IA e tecnostress: un rischio di genere

L’intelligenza artificiale sta cambiando il lavoro e con esso, modifica ritmi e aspettative. In questo contesto emerge il tecnostress, cioè uno stress legato all’uso continuo delle tecnologie: quando le richieste digitali crescono troppo, aumenta anche la pressione sulle persone. Il tecnostress nasce quando le richieste tecnologiche superano la capacità di gestione della persona. Un esmpio di questa dinamica la troviamo nella recezione massiva e continua di informazioni che richiedono costantemente attenzione e micro-decisioni, rendendoci stanchi, confusi e disorientati.

Inoltre, c’è la pressione dell’always-on. Vale a dire, la spinta ad essere sempre reperibili. Così, gli strumenti tecnologici integrati riducono e assottigliano il confine tra lavoro e vita privata, rosicchiando i nostri spazi di ripresa e riposo.

Infine, compaiono tecnoansia e tecnoincertezza: in altre parole, alcune persone temono di non essere abbastanza preparate per rimanere a galla in un mondo dominato dalla tecnologia digitale. Le donne si trovano spesso a gestire contemporaneamente più ruoli, come il lavoro e le responsabilità familiari; per questo, l’iperconnessione può avere su di loro un impatto ancora più pesante

In molte organizzazioni, inoltre, continua a essere premiata la disponibilità costante: essere sempre reperibili, rispondere rapidamente e garantire una presenza continua vengono spesso letti come segnali di affidabilità, coinvolgimento e produttività. Tuttavia, questo modello è tutt’altro che neutro, perché tende a favorire chi può adattarsi più facilmente a ritmi rigidi e a una connessione quasi permanente, penalizzando invece chi ha bisogno di una flessibilità reale nella gestione dei tempi e dei carichi di lavoro. A questo si aggiunge una dimensione culturale non secondaria: i contesti legati alla tecnologia e all’innovazione sono ancora attraversati da stereotipi e bias, talvolta impliciti, che possono far percepire ad alcune donne un minore senso di legittimazione, sicurezza o appartenenza. Di conseguenza, l’esposizione continua agli strumenti digitali e alle dinamiche organizzative che li accompagnano non produce solo un carico operativo, ma può anche incidere sulla fiducia in sé, scoraggiando in alcuni casi l’assunzione di nuovi incarichi, l’esplorazione di opportunità professionali o una partecipazione piena ai processi di innovazione.

L’intelligenza artificiale può essere sia una risorsa sia un fattore di rischio. Da un lato, automatizza compiti ripetitivi, facilita l’accesso ai dati e può alleggerire il carico di lavoro. Per molte donne, spesso impegnate nel conciliare lavoro, cura e vita personale, questo può rappresentare un supporto concreto.

Dall’altro lato, però, l’IA può aumentare il tecnostress, accelerando i ritmi, ampliando le richieste e imponendo un continuo adattamento ai nuovi strumenti digitali. Questo rischio può incidere in modo particolare sulle donne, soprattutto quando si somma a disuguaglianze e stereotipi già presenti.

Per questo, il problema non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene utilizzata. Servono maggiore consapevolezza individuale, una gestione più sana del tempo digitale e momenti di disconnessione. Allo stesso tempo, anche le organizzazioni devono intervenire, fissando limiti chiari alla reperibilità e offrendo formazione adeguata. È quindi essenziale considerare le dinamiche di genere in ogni riflessione sul lavoro, incluse quelle relative all’introduzione e all’uso delle nuove tecnologie digitali.

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