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Set 20, 2017

Campi Elettromagnetici e Wi-Fi: domande e risposte del Portale Agenti Fisici

Nel post precedente abbiamo visto che i tribunali italiani incominciano a riconoscere dei risarcimenti per invalidità relativi all’esposizione continuativa dei lavoratori all’uso dei telefoni cellulari.

Ho approfondito la questione, di seguito riporto le tre domande più interessanti presenti sul sito portaleagentifisici.it relative all’argomento ‘valutazione del rischio‘ dei campi elettromagnetici sottoposte dai lettori:

E’ opportuno effettuare misurazioni per valutare il rischio CEM in ambienti di lavoro contenenti wi-fi?

Portale Agenti Fisici, prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro

In quali casi è inutile e/o inappropriato effettuare misurazioni specifiche di esposizione ai fini della valutazione del rischio CEM?

Portale Agenti Fisici, prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro

Cosa si intende per eventuali effetti a lungo termine dei CEM e perché questi sono esclusi dall’ambito di applicazione del D.lgs 159/2016?

Portale Agenti Fisici, prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro

Inoltre, in questi giorni si è svolta la convention Ambiente Lavoro 2017 a Modena dove è stata presentata una dal dottor Armando Masucci una relazione intitolata “Cellulari e tumori nel tecnostress: la valutazione del rischio da esposizione ai campi magnetici per uso del telefonino dopo la sentenza del tribunale di Ivrea“. Qui sotto una breve spiegazione video del dott. Masucci in una breve intervista di Telenostra.

 

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Troppo connessi? i rischi per la salute di cellulari, smartphone, wifi, dispositivi elettrici.

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Torno a parlare di radiazioni elettromagnetiche – quelle prodotte dai telefoni cellulari, ma anche da molti altri dispositivi che utilizziamo nelle nostre case e in ufficio ogni giorno: wifi, computer, asciugacapelli e forni a microonde – per presentare il libro di Martin Blank Troppo connessi? Cellulari, smartphone, wifi, dispositivi elettrici (Macro edizioni).

Quando attacchiamo una spina alla presa, si crea un campo che emette onde elettromagnetiche. Che conseguenze hanno queste radiazioni sulla nostra salute? Come difendersi? Lo spiega questo libro, dal linguaggio semplice e scorrevole, e dal rigore scientifico.

Blank – docente della Columbia University e consulente d’elettrosmog per Parlamento canadese e Corte suprema federale brasiliana) e da oltre trent’anni studia gli effetti (non termici) sulla salute dei campi elettromagnetici – ci aiuta a comprendere gli effetti sulla nostra salute delle radiazioni elettromagnetiche e ci indica le giuste precauzioni da adottare nel nostro quotidiano per ridurre l’esposizione.

Ho recuperato una lunga presentazione del libro che pubblico di seguito.

Aggiungo anche un paio di link, il primo al sito di Macrolibrarsi dove poter acquistare il libro, il secondo a un articolo di Informasalus dove viene presentata una recente ricerca dell’agenzia Ue per l’ambiente che rilancia l’allerta per il legame tra cellulari e insorgenza di tumori. “Anche se non esiste chiarezza scientifica sulla relazione tra l’utilizzo del cellulare e tumori al cervello, da studi e ricerche è sempre più solida l’evidenza di questo legame”, ha affermato Jacqueline McGlade, direttore esecutivo dell’Aea, in occasione del lancio dell’ultimo rapporto “Late Lessons from Early Warnings, volume 2”.

Troppo Connessi? – Anteprima del libro di Dottor Martin Blank

Un attivista improbabile

Magari non ne siete consapevoli, ma siete parte di un esperimento non autorizzato, «il più grande esperimento biologico di sempre», detto con le parole del neuro-oncologo svedese Leif Salford. Per la prima volta molti di noi possiedono trasmettitori di microonde ad alta potenza – sotto forma di telefoni cellulari – che stanno direttamente a contatto con la testa ogni giorno.

I telefoni cellulari generano campi elettromagnetici (CEM) ed emettono radiazioni elettromagnetiche (REM). Condividono questa caratteristica con tutti i moderni dispositivi elettronici che funzionano a corrente alternata (CA), cioè che si alimentano attraverso la rete elettrica e le prese che ci sono alle pareti, e anche con quelli che utilizzano le comunicazioni wireless, cioè senza fili. Dispositivi diversi irradiano diversi livelli di CEM, con differenti caratteristiche.

Quali effetti sulla salute hanno queste esposizioni?

È proprio qui che sta l’esperimento. I tanti potenziali effetti negativi sulla salute dovuti all’esposizione ai CEM (compresi molti tipi di cancro e l’Alzheimer) possono svilupparsi a distanza di decenni. Quindi non ci è possibile conoscere il risultato dell’esperimento, se non quando saranno passati molti anni, magari, appunto, decenni. Ma allora potrebbe essere troppo tardi per miliardi di persone.

Oggi, mentre attendiamo i risultati, cresce il dibattito sui potenziali pericoli dei CEM. La scienza che se ne occupa, di cui si parla nel prossimo capitolo, non è insegnata facilmente e di conseguenza la discussione riguardo agli effetti sulla salute dei CEM risulta abbastanza complessa. Per dirla con parole semplici, la discussione vede due schieramenti. Da una parte ci sono quelli che sostengono l’urgenza di adottare tutte le precauzioni del caso, prima di esporre al rischio la popolazione mentre si continuano a studiare gli effetti sulla salute dei campi elettro-magnetici.

Questo gruppo comprende scienziati, incluso me, i quali notano molti segnali di pericolo che giustificano la richiesta di precauzione. Dall’altra parte ci sono invece coloro secondo i quali si dovrebbero attendere le prove del danno, prima di agire in qualsiasi modo. Di questo gruppo chi si fa più sentire sono i rappresentanti delle industrie, che senza dubbio temono per i loro profitti e preferirebbero che continuassimo a comprare e ad utilizzare sempre più dispositivi elettronici interconnessi.

E gli sforzi dell’industria sono straordinariamente efficaci, si vede dalla diffusione nel mondo delle tantissime tecnologie che generano CEM. Ma i campi elettromagnetici hanno anche molte altre fonti. La più importante è la stessa rete elettrica, che raggiunge praticamente ogni individuo in America e il 75% della popolazione globale. Oggi, all’inizio del ventunesimo secolo, siamo immersi completamente in un brodo di radiazioni elettromagnetiche su base praticamente continua.

Cosa sappiamo

Ad oggi, la scienza che studia gli effetti biologici e sulla salute dell’esposizione alle radiazioni EM è ancora agli esordi. Non si riesce a prevedere che un tipo specifico di esposizione ai campi elettromagnetici (come ad esempio 20 minuti al telefono cellulare ogni giorno per 10 anni) comporterà una specifica conseguenza per la salute (come ad esempio il cancro).

Né gli scienziati sono in grado di definire cosa si possa intendere per livello di “sicurezza” di esposizione ai CEM. Ma, malgrado la scienza non abbia ancora risposto a tutte le nostre domande, almeno ha determinato un fatto e molto chiaramente: tutte le radiazioni elettromagnetiche hanno impatti sugli esseri viventi.

Come dirò più avanti in questo libro, la scienza dimostra un’ampia gamma di effetti biologici correlati all’esposizione ai CEM. Per esempio, numerosi studi hanno concluso che i campi elettromagnetici danneggiano il DNA e ne causano mutazioni: il DNA è il materiale genetico che ci definisce come individui e collettivamente come specie.

Si ritiene che le mutazioni del DNA siano il primo passo verso lo sviluppo dei tumori ed è stato proprio il legame tra tumori ed esposizione ai CEM che ha indotto a richiedere una revisione degli standard di sicurezza. Questo tipo di danno al DNA è stato osservato con un’esposizione ai CEM equivalente a quella del tipico utilizzo del telefono cellulare.

Si ritiene che il danno genetico sia uno dei meccanismi con cui i campi elettromagnetici influiscono sulla salute. Diversi studi hanno indicato un aumento significativo del rischio (fino a due o tre volte il rischio normale) di sviluppare certi tumori cerebrali in seguito ad esposizione a telefoni cellulari per un periodo di tempo di diversi anni. Una revisione, che ha considerato 16 studi ricavandone un valore medio, ha concluso che il rischio di sviluppare un tumore nella stessa area della testa dove appoggia il cellulare è del 240% maggiore in chi fa uso del telefono regolarmente per 10 o più anni.

Uno studio condotto in Israele ha scoperto che le persone che utilizzano il cellulare per almeno 22 ore al mese hanno il 50% in più di possibilità di sviluppare cancro alle ghiandole salivari (e in Israele tra il 1970 e il 2006 l’incidenza di questo tipo di tumore è aumentata di quattro volte). E chi vive entro i 400 m da un ripetitore per 10 o più anni ha un’incidenza di tumore tre volte più alta rispetto a chi vive a distanze maggiori. Infatti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito i CEM – comprese le frequenze della rete elettrica e le radiofrequenze -come possibili cause di cancro.

Senza dubbio il cancro rientra tra i più gravi effetti negativi sulla salute studiati dai ricercatori, ma è stato dimostrato che l’esposizione ai campi elettromagnetici aumenta anche il rischio di molti altri tipi di conseguenze. Basti pensare che livelli di CEM migliaia di volte più bassi degli standard di sicurezza correnti possono aumentare in maniera significativa il rischio di malattie neurodegenerative (come l’Alzheimer e il morbo di Lou Gehrig) e di sterilità maschile associata a danni alle cellule spermatiche. In uno studio è emerso come chi vive entro 50 m da una linea elettrica ad alta tensione abbia molte più probabilità di sviluppare l’Alzheimer rispetto a chi vive entro i 600 m e oltre. L’aumento del rischio è del 24% dopo un anno, del 50% dopo 5 anni e del 100% dopo 10 anni.

Un’altra ricerca ha dimostrato che utilizzare un telefono cellulare da una a quattro ore al giorno causa un abbassamento della conta spermatica del 40% rispetto agli uomini che non usano il telefonino e le cellule spermatiche che sopravvivono mostrano minore motilità e vitalità. L’esposizione ai CEM (come accade anche per molti inquinanti ambientali) non ha effetti solo sulle persone ma anche sull’intero ambiente naturale.

Gli effetti negativi sono stati dimostrati su un’ampia varietà di piante e animali. Anche a livelli molto bassi, i CEM possono privare uccelli e api della capacità di orientarsi. Numerosi studi correlano questo effetto con il fenomeno che si verifica quando gli uccelli si schiantano e muoiono contro i cavi elettrici o le torri di controllo degli aerei.

Gli stessi effetti sulla navigazione sono stati collegati alla sindrome dello spopolamento degli alveari (SSA), che sta decimando la popolazione globale delle api (in uno studio è stato dimostrato che collocare anche un solo cellulare acceso davanti ad un’arnia porta alla rapida e completa morte dell’intera colonia). E una malattia misteriosa che colpisce gli alberi in Europa è stata collegata alle radiazioni Wi-Fi nell’ambiente.

Come spiegherò nei capitoli successivi, ci sono ormai molte evidenze scientifiche – di alta qualità, tutte con peer review -che dimostrano queste e altre conseguenze assai preoccupanti dovute all’esposizione alle radiazioni elettromagnetiche. Questi effetti si vedono a livelli di CEM che, secondo le agenzie regolatone come la Federai Communications Commission (FCC) che norma le emissioni dei cellulari negli Stati Uniti, sono assolutamente sicuri.

Un attivista improbabile

Ho iniziato a lavorare alla Columbia University negli anni Sessanta del secolo scorso ma non mi sono sempre occupato di campi elettromagnetici. Il mio PhD in chimica fisica preso alla Columbia e quello in scienza colloidale preso all’Università di Cambridge mi hanno fornito un solido background accademico interdisciplinare in biologia, chimica e fisica. All’inizio ho investito gran parte della mia carriera studiando le proprietà delle superfici e delle pellicole molto sottili, come quelle delle bolle di sapone, che mi hanno poi portato ad esplorare le membrane biologiche che racchiudono le cellule viventi.

Ho studiato la biochimica della sindrome da distress respiratorio del neonato (IRDS in inglese) che fa collassare i polmoni del bambino (conosciuta anche come malattia della membrana ialina). Grazie a queste ricerche ho scoperto che la sostanza sulla superficie dei polmoni sani forma un reticolo che ne previene il collasso nei bambini sani (la sua assenza causa il problema in chi soffre di IRDS). All’epoca un’azienda alimentare mi ha poi assunto per farmi studiare come lo stesso meccanismo potesse essere applicato per fare in modo che non collassassero le bolle d’aria dentro i gelati che quella stessa azienda produceva. Il gelato viene venduto a volume, non a peso, e questo permetteva all’azienda di ridurre la quantità di gelato dentro ad ogni confezione (i miei figli mi hanno criticato non poco per questo lavoro, ma poi si gustavano i campioni di gelato che portavo a casa).

Ho anche condotto ricerche studiando come le forze elettriche interagiscono con le proteine e altri componenti che si trovano nelle membrane nervose e muscolari. Nel 1987 stavo studiando gli effetti dei campi elettrici sulle membrane quando lessi uno scritto della dottoressa Reba Goodman che dimostrava alcuni effetti insoliti dei CEM sulle cellule viventi. Aveva scoperto che anche i campi elettrici relativamente deboli da fonti comuni (come le linee e gli apparecchi elettrici) potevano alterare la capacità delle cellule viventi di produrre proteine. Da tempo sapevo dell’importanza delle forze elettriche sulla funzione cellulare, ma quello studio spiegava che le forze magnetiche (che sono, come spiegherò nel prossimo capitolo, un aspetto chiave dei campi elettromagnetici) avevano anche un forte impatto sulle cellule viventi.

Come gran parte dei miei colleghi, non pensavo che questo fosse possibile. E noto che ci sono alcuni tipi di CEM che tutti sanno essere dannosi per l’uomo. Per esempio i raggi X e le radiazioni ultraviolette sono entrambi riconosciuti come cancerogeni. Ma si tratta di forme ionizzanti di radiazioni. La dottoressa Goodman sosteneva invece che anche le radiazioni non ionizzanti, che hanno molta meno energia dei raggi X, avessero effetti sulla proprietà fondamentale delle cellule e cioè la capacità di stimolare la sintesi delle proteine.

Proprio perché le forme non ionizzanti di CEM hanno tanta energia in meno rispetto alle radiazioni ionizzanti, per lungo tempo si era ritenuto che i campi elettromagnetici non ionizzanti fossero innocui per l’uomo e gli altri sistemi biologici. Certo, si sapeva che un’esposizione sufficientemente elevata ai CEM non ionizzanti causava un innalzamento della temperatura – e che questo aumento poteva causare danni cellulari e portare a problemi di salute – ma si pensava che livelli bassi di CEM non ionizzanti, che non causano aumento di temperatura, non fossero pericolosi. In oltre ventanni di esperienza in alcune delle istituzioni accademiche più importanti, quello era quanto mi era stato insegnato e quanto avevo insegnato. Infatti, il mio dipartimento alla Columbia University (come ogni altro analogo dipartimento di altre università nel mondo) aveva un intero corso sulla fisiologia umana che non menzionava mai i campi elettromagnetici, ad eccezione di quando venivano utilizzati a fini diagnostici per individuare gli effetti della corrente elettrica sul cuore o sul cervello.

Ovviamente i magneti e i campi magnetici potevano avere effetti su pezzi di metallo e altri magneti, ma si pensava fossero inerti, o sostanzialmente deboli, riguardo alla fisiologia umana. Come potete immaginare, trovai intrigante la ricerca della dottoressa Goodman e quando venne fuori che era una mia collega alla Columbia, con l’ufficio giusto nel palazzo a fianco, decisi di incontrarla, faccia a faccia. Non mi ci volle molto per capire che i suoi dati e le sue argomentazioni erano molto convincenti. Così convincenti che non solo mi fecero cambiare opinione sui potenziali effetti sulla salute del magnetismo, ma mi indussero anche ad avviare con lei una lunga collaborazione che è stata molto produttiva e personalmente gratificante.

Durante gli anni in cui abbiamo lavorato insieme, la dottoressa Goodman e io abbiamo pubblicato molti dei nostri risultati su illustri riviste scientifiche. Le nostre ricerche si sono concentrate sul livello cellulare – come il CEM permea la superficie delle cellule e agisce sulla cellula stessa e sul DNA – e abbiamo dimostrato diversi effetti biologici osservabili e ripetibili. Come accade con tutti gli studi che approdano a quelle riviste, anche i nostri dati e le nostre conclusioni sono stati sottoposti a peer review.

Ciò significa che i risultati sono stati controllati prima della pubblicazione per verificare che le tecniche e le conclusioni, basate sulle nostre misurazioni, fossero appropriate. I risultati sono stati successivamente confermati da altri scienziati in altri laboratori nel mondo, ciascuno indipendente dall’altro.

Troppo Connessi? – Libro

Martin Blank – Cellulari, smartphone, wifi, dispositivi elettrici – Le verità scientifiche sui pericoli delle radiazioni elettromagnetiche per la nostra salute

Cellulari e tumori: nuovo allarme europeo

23/01/2013 Cellulari e tumori: nuovo allarme europeo L’agenzia Ue per l’ambiente rilancia l’allerta per il legame tra cellulari e insorgenza di tumori. “Anche se non esiste chiarezza scientifica sulla relazione tra l’utilizzo del cellulare e tumori al cervello, da studi e ricerche è sempre più solida l’evidenza di questo legame”, ha affermato Jacqueline McGlade, direttore esecutivo dell’Aea, in occasione del lancio dell’ultimo rapporto “Late Lessons from Early Warnings, volume 2”.

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Ott 17, 2014

“Non lo vedi ma ti sta seduto sulle spalle: è il tecnostress”. Articolo da leggere assolutamente per cominciare a vedere un po’ di luce nel tecnostress delle organizzazioni

solidoro

Qualche giorno fa, sul quotidiano online Linkiesta, ho letto un interessante articolo sul Tecnostress intitolato “Non lo vedi ma ti sta seduto sulle spalle: è il tecnostress“, scritto da Adriano Solidoro (email: adriano.solidoro@unimib.it – contatto twitter:  a_solid).

Con grande chiarezza, l’autore identifica le diverse dimensioni del tecnostress, fotografa lo stato della ricerca sul rischio tecnostress nelle organizzazioni e arriva a due domande di fondo: il tecnostress incide sulla produttività? Quali sono le implicazioni per il management e per la gestione delle risorse umane?

A queste domande non c’è ancora una risposta certa, ma nel seguito dell’articolo Solidoro disegna un percorso di ricerca per studiare il fenomeno dal punto di vista delle implicazioni per il management e per capire “come fare per permettere alle persone di usare le tecnologie al meglio”.

Come ho detto, l’articolo è molto interessante e merita una lettura completa ed approfondita da parte di chi è interessato all’argomento ‘Tecnostress’. Lo riprendo quindi integralmente qui di seguito con autorizzazione dell’autore, che ringrazio.


Lo stress, allo stesso tempo doping naturale e male dell’anima, non è facile da definire. Nella sua accezione negativa generalmente viene associato alle situazioni in cui  sperimentiamo l’incapacità di soddisfare molteplici, talvolta contrastanti, responsabilità oppure quando il livello di difficoltà e complessità dei compiti è percepito essere così probante da temere di non riuscire a superarlo. Questa frustrazione spesso si traduce in fatica mentale, disturbi generici che portano alla riduzione delle prestazioni e a volte persino in malattia fisica.

Sempre più spesso la condizione di stress è associata all’uso preponderante della tecnologia e all’elaborazione di grandi quantità d’informazione. Non è una novità assoluta, del cosiddetto technostress s’incominciò a parlare poco meno di trenta anni fa, per indicare lo stress derivante dall’uso, sempre più imperante, della tecnologia con effetti negativi sulla dimensione emotiva e cognitiva, sui comportamenti e sulla motivazione.

Negli anni, diversi studiosi si sono occupati di questo tema evidenziando le ricadute negative sullo stato psicofisico delle persone: senso di impotenza sul controllo del tempo e dello spazio personale, sovraccarico di informazioni provenienti da fonti diverse, fino alla  riduzione della fiducia e del confort nell’uso delle tecnologie digitali.

Il tecnostress ha quindi diverse dimensioni:

· Quella legata alle difficoltà di un buon bilanciamento vita/lavoro (equilibrio minacciato dalla connettività sempre e ovunque) – tema molto attuale dal momento in cui si parla sempre più di mobility work e smart work;

· La dimensione derivante dalla necessità di un continuo apprendimento e aggiornamento delle competenze: condizione di skill discrepancy in cui le competenze esistenti non sono sufficienti e le persone passano molto del tempo ad imparare a utilizzare nuove tecnologie digitali – per l’aggiornamento software, per l’utilizzo di nuove app e nuovi processi (le persone si aspetterebbero invece di utilizzare le ICT per velocizzare i loro compiti);

· La terza dimensione è quella legata al sovraccarico cognitivo derivante dalla grande mole d’informazioni da gestire. Sovraccarico che può portare anche a conseguenze paradossali: da uno studio del Reuters Business Information svolto su un campione di 1.313 manager in USA, UK, Hong Kong, Singapore, Australia, è stata identificata la Information Fatigue Syndrome – il 73% persone sentiva il bisogno di acquisire enormi quantità di informazioni per avere successo nella propria vita lavorativa e la tecnologia ha reso possibile questo aumento di accessibilità alle informazioni. Di contro, è emerso che 2 intervistati su 3 hanno subito dei cambiamenti negativi nella loro vita personale e lavorativa a causa del sovraccarico delle informazioni.

· Un’ultima dimensione è quella del multitasking, ossia dello svolgimento di più azioni contemporaneamente e su diversi dispositivi (telefono, computer, segreteria telefonica, iPad) con potenziali ricadute sulla capacità di concentrazione e quindi sulla produttività.

Ognuna di queste dimensioni può essere fattore di burnout, appaiono quindi evidenti le minacce che le organizzazioni devono prevenire. Per tale motivo devono essere progettati e implementati dei programmi d’intervento, per affrontare e se possibile prevenire il tecnostress.

Piani di intervento che prevedano azioni nell’ambito della formazione e sviluppo, così come azioni organizzative che facilitino l’assorbimento tecnologico quando nuovi strumenti vengono adottati, attraverso, per esempio, il maggior coinvolgimento delle persone al momento della scelta di software e processi.

Il tema del tecnostress appare quindi ampio e urgente, per questo motivo verrà approfondito in una serie di post che vorrebbero favorire la discussione sull’argomento. Dibatitto che non può essere disgiunto dal tema delle digital skill: dall’investigare cosa queste rappresentino, quale fabbisogno formativo esse portino e quali metodologie siano le più efficaci per l’apprendimento delle competenze emergenti.

L’utilizzo della tecnologia digitale e dei device mobili all’interno delle organizzazioni è ormai pervasivo, al punto che, oggi, buona parte delle persone nelle organizzazioni non sarebbe in grado di svolgere le proprie attività se privati della possibilità del loro utilizzo.

Ma l’adozione di tecnologia digitale, di sistemi wireless e mobili ha solo impatti positivi? Sembrerebbe di no. Le criticità che emergono sono dovute, in maniera diretta, dall’aggiornamento continuo di hardware e software (sistemi tecnologici) e dai compiti e processi ad essi correlati e, in maniera indiretta, dai cambiamenti dei ruoli, dei sistemi premianti e dalle strutture di autorità (sistemi sociali).

La ricerca sugli aspetti del tecnostress è ancora molto giovane e metodologie e risultati sono tutt’altro che sedimentati. Si può tentare tuttavia di tracciare una sintesi esemplificativa delle ipotesi tracciate e dei risultati finora raggiunti.

La ricerca ha finora esplorato gli effetti dell’uso delle ICT su diversi aspetti, come per esempio la nascita dello Stress, il ruolo dello Stress e la Produttività. Con una semplificazione estrema (che vuole essere funzionale) si può dire quindi che la pervasività della tecnologia digitale comporti delle criticità raggruppabili in due aree.

La prima si riferisce all’utilizzo della tecnologia da parte dell’individuo, la seconda riguarda in che modo il ruolo organizzativo possa essere suscettibile di cambiamenti dovuti all’adozione tecnologica:

1. L’utilizzo delle ICT può causare ansia e tensioni: ciò dipende dalla predisposizione individuale verso le tecnologie ma non solo. L’uso delle ICT può causare stress a causa della sensazione di perdita di controllo oltre il tempo e lo spazio dovuta a:
· sovraccarico cognitivo, “connettività” costante, sovraccarico-informativo ecc.;
· l’evoluzione continua delle ICT – il software, l’hardware, la terminologia tecnica ecc.;
· le richieste sociali relative al loro utilizzo – partecipazione ai social network, aggiornamento dei propri profili, partecipazioni a video-conference e sessioni di e.learning ecc.

2. Le ICT cambiano il ruolo degli individui nelle organizzazioni:
· i compiti mediati dal PC diventerebbero più astratti con conseguente abbassamento della motivazione.
· l’adozione delle ICT inoltre, si ritiene creare nuove strutture di potere, autorità e di presa di decisioni.

La domanda di fondo è comunque sempre una: il tecnostress incide sulla produttività? A questa domanda se ne va ad aggiungere un’altra altrettanto fondamentale: quali sono le implicazioni per il management e per la gestione delle risorse umane?

Vediamo, in estrema sintesi, quali sono le risposte date finora dalla ricerca.

Il tecnostress si ritiene causato dal doversi occupare costantemente del rapido evolversi dei device e dei software e dalle conseguenze legate al loro utilizzo, che sono di ambito cognitivo ma anche sociale.

Un primo aspetto riguarda il mobile ed il computer wireless (e di conseguenza le pratiche organizzative correlate, come il mobile working, o il bring your own device): a causa della possibilità di connessione illimitata e trasversale i confini tra vita lavorativa e vita privata sono potenzialmente minacciati. Politiche precise (e ben comunicate) riguardo all’utilizzo dei social network (la BBC è stata tra le prime organizzazioni a mettere in rete un vademecum) e buone pratiche organizzative a difesa del work/life balance possono senz’altro aiutare (si veda per esempio quelle in atto in Ferrari, Volkswagen e Mercedes riguardo all’utilizzo della mail).

Il secondo aspetto riguarda invece la necessità di tenersi aggiornati costantemente e lo sforzo che richiede il continuo ri-apprendere l’utilizzo di nuove applicazioni. Ciò è correlato all’aumento continuo della complessità degli aspetti tecnici (e quindi anche terminologici) delle ICT. Se le competenze necessarie al ri-apprendimento continuo mancano, ciò potrebbe influire sul calo della produttività. Per quanto riguarda questo aspetto, buone pratiche di formazione possono aiutare, l’apprendimento non deve tuttavia riguardare solamente gli aspetti tecnici ma anche quelli legati al saper apprendere, e anche temi “interpersonali”, come il self-management, il coaching e il mentoring per facilitare un apprendimento condiviso.

Un terzo aspetto riguarda la ricezione di informazioni su più canali ICT (le conseguenze della grande quantità di informazione da elaborare viene descritta con le espressioni Data Smog e Information Fatigue). Questo aspetto è legato anche al lavorare su più compiti contemporaneamente (multitasking), spesso causa di burnout, il ché incide negativamente sulla produttività. Anche qui buone pratiche organizzative legate per esempio all’utilizzo delle mail, possono aiutare, così come pratiche di gestione del knowledge management (per esempio sostituendo sistemi di repository e tagging alla mail per i progetti condivisi).

La formazione e sviluppo si dovrebbe invece occupare delle competenze emergenti. A questo proposito, il centro di ricerche americano Institute for the Future ha realizzato uno studio che fa il punto sui fenomeni sociali ed economici che guideranno il cambiamento del mondo del lavoro nei prossimi anni. I ricercatori hanno pubblicato un rapporto intitolato Future Work Skills 2020 volto ad individuare le competenze emergenti. Fra queste, per esempio, il report indica la competenza denominata Cognitive load management e cioè la capacità di discriminare e filtrare le informazioni per importanza, e di capire come massimizzare la loro comprensione.

Per quanto riguarda invece le criticità legate a come le ICT cambiano il ruolo degli individui nelle organizzazioni, la ricerca sul tecnostress evidenzia come lo stress del ruolo lavorativo (Role Stress) sia inversamente proporzionale alla produttività individuale.

Vi sono due fattori che contribuirebbero al Role Stress: il Role Conflict e il Role Overload.

Il primo si definirebbe quando si è esposti a contraddizioni, incompatibilità o incongruenza con le richieste del proprio ruolo, mentre il Role Overload si verifica come una situazione in cui le richieste sono maggiori, per complessità o per ammontare di lavoro, a quelle richieste dal proprio ruolo.

Per questo aspetto le implicazioni per il management sono il dover pianificare e gestire i processi di adozione tecnologica come se fossero progetti di cambiamento organizzativo (il ché è in effetti così). Curandone cioè tutti gli aspetti: comunicazione, progettazione, coinvolgimento degli stakeholder, misurazione ecc. Per quanto riguarda le competenze emergenti, il già citato report Future Work Skills 2020, individua la Design mindset, capacità di rappresentare e sviluppare le attività dei processi al fine di ottenere i risultati desiderati. Anche le pratiche di Job crafting potrebbero essere utili. Quando cresce la demotivazione cambiare il modo in cui si svolge il proprio lavoro, trasformandolo o riprogrammarne l’approccio, può far ritrovare il senso del proprio apporto. Le pratiche di job crafting, pur essendo emergenti, richiedono però un forte investimento di formazione e sviluppo e una cultura organizzativa (e di leadership) in linea con la pratica.

Si ritiene vi siano numerose ragioni del perché alcune condizioni creino e aumentino Role Stress, come ad esempio il fatto che la scelta dell’utilizzo delle ICT porterebbe anche ad un’aspettativa di maggiore produttività. Le persone si aspetterebbero di lavorare più velocemente e in minor tempo, ma questo voler fare ancora più fretta creerebbe condizioni di Role Stress e Role Overload. Anche il Multitasking può essere causa del Role Conflict.

Oltre a ciò bisogna accennare alle prospettive di integrazione interfunzionale, come avviene per esempio nelle pratiche lean, dove si crea interdipendenza tra differenti ruoli. Ciò può causare confilitti dovuti a prospettive, culture e competenze differenti. L’utilizzo delle ICT inoltre aumenterebbe il set dei ruoli individuali, in quanto le persone si trovano a dover processare differenti input da più persone e riconciliare un’ampia varietà di opinioni.

È fondamentale, quindi, per le organizzazioni, affrontare il tema del tecnostress nella sua complessità. Tenendo conto della relazione tra Technostress e Role Stress, e fra questi e la motivazione e la produttività.

Per questi motivi, le implicazioni per il management e per le persone della formazione e sviluppo riguardano la consapevolezza che sotto la definizione ampia di tecnostress ci sono dei sub fattori che vanno osservati e affrontati, con pratiche organizzative e azioni mirate all’analisi delle competenze emergenti e del fabbisogno formativo.

Un tentativo (senz’altro non definitivo) di mettere in ordine ed elencare i sub fattori potrebbe essere questo:

  • “Techno-overload” descriverebbe la situazione in cui le ICT forzano gli utenti a lavorare più veloce e per più tempo.
  • “Techno-invasion” descriverebbe l’effetto invasivo delle ICT;
  • “Techno-complexity” descrive la situazione in cui la complessità associata alle ICT renderebbe le competenze delle persone inadeguate o obsolete;
  • “Techno-insecurity” descriverebbe la situazione in cui gli utenti si sentirebbero spauriti di fronte alle nuove tecnologie per paura di perdere il posto di lavoro;
  • “Techno-uncertainty” si riferirebbe al continuo aggiornamento di ICT che sconvolgerebbe gli utenti e creerebbe incertezza.

Tenere conto dei sub fattori che compongono il tecnostress e le loro inter-relazioni è un primo passo per capire che, al di là della definizione generica, il tecnostress non è un tema né astratto né fantascientifico e che richiede, già oggi, non domani, consapevolezza e pratiche mirate da parte delle organizzazioni.


Bibliografia minima

A Conceptual Model of Technology Features and Technostress in Telemedicine Communication

Ziyu Yan, (City University of Hong Kong), Xitong Guo, (Harbin Institute of Technology), Matthew K.O. Lee, (City University of Hong Kong), Douglas Vogel, (City University of Hong Kong)

The Dimensions of Technostress among Academic Librarians

Ungku Norulkamar Ungku Ahmad – Salmiah Mohamad Amin
 – Faculty of Management and Human Resource Development, Universiti Teknologi Malaysia

Technostress in the office: a distributed cognition perspective on human–technology interaction

Charlott Sellberg – Tarja Susi

The consequences of technostress for end users in organizations: conceptual development and empirical validation
Ragu-nathan, T. S. and Tarafdar, M. and Ragu-nathan, B. S. and Tu
 – Lancaster University Management School

Coping with the Dynamic Process of Technostress, Appraisal and Adaptation
Connolly, Amy J. (University of South Florida), Bhattacherjee, Anol

Investigating Technostress in situ: Understanding the Day and the Life of a Knowledge Worker Using Heart Rate Variability
Stefan Schellhammer, Russell Haines, Stefan Klein
International Conference on System Sciences (HICSS)

Work Values, Achievement Motivation and Technostress as Determinants of Job Burnout among Library Personnel in Automated Federal University
Libraries in Nigeria
 – Olalude Oluwole Francis
Emmanuel Alayande Collage Education Oyo

Psychological Character of Computer-related TECHNOSTRESS

Etienne Erasmus, Manpower Development Department Chemicals Business, Sasol Polymers Sasolburg – South Africa

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