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Mar 25, 2019

Technostress: un’analisi tecnica del fenomeno. Articolo di Massimo Servadio

Riprendo per intero e rilancio l’articolo “Technostress: un’analisi tecnica del fenomeno” che Massimo Servadio (Psicoterapeuta e Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni) ha scritto su PuntoSicuro di qualche mese fa.

L’articolo ripercorre velocemente la nascita e la diffusione del tecnostress in generale e nel mondo del lavoro. Per approfondire questo aspetto, Servadio espone il modello per la comprensione del technostress proposto da Ragu-Nathan che identifica i technostress creators (technostressori) che influenzano la soddisfazione lavorativa e alcuni technostress inhibitors (moderatori e inibitori), che possono ridurre (e in alcuni casi inibire) il technostress.

Technostress: un’analisi tecnica del fenomeno

“Una nuova tecnologia non aggiunge e non sottrae nulla: cambia tutto” (Neil Postman)

Nel lontano 1984, in concomitanza dell’uscita del suo nuovo libro “Technostress: the human cost of computer revolution”, lo psicologo americano Craig Broad pone l’accento sull’emersione di un nuovo fenomeno, quello dello stress relativo all’uso delle nuove tecnologie. Definisce il technostress come “un disagio moderno causato dall’incapacità di coabitare con le nuove tecnologie del computer”. È il primo ad affrontare questo tema, mentre l’umanità comincia a rapportarsi con una “primitiva” rivoluzione tecnologica.

Devono passare dodici anni prima che qualcuno si interessi nuovamente al technostress, quando il professor Richard A. Hudiburg presenta la ricerca “Assessing and Managing Technostress” sulla relazione tra stress, nuove tecnologie e attività del bibliotecario.

Un anno dopo, gli psicologi Michelle Weil e Larry Rosen pubblicano il libro “TechnoStress: Coping with Technology @Work @Home @Play”, nel quale ampliano la definizione di technostress fornita da Broad e lo definiscono “ogni impatto o attitudine negativa, pensieri, comportamenti o disagi fisici o psicologici causati direttamente o indirettamente dalla tecnologia”. Il tema irrompe nel mondo del lavoro e delle aziende.

A partire dagli anni Novanta, sempre più studiosi si sono dedicati a questo tema e oggi il technostress ricopre una posizione di importante interesse. Al di là della definizione che è stata data del fenomeno, tutti condividono come questo sia legato all’utilizzo delle tecnologie, più comunemente chiamate ICT (Information and Communication Technologies).

Le potenziali caratteristiche di pervasività, complessità, utilità, affidabilità e dinamicità delle ICT contribuirebbero allo scatenarsi del technostress.

Se ci pensiamo infatti, al giorno d’oggi è possibile osservare: una sempre maggiore dipendenza di manager e lavoratori dalle ICT (smartphone, tablet, computer); una sempre maggiore sofisticatezza delle ICT dovuta alla costante introduzione di versioni aggiornate di software e hardware, le quali richiedono conoscenze sempre più complesse, creando così una sostanziale differenza tra la conoscenza richiesta per svolgere il compito e la conoscenza dei lavoratori e dei manager; un cambiamento significativo dell’ambiente di lavoro e della cultura (email, videoconferenze, programmazione elettronica, team di lavoro virtuali, multitasking che possono portare ad astrazione dal lavoro e a isolamento sociale).

D’altronde, l’attenzione al rischio dello stress lavoro correlato è stata posta fin dall’inizio del millennio, con l’Accordo Quadro Europeo dell’8 ottobre 2004.

Ma chi è colpito dal technostress?

Si potrebbe rispondere che tutti sono technostressati! La tecnologia si è evoluta a tal punto da ricoprire i diversi aspetti della giornata. Tra tutte le tecnologie, quella che di maggior utilizzo comune è sicuramente lo smartphone. Viviamo in un’epoca in cui 8 persone su 10 possiedono uno smartphone e chi non lo ha spesso provvede a procurarsene uno.

Dire però che tutte le persone sono technostressate e far intendere che lo smartphone è l’unica fonte di stress può essere fuorviante. In effetti, solo recentemente gli studi hanno cominciato a concentrarsi sulle conseguenze relative al troppo utilizzo dello smartphone e a come ciò possa condurre al technostress.

In verità, le ricerche che fino ad ora hanno indagato il technostress si sono focalizzate su aziende e organizzazioni. In particolare, sono state intervistate persone sempre a contatto con le ICT nel loro lavoro e, quindi, più soggette al rischio di technostress.

È giusto allora chiedersi: quali sono i fattori che creano technostress? Ed esistono fattori che possono ridurlo?

In molti si sono impegnati per rispondere a questa domanda. Per convenienza, si farà riferimento al modello proposto da Ragu-Nathan e colleghi. Questi infatti, hanno proposto un modello per la comprensione del technostress, identificando alcuni technostress creators (technostressori), i quali influenzerebbero la soddisfazione lavorativa, l’organizational commitment e la continuance commitment del lavoratore:

1.    Techno-overload: le ICT moderne consentono ai lavoratori di gestire simultaneamente flussi di informazione da fonti diverse, permettendogli di lavorare più velocemente e più a lungo, ma al di sopra di quelle che sono le loro capacità; in questo modo si sentono “sovraccaricati” e non sono capaci di porre dei limiti rispetto alle informazioni in entrata;

2.    Techno-invasion: la capacità delle ICT di rendere la persona sempre reperibile impedisce di separare il lavoro dalla vita privata; ciò porta a sperimentare sentimenti di non essere mai liberi da queste tecnologie e che il loro tempo e il loro spazio siano stati invasi;

3.    Techno-complexity: i continui aggiornamenti delle ICT le rendono sempre più difficili da imparare ad utilizzare, obbligando i lavoratori a spendere gran parte del loro tempo nel tentativo di padroneggiarle; di conseguenza, la percezione che le ITC da utilizzare siano complesse, può far scaturire nei lavoratori un senso di avversione, paura ed ansia;

4.    Techno-insecurity: questi continui aggiornamenti che consentono alle ICT di cambiare rapidamente possono portare i lavoratori a sentirsi minacciati da queste, a causa delle quali temerebbero di perdere il proprio lavoro perché sostituiti da nuove ICT o da colleghi che ne hanno una maggiore padronanza;

5.    Techno-uncertainty: i continui cambiamenti delle ICT, inoltre, possono creare nei lavoratori insicurezza per la necessità di aggiornamenti sempre richiesti da queste che, oltre ad essere un processi delicati poiché comportano la presa di decisioni rispetto alla configurazione e alla modificazione delle stesse, successivamente i lavoratori potrebbero riscontrare comunque problemi relativi alla poca documentazione, agli errori dei programmi, alla perdita dei dati e alla mancanza di un adeguato supporto tecnico.

Accanto a questi, sono stati identificati anche alcuni inhibitors (moderatori e inibitori), che possono ridurre (e in alcuni casi inibire) il technostress laddove l’esposizione ai creators è inevitabile.

1.    Supporto organizzativo e tecnico: la possibilità di training e assistenza rispetto all’utilizzo delle nuove ICT, in particolare durante i primi giorni, può aiutare a ridurre il technostress; può essere d’aiuto anche includere i lavoratori durante le fasi di implementazione e pianificazione della tecnologia;

2.    Centralità della tecnologia: se l’utilizzatore percepisce le ICT come parte integrante e fondamentale dell’attività lavorativa, migliorando così le prestazioni lavorative, allora possono essere viste come meno stressanti;

3.    Autoefficacia tecnologica: più si scelgono compiti adatti alle proprie competenze e ci si sforza nel raggiungimento di un obiettivo, più aumenta l’autoefficacia percepita, maggiore sarà la spinta a misurarsi con dei compiti complessi.

4.    Oltre questi, ricoprono una posizione importante anche le differenze individuali che comprendono educazione, genere, età e tratti di personalità.

In conclusione, è chiaro come quello del technostress sia un tema serio e rilevante nella società odierna, che non deve essere preso sottogamba.

Rispetto al passato, di sicuro il fenomeno ha assunto un discreto interesse, ma è necessaria comunque una maggiore sensibilizzazione rispetto ai rischi e alle conseguenze che possono emergere all’interno dell’organizzazione e che, soprattutto, possono interessare il singolo individuo.

È ovviamente possibile difendersi e prevenire questo fenomeno attraverso l’utilizzo, ad esempio, di tecniche di rilassamento, come il training autogeno e la mindfulness.

Massimo Servadio


Fonte originale dell’articolo: PuntoSicuro

Gen 21, 2019

Lo sapete che gli Smartphone fanno male? Il Tar del Lazio ordina a 3 ministeri di fare una campagna informativa su rischi per la salute.

Prima o poi qualcuno doveva accorgersi che i telefoni cellulari sono un rischio per la salute. Ecco infatti che, qualche giorno fa, il Tar del Lazio ha emanato una sentenza che impone ai Ministeri di Ambiente, Salute e Istruzione di svolgere entro 6 mesi una campagna informativa sui rischi per la salute e per l’ambiente connessi all’uso improprio dei telefonini.

Il Tar ha così accolto parzialmente un ricorso proposto dall’Associazione per la prevenzione e la lotta all’elettrosmog.

Il Tar del Lazio ha emesso questa sentenza perché “… già, con nota prot.n.0001080–P del 16 gennaio 2012, il Ministero della Salute, in riscontro ad una precedente richiesta di uno dei procuratori della Associazione ricorrente, evidenziava: “…. il tema dei possibili rischi per la salute conseguenti all’uso del cellulare è alla costante attenzione del Ministero della Salute, in particolare a seguito della classificazione stabilita dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro nel 2011, di agente possibilmente cancerogeno per l’uomo (categoria 2B) per i campi elettromagnetici in radiofrequenza”.

Nella medesima nota, il Ministero della Salute … “… ha rilevato che allo stato delle conoscenze scientifiche non è dimostrato alcun nesso di causalità tra esposizione a radiofrequenze e patologie tumorali, rimarcando tuttavia come l’ipotesi di un rapporto causale non possa essere del tutto esclusa in relazione ad un uso molto intenso del telefono cellulare…” e che lo stesso Consiglio Superiore di Sanità “… ha quindi raccomandato di mantenere vivo l’interesse della ricerca e della sorveglianza sul tema, in attesa che le nuove conoscenze risolvano le attuali aree di incertezza, suggerendo nel contempo l’avvio di una campagna d’informazione al pubblico al fine di promuovere e incoraggiare un uso responsabile del telefono, soprattutto in relazione ai bambini che tendono ad essere avvicinati all’uso del telefono cellulare in età sempre più precoce”.

Quindi, visto che nessuna campagna informativa è mai stata fatta, il Tar conseguentemente dichiara: “… l’obbligo del Ministero dell’Ambiente, del Ministero della Salute e del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ciascuno per il proprio ambito di competenza, di provvedere, in attuazione di quanto disposto dall’art. 10 della l. n. 36/2001, ad adottare una campagna informativa, rivolta alla intera popolazione, avente ad oggetto la individuazione delle corrette modalità d’uso degli apparecchi di telefonia mobile (telefoni cellulari e cordless) e l’informazione dei rischi per la salute e per l’ambiente connessi ad un uso improprio di tali apparecchi.

La predetta campagna di informazione e di educazione ambientale dovrà essere attuata nel termine di sei mesi dalla notifica o, se anteriore, dalla comunicazione in via amministrativa della presente sentenza, avvalendosi dei mezzi di comunicazione più idonei ad assicurare una diffusione capillare delle informazioni in essa contenute.”

Nel comunicato stampa rilasciato dall’Associazione per la prevenzione e la lotta all’elettrosmog dopo la sentenza vinta, si dice che i Giudici abbiano sottolineato come “l’Associazione abbia prodotto documenti   tratti dalla letteratura scientifica dai quali emerge che l’utilizzo inadeguato dei telefoni cellulari e cordless, comportando l’esposizione di parti sensibili del corpo umano ai  campi elettromagnetici, può avere effetti nocivi sulla salute umana, soprattutto riguardo ai soggetti più giovani e quindi più vulnerabili, potendo incidere negativamente sul loro sviluppo psico-fisico”.

L’Associazione afferta che “E’ un’altra battaglia vinta a difesa della salute di tutti”, ma ricorda anche che “La guerra però non è finita: l’arrivo del 5G e delle problematiche che  l’esposizione alla sue frequenze comporterà ci spingono a ripartire nuovamente, con l’aiuto di tutti coloro che da tanti anni ci seguono.”.

Scarica la sentenza completa e originale del TAR del Lazio.

Gen 14, 2019

Multitasking: cinque articoli presentano cinque diverse ricerche.

Cinque articoli sul multitasking: si parte dalla genetica, si sbircia nel cervello, si rivela una differenza ormonale di genere, ci si rende conto che porta più svantaggi che vantaggi, e alla fine si scopre che lo fanno meglio i piccioni!

Esiste un gene che consente il multitasking? – Wired

Wylie al Wired Next Fest: “Facebook violato? Cambiare password non è la soluzione” Le foto del Wired Next Fest 2018 a Firenze “Internet? Dobbiamo ancora completarla”, dice il papà della Rete Vint Cerf al Wnf Enrico Mentana al Wired Next Fest: “Il giornalismo?

Nel cervello il segreto del multitasking – Scienza & Tecnica

Si nasconde nel cervello il segreto del multitasking: saper svolgere più attività contemporaneamente dipende dal gene chiamato COMT. La scoperta, pubblicata sulla rivista Molecular Psychiatry, si deve all’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Genova e potrebbe avere applicazioni nella medicina personalizzata e nella cura di schizofrenia e sindrome da stress post-traumatico.

Le donne sono più “multitasking” degli uomini. Il segreto è negli ormoni

LE DONNE sono in grado di svolgere più compiti contemporaneamente? Si, secondo numerosi studi scientifici che hanno riconosciuto al gentil sesso proprio la capacità di essere multitasking, cercando spesso i motivi di questa abilità.

Il vero pericolo del Multitasking: che fa più cose insieme in realtà rende meno e ha il QI più basso

Probabilmente avrai già sentito che il multitasking è piuttosto problematico, ma nuovi studi rivelano che uccide la performance lavorativa e può addirittura danneggiare il cervello. Una ricerca condotta dall’università di Stanford ha scoperto che il multitasking si rivela meno produttivo della scelta di fare una sola cosa alla volta.

Multitasking: i piccioni lo fanno meglio

Potreste non considerarli così intelligenti, eppure c’è qualcosa in cui i piccioni ci battono: fare più cose contemporaneamente. Un gruppo di neuroscienziati cognitivi ha organizzato una sfida di multitasking tra uomini e pennuti, per capire come sia possibile che il piccolo cervello di alcuni uccelli possa in certi casi rivaleggiare con quello dei mammiferi.

Nov 10, 2018

“Rischi delle tecnologie e fattore umano: non solo hacker e ransomware” parla Isabella Corradini

” In particolare, dando per scontata l’utilità delle tecnologie digitali, non si può non considerare il rovescio della medaglia: si parla da tempo di rischi per la salute legati al sovraccarico di informazioni (information overload), di tecnostress, di tecnodipendenze, e sono ormai molti gli studi che confermano i rischi per la salute. Le tecnologie non sono né buone né cattive, lo è l’uso che ne fanno le persone.

Ci sono tipi di tecnologie troppo pervasive, e si continua ad andare avanti senza pensare alle conseguenze, o a pensarci quando ormai è tempo di correre ai ripari. Basti pensare che di recente alcuni ex dipendenti di due importanti aziende tecnologiche, come Facebook e Google, hanno lanciato la campagna Truth About Tech per sensibilizzare agli aspetti negativi dell’essere costantemente connessi. Queste, a mio avviso, sono le problematiche con cui ci si deve confrontare già da oggi. Sia nel privato, sia nei luoghi di lavoro.”

Rilancio questa intervista a Isabella Corradini, psicologa e criminologa, esperta di tematiche di sicurezza, safety e security, fatta a Roma da Spindox durante il Social Media Week 2017.

Il colloquio verte sui rischi delle tecnologie (come sovraccarico cognitivo, tecnostress, dipendenza), sugli aspetti socio-tecnici delle tecnologie dell’informazione e dell’educazione informatica (pensiero computazionale), sull’uso più consapevole dell’informatica.

Rischi delle tecnologie e fattore umano: non solo hacker e ransomware

Torniamo a riflettere sui rischi delle tecnologie. Lo facciamo con Isabella Corradini, presidente del Centro Ricerche Themis e co-fondatrice del Link&Think Research Lab. Abbiamo incontrato Isabella Corradini durante l’ultima edizione romana della Social Media Week 2017. In quell’occasione le abbiamo rivolto alcune domande sugli aspetti socio-tecnici delle tecnologie dell’informazione e dell’educazione informatica (pensiero computazionale).

Ott 27, 2018

Stress visivo digitale: è un rischio per tutti, non solo per i videoterminalisti.

Prima o poi è succede a tutti i lavoratori digitali.

Comincia piano, con un po’ di bruciore agli occhi e la visione annebbiata o sdoppiata, poi c’è la senzazione di un corpo estraneo, la frequente chiusura delle palpebre, la stanchezza alla lettura, la lacrimazione alternata alla secchezza oculare, il fastidio alla luce, e a volte anche il dolore oculare e il mal di testa.

Eccolo: è lo stress visivo digitale, cioè l’affaticamento causato dall’uso prolungato di schermi elettronici. Si tratta di un vero e proprio rischio per chi trascorre più di 7-8 ore al giorno davanti a uno schermo (quindi tradizionalmente il lavoratore videoterminalista), ma anche un pericolo per le nuove generazioni che arrivano a guardare lo smartphone fino a 80/100 volte al giorno. Guardate gli articoli che riporto qui sotto per un approfondimento.

E’ per ridurre il rischio di stress visivo digitale che viene fatta periodicamente la visita oculistica agli operatori di videoterminale, che oltre ad avere una funzione di screening per le malattie della retina o del glaucoma, comprende (dovrebbe comprendere …) dei test per la valutazione della messa a fuoco (refrazione) e la capacità dei due occhi di lavorare insieme (visita ortottica).

Oltre ai controlli obbligatori ed alle caratteristiche tecniche che deve avere la postazione di lavoro del videoterminalista (e di cui ho già parlato abbondantemente in tutti questi articoli) e importante ricordare le misure di tutela sanitaria previste dall’art. 176 del Decreto Legislativo n. 81/2008 e successive modificazioni:

Prima di essere addetto all’uso del videoterminale, il lavoratore deve essere sottoposto a visita medica da parte del medico competente e, se necessario, da parte di un medico oculista per accertare la sua idoneità a tale attività.

Le successive visite di controllo sono obbligatorie, con una periodicità biennale, per i lavoratori che sono risultati “idonei con prescrizioni o limitazioni” e per i lavoratori che abbiano compiuto il cinquantesimo anno di età, e quinquennale in tutti gli altri casi.

Queste misure di tutela sanitaria si applicano esclusivamente nei confronti dei lavoratori che risultano “addetti al videoterminale”, vale a dire di coloro che utilizzano il videoterminale in modo sistematico e abituale per almeno 20 ore settimanali, dedotte le pause prescritte per legge.

Tuttavia in qualsiasi momento ogni lavoratore può richiedere di essere sottoposto a visita di controllo, qualora accusi disturbi alla vista che potrebbero essere collegati all’uso del videoterminale.

E’ anche importante ricordare che i videoterminalisti dovrebbero fare anche degli esercizi per rinforzare i muscoli oculari e per migliorare la messa a fuoco e la convergenza degli occhi (la ginnastica oculare). Qui sotto, alcuni degli esercizi classici:

Rilassamento degli occhi: con i gomiti sul tavolo, mani sugli zigomi e pollici sulle tempie (non deve arrivare luce agli occhi, che possono essere tenuti aperti oppure chiusi). Provate a rilassarvi ed immaginare uno scenario panoramico (montagne o distese marine) respirando lentamente e profondamente. Tempo 1-5 minuti.

Movimenti guidati degli occhi: sedersi con la schiena eretta e, tappandosi un occhio, seguire a braccio teso in avanti, il pollice omonimo all’occhio tenuto aperto, mentre questo viene spostato in alto, lateralmente ed in basso. Ripetere sei volte questi movimenti a massima escursione, senza interruzioni, poi cambiare occhio.

Focalizzazione: alternate la lettura di un testo vicino con uno lontano (ad esempio un calendario sul muro), più volte, cambiando gradatamente la distanza dell’oggetto vicino (dai 50 ad un minimo di 20 cm), per un minuto.

Regola del 20-20-20: osservare un oggetto a 20 metri per 20 secondi ogni 20 minuti.

Ma, come si vede, se i lavoratori videoterminalisti hanno una serie di controlli sanitari, adempimenti obbligatori e indicazioni tecniche per limitare il rischio Stress visivo durante il suo lavoro, lo stesso non succede quando siamo persone normali.

La (brutta) novità di questo periodo è che – data l’enorme diffusione dello smartphone e di altri apparecchi digitali mobili –  lo stress visivo digitale è tracimato dal suo classico contenitore, il videoterminale, e ora ci minaccia tutti dal piccolo display del telefono. Trovandoci colpevolmente responsabili sul suo uso e abuso e cognitivamente senza difese.

Qui sotto una rassegna di notizie in tema.

Stress e affaticamento visivo in aumento: la causa, i dispositivi mobili digitali

L’utilizzo costante e frequente di smartphone, tablet e Pc portatili mette a dura prova i nostri occhi, soprattutto fra i 30 e 40 anni. Ma una soluzione c’è

Salute, occhi sullo smartphone 80 volte al giorno: sos stress visivo digitale – Meteo Web

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Smartphone: attenzione allo stress visivo digitale | L’Osservatore d’Italia

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Sai quante volte al giorno guardi lo smartphone?

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Sempre più malati da stress visivo: sai quante volte al giorno guardi lo smartphone?

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