
Smartphone, e-mail, chat aziendali, riunioni online e piattaforme digitali hanno reso il lavoro più rapido, flessibile e accessibile. Allo stesso tempo, però, hanno reso più difficile delimitare con chiarezza il tempo dedicato al lavoro. Quando messaggi, notifiche e richieste professionali continuano a raggiungere il lavoratore anche fuori dall’orario ordinario, aumenta il rischio di tecnostress, legato non soltanto all’intensità di utilizzo degli strumenti digitali, ma anche alla continuità della connessione, alla frammentazione dell’attenzione e alla difficoltà di recuperare.
Parlare di tecnostress in una prospettiva di genere non significa affermare che uomini e donne reagiscano necessariamente in modo diverso alla tecnologia. Significa piuttosto chiedersi se le condizioni nelle quali il lavoro digitale viene svolto siano realmente le stesse.
Il genere può infatti incidere indirettamente sull’esposizione ai rischi psicosociali attraverso fattori organizzativi e sociali: distribuzione dei compiti, ruoli familiari, possibilità di conciliare tempi di vita e di lavoro, aspettative di disponibilità e responsabilità di cura. Alcune evidenze indicano nelle lavoratrici una maggiore percezione di alcune dimensioni del tecnostress, come il sovraccarico tecnologico, l’invasione della vita privata e la difficoltà di mantenere separati lavoro e tempo personale.
Questi dati non devono però essere interpretati come l’espressione di una maggiore fragilità femminile. Possono riflettere, piuttosto, differenti condizioni di esposizione al rischio.
Un elemento importante è rappresentato dal cosiddetto lavoro di cura, spesso poco visibile ma capace di incidere significativamente sull’organizzazione della giornata. Gestire figli o familiari anziani, occuparsi della casa, coordinare appuntamenti e impegni quotidiani richiede tempo, attenzione e continuità organizzativa. Quando a queste attività si sovrappone il lavoro digitale, il confine tra sfera professionale e privata può diventare ancora più fragile.
Una e-mail durante la cena, una chat di lavoro mentre si accompagna un figlio o una riunione online inserita tra attività domestiche e familiari, la necessità di interfacciarsi con le tecnologie digitali per fissare appuntamenti per i figli, per monitorare i voti sui registri elettronici o per ritirare gli esami dei genitori, possono sembrare episodi e attività marginali, ma se diventano sistematici riducono gli spazi di recupero e alimentano una condizione di disponibilità permanente.
In questo quadro, lo smart working o sistemi digitali che permettono di accedere a servizi a distanza, non sono automaticamente sinonimo di benessere. Essi possono rappresentare una risorsa importante per la conciliazione tra vita privata e professionale, ma senza regole e buone prassi che aiutino a definire dei confini, possono aggiungere sovraccarico e fatica mentale, anziché equilibrio e benessere.
La prevenzione del tecnostress non può quindi essere affidata soltanto alla capacità individuale di “staccare”, né può riguardare esclusivamente l’organizzazione del lavoro. Se una parte crescente delle attività professionali, familiari e di cura passa attraverso strumenti digitali, il rischio è che richieste, notifiche, scadenze e incombenze si sommino lungo tutta la giornata, senza veri momenti di interruzione.
Nel contesto lavorativo restano fondamentali regole chiare sulla disconnessione, carichi sostenibili, tempi di risposta realistici e un uso più consapevole degli strumenti digitali. Ma occorre considerare anche ciò che avviene fuori dal lavoro: la digitalizzazione dei servizi può rappresentare una grande opportunità, purché semplifichi realmente le attività quotidiane e non trasferisca sugli utenti ulteriori passaggi, controlli e responsabilità.
Parlare di tecnostress al femminile significa allora osservare non solo quanto tempo viene trascorso davanti a uno schermo, ma quanto la tecnologia attraversi contemporaneamente lavoro, famiglia, cura e vita quotidiana. La sfida non è ridurne indiscriminatamente l’uso, ma fare in modo che la digitalizzazione mantenga la sua funzione di semplificazione e supporto, senza trasformarsi in una presenza continua che sottrae attenzione, tempo e possibilità di recupero.
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