risultati della ricerca si evidenzia la poca attitudine all’ascolto condizionata dall’eccessivo uso della tecnologia digitale, anche se il 48% del campione ritiene fondamentale il suo utilizzo per lo svolgimento di più attività durante la giornata lavorativa, ma tenendo ben di conto i rischi relativi alla gestione del sovraccarico di informazioni (55%) e alla continua evoluzione dei mezzi tecnologici (52%).

La considerazione finale del team di Ricerca Accenture non è l’uso degli strumenti digitali, ma il come questi vengono utilizzati. La soluzione è nel corretto equilibrio che permettere di tenere il ritmo senza particolari situazioni di stress o di altro genere.

Ricerca decisamente interessante che ci consente di aprire una finestra di approfondimento sul multitasking che, come abbiamo visto, è ritenuto una pratica positiva che “consenta di fare di più al lavoro“ da ben il 66% del campione.

Perché il multitasking è una bugia?

Intanto chiariamo una cosa: il multitasking non funziona: non ci rende più produttivi ma più stressati. Alla prima ricerca sull’argomento dell’Università di Stanford del 2009 ne sono seguite numerose altre che dimostrano che il multitasking:

  • Non accresce la produttività, anzi è proprio il contrario. Passare da una attività all’altra richiede sempre un tempo di aggiustamento. Ogni volta che cambiamo attività il nostro cervello deve in qualche modo riprendere il filo di quello che stava facendo, e questo impiega tempo (dai cinque ai venti minuti) ed energie. Sembra che solo il 2% delle persone sia in grado di utilizzare il multitasking in modo efficace, mentre il 98% riduce la propria produttività senza nemmeno accorgersene. Così, il continuo passaggio dal web al lavoro, tipico dell’ambiente digitale, è un sovraccarico difficile da gestire per la nostra mente che allunga tempi di esecuzione e che ci stanca. È più efficiente fare un compito alla volta, finire e passare a quello successivo.
  • Aumenta gli errori. L’attenzione è una risorsa scarsa. Alternare velocemente compiti diversi, lavorare spizzichi e bocconi su questo e su quell’altro tenendo d’occhio al contempo le e-mail e WhatsApp, mette a dura prova le nostre capacità di attenzione e di concentrazione. Lavoriamo in modo più superficiale e sbagliamo di più.
  • È stressante e a lungo andare aumenta il rischio di ansia, depressione, disordini nell’attenzione e problemi di iperattività.
  • Danneggia i rapporti con le persone: dedicare agli altri un’attenzione parziale e frammentata mentre stai lì a pensare al tuo lavoro, o rispondi a un sms o butti un occhio a qualche social, diminuisce drasticamente la capacità di ascolto e non fa bene alle relazioni, che si tratti di colleghi, di familiari, di amici.

Ma se non lavoriamo in Multitasking (anche se abbiamo l’impressione di farlo) come lavoriamo veramente?

Dato che il cervello non è capace di dedicare attenzione a più attività nello stesso momento, quando abbiamo la sensazione di fare diverse cose assieme in verità non facciamo altro che spostare la nostra attenzione da una attività all’altra molto velocemente. Siamo convinti di ragionare in multitasking ma ciò che stiamo facendo è ragionare in tempo condiviso.

Parlare di multitasking efficace è una sorta di ossimoro, perché “il cervello umano non è realmente in grado di agire in multitask,” dice Art Markman, psicologo cognitivo e autore di Smart Thinking (Ed. Perigee, 2012). “Ciò che il cervello umano compie in realtà è quello che chiamo condivisione del tempo (time-sharing).

Il time-sharing funziona in questo modo: il nostro cervello può pensare attivamente ad un solo compito alla volta, quindi noi siamo in grado di focalizzare su diversi tasks solo in successione seriale. Il passaggio da un compito al successivo avviene però in maniera talmente rapida che nemmeno ci accorgiamo che in realtà stiamo facendo una sola cosa alla volta. Siamo convinti di ragionare in multitasking ma ciò che stiamo facendo è ragionare in tempo condiviso.

La maggior parte di noi ritiene di essere abbastanza brava nella gestione multitask, ma in realtà ci stiamo ingannando. “Noi siamo il peggior giudice possibile per comprendere se siamo o meno dei buoni multitasker,” dice Markman. Questo perchè l’area del cervello che cerca di agire in mutitasking è anche la stessa che viene attivata per giudicare la prestazione in mutitask. Abbiamo semplicemente meno “banda di trasmissione” per valutare correttamente la nostra prestazione.

Ma se il multitasking è così inefficace perché ci ostiniamo ad applicarlo quotidianamente nel nostro lavoro quotidiano?

Una risposta la propone la ricercatrice Zheng Wang dell’università dell’Ohio che ha studiato il comportamento di 32 giovani, e si è accorta che questi tendevano ad adottare il multitasking soprattutto quando erano impegnati a studiare o a lavorare. Andavano cioè a caccia di distrazioni perché così sentivano meno il peso del compiti più impegnativi. La conclusione della ricercatrice è che molta gente crede che il multitasking li renda più produttivi. In realtà a quanto pare interpretano in modo sbagliato i sentimenti positivi provocati dal multitasking. Non sono affatto più produttivi, sono solo emozionalmente più soddisfatti dal loro lavoro.

Se quindi il Multitasking non è un’attività reale, ma è solo ‘tempo condiviso’ come possiamo aiutare il nostro cervello a gestire gli input uno alla volta per lavorare in maniera efficace? Lo psicologo Markman ci consiglia di:

1. Lavorare insieme sulle attività correlate. Quando vi concentrare su un’attività il vostro cervello attiva tutti i circuiti e i neuroni correlati a quel determinato compito. Quando passate ad un’altra attività il vostro cervello deve adeguarsi attivando differenti circuiti. Il passaggio avviene rapidamente, ma richiede una spesa ingente in termini di memoria, grado di attenzione e produttività. “Maggiori sono le volte in cui passate da un compito ad un altro e maggiori sono le volte in cui dovrete modificare lo stato attivo del vostro cervello,” dice Markman. “State perdendo tempo.”. Consigli: minimizzare il più possibile i costi legati alla commutazione da un compito ad un altro riunendo attività fra loro correlate; più le attività saranno fra loro simili e maggiore sarà la facilità di muoversi fluidamente dall’una all’altra.

2. Mantenete sempre in primo piano la vostra to-do list.   Se lavorate in un ufficio caotico create un sistema che vi assicuri che i compiti importanti ed i progetti a lungo termine non rischino di cadere nel dimenticatoio ed essere così trascurati. “In un ambiente multitask il flusso del lavoro viene molto spesso guidato dall’ambiente stesso, invece che essere gestito secondo le priorità impostate internamente,” dice Markman. “In buona sostanza la ruota che cigola viene ingrassata.” Consigli: ricordare a voi stessi quali sono le cose che necessitano realmente di essere portate a termine. Tenete la to-do list in un luogo dove sia visibile e organizzatela per priorità. Utilizzate una codificazione con colori differenti o grassetti per i compiti di maggiore importanza ed assicuratevi di dedicare a questi tempo sufficiente per portarli a termine, a prescindere dalle altre mille attività quotidiane.

3. Utilizzate i tempi di inattività per rivedere le informazioni. Uno dei pericoli del multitasking è che questo tipo di gestione si intrometta nel vostro processo di memorizzazione. “State interferendo con il processo di acquisizione delle informazioni,” dice Markman. Quando cercherete di richiamare alla memoria ciò che avete imparato durante un meeting con un cliente o una sessione di brainstorm sarà maggiore la probabilità che non riusciate a mettere a fuoco tutti i particolari. Consigli: quando stilate un documento importante lasciatevi del tempo per poterlo rivedere più avanti nel pomeriggio prima di renderlo ufficiale. Rileggetelo mentre vi muovete da una riunione all’altra o nel tragitto casa lavoro e spiegatelo nuovamente a voi stessi per essere sicuri di averlo correttamente compreso. “In questo modo avrete molte più probabilità di consolidare la vostra memoria,” dice Markman.

> Scarica la ricerca Accenture “#ListenLearnLead” – cliccando qui

Dic 21, 2014

Primo corso universitario italiano di Cyberpsicologia per affrontare il rischio internet di iperconnessi e ‘native born’

articolo cantelmi

Vengo a conoscenza nei giorni scorsi sull’internet delle numerosissime attività del dr. Tonino Cantelmi (Medico-Chirurgo, specializzato in Psichiatria e Psicoterapeuta), per me di particolare interesse quelle relative alle dipendenze comportamentali.

Il Cantelmi è stato il primo in Italia ad occuparsi dell’impatto della tecnologia digitale sulla mente umana (con il libro sul tema della dipendenza dalla rete: “La mente in internet”, Edizioni Piccin, 1999) ed è il fondatore di CEDIS, ente per lo studio delle dipendenze comportamentali (in modo specifico dipendenza da tecnologia e dipendenza sessuale).

L’ultima bella iniziativa del Cantelmi, in qualità di docente di psicologia dello Sviluppo all’università Lumsa di Roma, è l’avvo del primo corso universitario italiano di Cyberpsicologia.

La considerazione che sta alla base dell’avvio di questo nuovo corso è che l’impatto della tecnologia digitale sulla mente umana ha determinato una reale mutazione antropologica. Cantelmi – nel suo saggio “Tecnoliquidità – La psicologia ai tempi di internet: la mente tecnoliquida (ed. San Paolo)” – individua la nuova antropologia dell’Homus Digitalicus 2.0: il ‘mobile born‘, cioè i bambini molto piccoli, che ancora non camminano, ma che se vedono uno schermo ci mettono il dito sopra, dando per scontato che si tratti di un touch.

Questi mobile born hanno un cervello diverso sia dai loro fratelli più grandi – i nativi digitali – sia dalle generazioni pre-interet; sono più percettivi e meno simbolici, più rapidi, superficiali e capaci di gestire le attenzioni in modo multitasking. I ‘mobile born’ che oggi vanno all’asilo e alla scuola materna vivono la connessione a internet come condizione esistenziale, mostrando i sintomi di un passaggio evolutivo che porta alla strutturazione di nuovi schemi cognitivi e di nuovi processi nella costruzione della propria identità, individuale e collettiva.

Questi bambini saranno futuri uomini e donne che adotteranno schemi mentali e categorie di pensiero nuove. L’obiettivo del corso è quindi quello di formare i primi 100 cyberpsicologi italiani con una totale conoscenza del fenomeno mutagenico della rete e capaci di gestire gli effetti che può avere un cattivo utilizzo di internet.

“Il nostro mondo viaggia verso una colossale dipendenza dalla connessione: senza, infatti, molti di noi non sanno già più trovare un ristorante, corteggiare una donna, conoscere un amico, capire i mali del mondo, informarsi o divertirsi. E chiudere una storia d’amore. La dipendenza da Internet sta diventando anche un modo di vivere, dunque si colloca tra patologia e futura normalità. E come cambia il modo di esprimere il disagio psichico, ad esempio in chat e sui social, cambia anche il modo di curarlo.”.

 

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