Quando si parla di tecnostress, la soluzione viene spesso cercata a livello individuale. Ad esempio, gestire meglio le notifiche, organizzare il tempo, “staccare” quando possibile. Interventi utili, ma spesso insufficienti, che rischiano di spostare la responsabilità sulle persone, senza intervenire sulle reali cause del problema.
Nella pratica organizzativa, infatti, una delle principali fonti di stress digitale non è la quantità di lavoro in sé, ma l’ambiguità che lo accompagna. Quando è davvero necessario rispondere a un messaggio? Qual è il canale più appropriato? Una chat implica urgenza? È accettabile rispondere dopo qualche ora? In assenza di riferimenti chiari, le persone si trovano a interpretare continuamente segnali impliciti, rimanendo in uno stato di attenzione costante che, nel tempo, aumenta il carico cognitivo e la pressione percepita.
Una leva semplice, ma ancora poco utilizzata consiste nel definire accordi di team sull’uso degli strumenti digitali. Non si tratta di introdurre policy rigide, ma di costruire insieme regole operative condivise, ad esempio:
- tempi attesi di risposta per email e chat
- utilizzo dei diversi canali in base all’urgenza
- gestione delle comunicazioni fuori orario
- criteri per convocare riunioni
Si tratta di micro-scelte organizzative, ma con un impatto significativo. Rendere esplicite queste regole riduce l’incertezza, limita l’iper-reattività e consente alle persone di lavorare con maggiore focalizzazione. In altre parole, non si riduce solo il carico operativo, ma soprattutto quello mentale.
Un ulteriore elemento di valore è il processo stesso di costruzione di questi accordi. Quando vengono definiti insieme al team, e non imposti dall’alto, aumentano il senso di controllo, la chiarezza delle aspettative e la qualità del coordinamento. Questo li rende non solo più efficaci, ma anche più sostenibili nel tempo.
Per le organizzazioni, adottare questa prospettiva significa compiere un passaggio chiave: dal supportare le persone nella gestione dello stress, al progettare contesti di lavoro che lo prevengano alla radice. Il tecnostress, infatti, non è solo una risposta individuale, ma un fenomeno profondamente legato a come il lavoro digitale viene organizzato.
Spesso, il primo passo non è introdurre nuovi strumenti, ma definire meglio le regole di quelli che già utilizziamo.
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