
Il tecnostress non nasce soltanto da troppe email, notifiche o ore davanti a uno schermo. Può essere alimentato anche dal modo in cui le tecnologie digitali sono progettate. È questo il punto che rende particolarmente interessante il caso Meta e apre una nuova prospettiva sulla normativa europea.
Il 10 luglio 2026 la Commissione europea ha comunicato le proprie conclusioni preliminari: il design di Instagram e Facebook potrebbe violare il Digital Services Act (DSA) perché non avrebbe adeguatamente affrontato i rischi legati a funzionalità potenzialmente propense a far sviluppare dipendenza. Nel mirino sono finite caratteristiche come scroll infinito, autoplay, notifiche push e sistemi di raccomandazione altamente personalizzati.
La questione è significativa perché sposta il problema dalla responsabilità dell’utente alla responsabilità della piattaforma. Se un servizio è progettato per favorire un utilizzo prolungato e ripetitivo, quanto è corretto attribuire all’utente la responsabilità di non riuscire a disconnettersi?
Il DSA introduce un approccio basato sulla valutazione e mitigazione dei rischi sistemici delle grandi piattaforme, compresi quelli che possono incidere sul benessere fisico e mentale. Per le piattaforme di grandi dimensioni, tra i rischi da analizzare rientrano anche quelli connessi alla salute pubblica e al benessere. Questo principio può essere letto anche attraverso la lente della prevenzione del tecnostress: non basta insegnare alle persone a gestire meglio notifiche e tempo online. Occorre interrogarsi sulle caratteristiche degli strumenti che utilizziamo ogni giorno.
La stessa evoluzione normativa riguarda anche il mondo del lavoro. Nel 2025 l’INAIL ha aggiornato la propria piattaforma per la valutazione dello stress lavoro-correlato, introducendo strumenti specifici dedicati al lavoro da remoto e all’innovazione tecnologica.
Il caso Meta suggerisce quindi una domanda più ampia: chi deve prevenire il tecnostress?
La risposta non riguarda più soltanto il lavoratore o l’utente. La prevenzione passa anche dalla progettazione responsabile delle tecnologie, dalla trasparenza degli algoritmi e dalla capacità delle piattaforme di ridurre i meccanismi che favoriscono l’iperconnessione.
Il futuro della normativa sul tecnostress potrebbe partire proprio da qui: non chiedere soltanto alle persone di staccare, ma regolamentare la progettazione di tecnologie dalle quali sia realmente possibile disconnettersi.
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