Le leve invisibili dei videogiochi

Grazie a una nuova inchiesta pubblicata da Data Room, torna al centro dell’attenzione il tema dei meccanismi psicologici che regolano il funzionamento dei videogiochi on-line di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo. I numeri parlano chiaro: l’84% dei maschi tra gli 11 e i 13 anni scarica videogiochi on line, percentuale che resta altissima anche nella fascia 14-16 anni, dove è coinvolto l’81% dei ragazzi. Dietro a un’attività che spesso viene percepita come semplice intrattenimento, si nasconde però una struttura molto più complessa, costruita per orientare i comportamenti e le scelte dei giocatori attraverso quelli che vengono definiti dark pattern, meccanismi nascosti che hanno due obiettivi principali: spingere a giocare il più possibile e indurre a spendere denaro per progredire nel gioco.

Uno dei sistemi più diffusi è quello delle loot box, o scatole del bottino. Avanzando nel gioco, vincendo partite o completando missioni, il giocatore ottiene degli scrigni premio di cui non conosce il contenuto. All’interno si possono trovare potenziamenti utili, come oro, gemme o carte che rendono il personaggio più forte, ma anche oggetti inutili. Proprio questa incertezza rappresenta il cuore del meccanismo: non sapere cosa si otterrà spinge a continuare a giocare nella speranza che il premio successivo sia migliore. Dal punto di vista psicologico si tratta di un rinforzo intermittente, lo stesso meccanismo studiato da Pavlov, in cui la ricompensa non è prevedibile e proprio per questo risulta più efficace nel mantenere il comportamento.

Un secondo meccanismo molto comune è il cosiddetto pay to win. In questo caso il gioco permette di progredire più velocemente pagando denaro reale. La struttura è pensata per rendere le progressioni ordinarie lente e piene di tempi morti, a meno che il giocatore non decida di pagare. Chi spende va avanti più rapidamente, mentre chi non paga rischia di sentirsi indietro o di dover tollerare la frustrazione di lunghi tempi di attesa in cui non è possibile compiere azioni. A volte questo sistema è legato alle tempistiche di costruzione di elementi di gioco, come nuovi edifici o potenziamenti, mentre in altri casi viene introdotto un numero limitato di vite che si ricaricano molto lentamente. La pressione psicologica nasce dal confronto continuo tra chi può avanzare e chi resta fermo e dalla gestione della frustrazione legata all’attesa.

Infine, un ruolo centrale è svolto dalla pressione sociale. Molti giochi affiancano al gioco individuale modalità collaborative che prevedono l’adesione a gruppi o club. In queste dinamiche, il contributo del singolo, misurato in vittorie o partite giocate, serve a raggiungere un obiettivo comune che garantisce ricompense a tutto il gruppo. Chi gioca poco finisce per danneggiare gli altri, generando un senso di obbligo: continuare a giocare per non penalizzare il gruppo ed evitare l’espulsione. Se vinci fai guadagnare il club, se non giochi penalizzi tutti.

L’Unione Europea ha recentemente aperto una consultazione aperta sul tema, chiusa a fine ottobre, con l’intenzione di procedere verso una normativa che rafforzi la tutela dei consumatori nel contesto digitale. Un segnale importante, che riconosce come dietro a scelte apparentemente libere si nascondano meccanismi psicologici potenti, soprattutto quando a giocare sono bambini e adolescenti.

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