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Phubbing: i miei colleghi di lavoro sono la principale distrazione dal mio telefono

“La mia vità è diventata la principale distrazione dal mio telefono” (nella versione professionale “I miei colleghi di lavoro sono la principale distrazione dal mio telefono”).

Questo il brillante titolo della ricerca “My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners” firmata da James Roberts e Meredith David pubblicato su Computers in Human Behavior (Volume 54, January 2016, Pages 134-141) che indaga il fenomeno del phubbing.

Innnzitutto, che cosa significa phubbing?

Phubbing nasce dalla combinazione dei termini inglesi phone (telefono) e snubbing (il verbo snobbare, ignorare, trascurare) ed è un neologismo creato per indicare l’atteggiamento, assai poco cortese, di trascurare una persona con cui si è impegnati in una qualsiasi situazione sociale (dalla camera da letto al caffè al bar al luogo di lavoro) controllando compulsivamente lo smartphone.

Questo modo di fare – molto comune tra i gruppi di adolescenti, ma facilmente osservabile anche in un ristorante, dove in media assiste a 36 casi di phubbing ogni serata – è in realtà un vizio comune a tutti del quale riteniamo essere portatori sani.

Ma il pubbhing non è solo disattenzione e scortesia, c’è di più. I risultati dello studio sopra indicato hanno evidenziato come il 36,6% dei volontari non si vedesse riconosciuta la giusta attenzione dal proprio partner e che il 22,6% aveva avuto dei problemi nella propria relazione proprio a causa di questo atteggiamento.

Il phubbing, quindi, non è grave perché è cattiva educazione, ma soprattutto per la sensazione che genera di essere lasciati soli e per il senso di inadeguatezza che deriva dal fatto di non riuscire a catalizzare su di se l’attenzione dell’altro.

A due anni di distanza dal primo studio, gli autori sono tornati sull’argomento e hanno pubblicato un nuovo studio sul Journal of the Association for consume research: “Phubbed and Alone: Phone Snubbing, Social Exclusion, and Attachment to Social Media“.

Nello studio si afferma che “Quando un individuo subisce phubbing si sente socialmente escluso, e questo conduce ad un bisogno molto forte di attenzione. Ma invece di recuperare l’interazione faccia a faccia, e così ricostruire un senso di inclusione, i partecipanti alla nostra indagine si sono rivolti ai social network per riguadagnare quel senso di appartenenza” alla disperata ricerca di quell’attenzione che gli interlocutori, gli amici, i partner e gli altri in generale gli hanno negato. Praticamente, chi viene ignorato per lo smartphone si rifugia sui social network.

E ancora “Subire l’esclusione da phubbing è anche collegato a un indebolimento del proprio benessere psicologico. Infatti chi viene escluso più spesso per questi atteggiamenti ha fatto registrare più elevati livelli di stress e depressione”.

Come fare a non praticare il phubbing verso qualcuno o a non subirlo da altri?

Innanzitutto, aderendo alla campagna ufficiale del sito ufficiale stophubbing.org, scaricando e diffondendo i materiali di promozione anti-phubbing (poster, decalcomania e segnaposto).

Poi, ci sono tre strategie pratiche per non cadere nella tentazione del phubbing:

  • Crea delle zone libere da smartphone: oppure crea tempi o situazioni in cui tutti i partecipanti (familiari o colleghi di lavoro) si impegnano a non utilizzare il loro smartphone. Può essere a pranzo, a cena, prima di andare a scuola, prima di andare a dormire, all’aperitivo con gli amici, eccetera. Bene stabilire delle “penalità” per l’esibizione, consapevole o no, dell’apparecchio.
  • Vivi senza distrazioni: lascia consapevolmente il tuo telefono o tablet in una stanza diversa in modo da non essere tentato di guardarlo e di usarlo quando stai cercando di trascorrere del tempo con altre persone.
  • Disabilita le notifiche non essenziali: non è così importante sapere istantaneamente se a qualcuno piace una tua foto su Instagram o rispondere immediatamente a un messaggio su Facebook. Riduci al minimo i ping e i ding vari e – se ce fai – metti in silenzioso il telefono quando puoi.

Dic 21, 2014

Primo corso universitario italiano di Cyberpsicologia per affrontare il rischio internet di iperconnessi e ‘native born’

articolo cantelmi

Vengo a conoscenza nei giorni scorsi sull’internet delle numerosissime attività del dr. Tonino Cantelmi (Medico-Chirurgo, specializzato in Psichiatria e Psicoterapeuta), per me di particolare interesse quelle relative alle dipendenze comportamentali.

Il Cantelmi è stato il primo in Italia ad occuparsi dell’impatto della tecnologia digitale sulla mente umana (con il libro sul tema della dipendenza dalla rete: “La mente in internet”, Edizioni Piccin, 1999) ed è il fondatore di CEDIS, ente per lo studio delle dipendenze comportamentali (in modo specifico dipendenza da tecnologia e dipendenza sessuale).

L’ultima bella iniziativa del Cantelmi, in qualità di docente di psicologia dello Sviluppo all’università Lumsa di Roma, è l’avvo del primo corso universitario italiano di Cyberpsicologia.

La considerazione che sta alla base dell’avvio di questo nuovo corso è che l’impatto della tecnologia digitale sulla mente umana ha determinato una reale mutazione antropologica. Cantelmi – nel suo saggio “Tecnoliquidità – La psicologia ai tempi di internet: la mente tecnoliquida (ed. San Paolo)” – individua la nuova antropologia dell’Homus Digitalicus 2.0: il ‘mobile born‘, cioè i bambini molto piccoli, che ancora non camminano, ma che se vedono uno schermo ci mettono il dito sopra, dando per scontato che si tratti di un touch.

Questi mobile born hanno un cervello diverso sia dai loro fratelli più grandi – i nativi digitali – sia dalle generazioni pre-interet; sono più percettivi e meno simbolici, più rapidi, superficiali e capaci di gestire le attenzioni in modo multitasking. I ‘mobile born’ che oggi vanno all’asilo e alla scuola materna vivono la connessione a internet come condizione esistenziale, mostrando i sintomi di un passaggio evolutivo che porta alla strutturazione di nuovi schemi cognitivi e di nuovi processi nella costruzione della propria identità, individuale e collettiva.

Questi bambini saranno futuri uomini e donne che adotteranno schemi mentali e categorie di pensiero nuove. L’obiettivo del corso è quindi quello di formare i primi 100 cyberpsicologi italiani con una totale conoscenza del fenomeno mutagenico della rete e capaci di gestire gli effetti che può avere un cattivo utilizzo di internet.

“Il nostro mondo viaggia verso una colossale dipendenza dalla connessione: senza, infatti, molti di noi non sanno già più trovare un ristorante, corteggiare una donna, conoscere un amico, capire i mali del mondo, informarsi o divertirsi. E chiudere una storia d’amore. La dipendenza da Internet sta diventando anche un modo di vivere, dunque si colloca tra patologia e futura normalità. E come cambia il modo di esprimere il disagio psichico, ad esempio in chat e sui social, cambia anche il modo di curarlo.”.

 

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