
Il digitale è ormai una componente strutturale del lavoro. E-mail, piattaforme collaborative, applicazioni, videocall e sistemi di messaggistica hanno reso molte attività più rapide e accessibili, ma hanno anche modificato profondamente il modo in cui gestiamo attenzione, tempi di lavoro e recupero psicologico.
I dati dell’indagine Eurispes sull’utilizzo delle tecnologie digitali e la salute mentale restituiscono un quadro significativo: il 48,2% degli intervistati svolge un’attività professionale che richiede un uso intensivo di dispositivi e applicazioni. Ma il dato forse più interessante riguarda ciò che accade quando la giornata lavorativa dovrebbe essere terminata. Il 77,3% controlla almeno qualche volta e-mail o messaggi professionali fuori dall’orario di lavoro, il 68,1% risponde anche durante le ferie e il 71,1% si è sentito almeno qualche volta obbligato a rispondere immediatamente.
È proprio qui che emerge una delle dimensioni psicologicamente più rilevanti del tecnostress: la difficoltà a interrompere mentalmente il lavoro. Il 72,9% degli intervistati dichiara di aver sperimentato almeno qualche volta difficoltà a “staccare”. La reperibilità digitale, anche quando non formalmente richiesta, può infatti mantenere attiva l’attenzione verso problemi, richieste e responsabilità professionali, interferendo con i processi di recupero durante il tempo libero.
Il sovraccarico, però, non dipende soltanto dall’estensione temporale del lavoro. Il 37,6% del campione si sente appesantito dal numero di strumenti e piattaforme da utilizzare, il 36,7% fatica a stare al passo con aggiornamenti e nuovi software e il 35% ritiene che e-mail, notifiche e chiamate compromettano la concentrazione. Il 39,3% riferisce inoltre affaticamento mentale legato all’uso costante delle tecnologie.
Il tecnostress va quindi letto come un fenomeno multidimensionale, nel quale possono intrecciarsi iperconnessione, sovraccarico informativo, frammentazione dell’attenzione, pressione alla risposta e difficoltà di disconnessione. Non sorprende che il 68,6% degli intervistati abbia sperimentato, nei sei mesi precedenti l’indagine, almeno occasionalmente sintomi di stress o affaticamento associati alle tecnologie professionali.
La sfida per le organizzazioni non è dunque ridurre semplicemente l’utilizzo della tecnologia, ma governarne le modalità di impiego, costruendo pratiche organizzative capaci di preservarne i vantaggi senza trasformare la connessione continua in una fonte di sovraccarico.
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