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Gen 14, 2019

Multitasking: cinque articoli presentano cinque diverse ricerche.

Cinque articoli sul multitasking: si parte dalla genetica, si sbircia nel cervello, si rivela una differenza ormonale di genere, ci si rende conto che porta più svantaggi che vantaggi, e alla fine si scopre che lo fanno meglio i piccioni!

Esiste un gene che consente il multitasking? – Wired

Wylie al Wired Next Fest: “Facebook violato? Cambiare password non è la soluzione” Le foto del Wired Next Fest 2018 a Firenze “Internet? Dobbiamo ancora completarla”, dice il papà della Rete Vint Cerf al Wnf Enrico Mentana al Wired Next Fest: “Il giornalismo?

Nel cervello il segreto del multitasking – Scienza & Tecnica

Si nasconde nel cervello il segreto del multitasking: saper svolgere più attività contemporaneamente dipende dal gene chiamato COMT. La scoperta, pubblicata sulla rivista Molecular Psychiatry, si deve all’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Genova e potrebbe avere applicazioni nella medicina personalizzata e nella cura di schizofrenia e sindrome da stress post-traumatico.

Le donne sono più “multitasking” degli uomini. Il segreto è negli ormoni

LE DONNE sono in grado di svolgere più compiti contemporaneamente? Si, secondo numerosi studi scientifici che hanno riconosciuto al gentil sesso proprio la capacità di essere multitasking, cercando spesso i motivi di questa abilità.

Il vero pericolo del Multitasking: che fa più cose insieme in realtà rende meno e ha il QI più basso

Probabilmente avrai già sentito che il multitasking è piuttosto problematico, ma nuovi studi rivelano che uccide la performance lavorativa e può addirittura danneggiare il cervello. Una ricerca condotta dall’università di Stanford ha scoperto che il multitasking si rivela meno produttivo della scelta di fare una sola cosa alla volta.

Multitasking: i piccioni lo fanno meglio

Potreste non considerarli così intelligenti, eppure c’è qualcosa in cui i piccioni ci battono: fare più cose contemporaneamente. Un gruppo di neuroscienziati cognitivi ha organizzato una sfida di multitasking tra uomini e pennuti, per capire come sia possibile che il piccolo cervello di alcuni uccelli possa in certi casi rivaleggiare con quello dei mammiferi.

Apr 27, 2015

Dalla bugia del Multitasking alla realtà del ‘tempo condiviso’: risultati di una ricerca Accenture e aggiornamento sul multitasking

ricerca Accenture dic 2014

Nei giorni scorsi Accenture – multinazionale di consulenza di direzione, servizi tecnologici e outsourcing – ha rilasciato una recentissima ricerca dedicata all’ascolto sui luoghi di lavoro. La ricerca – intitolata “#ListenLearnLead” – è stata svolta nel novembre 2014 su un campione di 3.800 lavoratori di tutti i livelli (dall’impiegato al dirigente) in 30 stati differenti e di aziende di tutte le dimensioni (scarica il report della ricerca cliccando qui).

L’ipotesi di partenza era che una migliore capacità di ascolto sul luogo di lavoro migliora l’ambiente e il rendimento personale, e favorisce la crescita professionale. I risultati più evidenti della ricerca indicano che nonostante il 96% degli intervistati si consideri un buon ascoltatore, la stragrande maggioranza trascorre buona parte della propria giornata lavorativa impegnata su più fronti allo stesso tempo con il risultato per i 2/3 del campione che ascoltare è diventato molto più difficile ambiente di lavoro digitale odierno.

ricerca Accenture Listen

Prestando attenzione solo ai dati italiani, la quasi la metà degli intervistati (48%) afferma che le tecnologie digitali hanno un ruolo determinante nello svolgimento di più attività (apparentemente) simultanee, occupando il tempo tra la metà e i tre quarti dell’intera giornata lavorativa. Ne risulta che solo il 25% del tempo sarebbe dedicato a concentrarsi con l’attenzione e la precisione necessaria su un singolo compito/progetto.

Interessante il dato sul multitasking, dove il 66% del campione ritiene che il multitasking consenta di fare di più al lavoro, ma oltre un terzo (36%) afferma che le troppe distrazioni causano scarsa concentrazione, performance inferiori e minore interazione coi colleghi. (e che cos’è il multitasking se non una interruzione continua?)

ricerca Accenture Interruption

Tra le attività che creano il maggior disturbo vincono le telefonate e le riunioni e visite non pianificate, con una frequenza più che doppia rispetto a instant messaging e sms (rispettivamente 79% e 72% contro 30% e 28%). Assuefazione alla messaggistica e alle notifiche?

ricerca Accenture Multitasking

Dai dati generali, esce molto male anche l’attività di ascolto durante le videoconferenze, perché 8 intervistati su 10 dichiarano di fare altro durante i collegamenti, come scrivere e-mail di lavoro (66%) o personali (34%), rispondere via chat (35%), utilizzare i social media (22%), leggere notizie o articoli di intrattenimento (21%).

Dai risultati della ricerca si evidenzia la poca attitudine all’ascolto condizionata dall’eccessivo uso della tecnologia digitale, anche se il 48% del campione ritiene fondamentale il suo utilizzo per lo svolgimento di più attività durante la giornata lavorativa, ma tenendo ben di conto i rischi relativi alla gestione del sovraccarico di informazioni (55%) e alla continua evoluzione dei mezzi tecnologici (52%).

La considerazione finale del team di Ricerca Accenture non è l’uso degli strumenti digitali, ma il come questi vengono utilizzati. La soluzione è nel corretto equilibrio che permettere di tenere il ritmo senza particolari situazioni di stress o di altro genere.

Ricerca decisamente interessante che ci consente di aprire una finestra di approfondimento sul multitasking che, come abbiamo visto, è ritenuto una pratica positiva che “consenta di fare di più al lavoro“ da ben il 66% del campione.

Perché il multitasking è una bugia?

Intanto chiariamo una cosa: il multitasking non funziona: non ci rende più produttivi ma più stressati. Alla prima ricerca sull’argomento dell’Università di Stanford del 2009 ne sono seguite numerose altre che dimostrano che il multitasking:

  • Non accresce la produttività, anzi è proprio il contrario. Passare da una attività all’altra richiede sempre un tempo di aggiustamento. Ogni volta che cambiamo attività il nostro cervello deve in qualche modo riprendere il filo di quello che stava facendo, e questo impiega tempo (dai cinque ai venti minuti) ed energie. Sembra che solo il 2% delle persone sia in grado di utilizzare il multitasking in modo efficace, mentre il 98% riduce la propria produttività senza nemmeno accorgersene. Così, il continuo passaggio dal web al lavoro, tipico dell’ambiente digitale, è un sovraccarico difficile da gestire per la nostra mente che allunga tempi di esecuzione e che ci stanca. È più efficiente fare un compito alla volta, finire e passare a quello successivo.
  • Aumenta gli errori. L’attenzione è una risorsa scarsa. Alternare velocemente compiti diversi, lavorare spizzichi e bocconi su questo e su quell’altro tenendo d’occhio al contempo le e-mail e WhatsApp, mette a dura prova le nostre capacità di attenzione e di concentrazione. Lavoriamo in modo più superficiale e sbagliamo di più.
  • È stressante e a lungo andare aumenta il rischio di ansia, depressione, disordini nell’attenzione e problemi di iperattività.
  • Danneggia i rapporti con le persone: dedicare agli altri un’attenzione parziale e frammentata mentre stai lì a pensare al tuo lavoro, o rispondi a un sms o butti un occhio a qualche social, diminuisce drasticamente la capacità di ascolto e non fa bene alle relazioni, che si tratti di colleghi, di familiari, di amici.

Ma se non lavoriamo in Multitasking (anche se abbiamo l’impressione di farlo) come lavoriamo veramente?

Dato che il cervello non è capace di dedicare attenzione a più attività nello stesso momento, quando abbiamo la sensazione di fare diverse cose assieme in verità non facciamo altro che spostare la nostra attenzione da una attività all’altra molto velocemente. Siamo convinti di ragionare in multitasking ma ciò che stiamo facendo è ragionare in tempo condiviso.

Parlare di multitasking efficace è una sorta di ossimoro, perché “il cervello umano non è realmente in grado di agire in multitask,” dice Art Markman, psicologo cognitivo e autore di Smart Thinking (Ed. Perigee, 2012). “Ciò che il cervello umano compie in realtà è quello che chiamo condivisione del tempo (time-sharing).

Il time-sharing funziona in questo modo: il nostro cervello può pensare attivamente ad un solo compito alla volta, quindi noi siamo in grado di focalizzare su diversi tasks solo in successione seriale. Il passaggio da un compito al successivo avviene però in maniera talmente rapida che nemmeno ci accorgiamo che in realtà stiamo facendo una sola cosa alla volta. Siamo convinti di ragionare in multitasking ma ciò che stiamo facendo è ragionare in tempo condiviso.

La maggior parte di noi ritiene di essere abbastanza brava nella gestione multitask, ma in realtà ci stiamo ingannando. “Noi siamo il peggior giudice possibile per comprendere se siamo o meno dei buoni multitasker,” dice Markman. Questo perchè l’area del cervello che cerca di agire in mutitasking è anche la stessa che viene attivata per giudicare la prestazione in mutitask. Abbiamo semplicemente meno “banda di trasmissione” per valutare correttamente la nostra prestazione.

Ma se il multitasking è così inefficace perché ci ostiniamo ad applicarlo quotidianamente nel nostro lavoro quotidiano?

Una risposta la propone la ricercatrice Zheng Wang dell’università dell’Ohio che ha studiato il comportamento di 32 giovani, e si è accorta che questi tendevano ad adottare il multitasking soprattutto quando erano impegnati a studiare o a lavorare. Andavano cioè a caccia di distrazioni perché così sentivano meno il peso del compiti più impegnativi. La conclusione della ricercatrice è che molta gente crede che il multitasking li renda più produttivi. In realtà a quanto pare interpretano in modo sbagliato i sentimenti positivi provocati dal multitasking. Non sono affatto più produttivi, sono solo emozionalmente più soddisfatti dal loro lavoro.

Se quindi il Multitasking non è un’attività reale, ma è solo ‘tempo condiviso’ come possiamo aiutare il nostro cervello a gestire gli input uno alla volta per lavorare in maniera efficace? Lo psicologo Markman ci consiglia di:

1. Lavorare insieme sulle attività correlate. Quando vi concentrare su un’attività il vostro cervello attiva tutti i circuiti e i neuroni correlati a quel determinato compito. Quando passate ad un’altra attività il vostro cervello deve adeguarsi attivando differenti circuiti. Il passaggio avviene rapidamente, ma richiede una spesa ingente in termini di memoria, grado di attenzione e produttività. “Maggiori sono le volte in cui passate da un compito ad un altro e maggiori sono le volte in cui dovrete modificare lo stato attivo del vostro cervello,” dice Markman. “State perdendo tempo.”. Consigli: minimizzare il più possibile i costi legati alla commutazione da un compito ad un altro riunendo attività fra loro correlate; più le attività saranno fra loro simili e maggiore sarà la facilità di muoversi fluidamente dall’una all’altra.

2. Mantenete sempre in primo piano la vostra to-do list.   Se lavorate in un ufficio caotico create un sistema che vi assicuri che i compiti importanti ed i progetti a lungo termine non rischino di cadere nel dimenticatoio ed essere così trascurati. “In un ambiente multitask il flusso del lavoro viene molto spesso guidato dall’ambiente stesso, invece che essere gestito secondo le priorità impostate internamente,” dice Markman. “In buona sostanza la ruota che cigola viene ingrassata.” Consigli: ricordare a voi stessi quali sono le cose che necessitano realmente di essere portate a termine. Tenete la to-do list in un luogo dove sia visibile e organizzatela per priorità. Utilizzate una codificazione con colori differenti o grassetti per i compiti di maggiore importanza ed assicuratevi di dedicare a questi tempo sufficiente per portarli a termine, a prescindere dalle altre mille attività quotidiane.

3. Utilizzate i tempi di inattività per rivedere le informazioni. Uno dei pericoli del multitasking è che questo tipo di gestione si intrometta nel vostro processo di memorizzazione. “State interferendo con il processo di acquisizione delle informazioni,” dice Markman. Quando cercherete di richiamare alla memoria ciò che avete imparato durante un meeting con un cliente o una sessione di brainstorm sarà maggiore la probabilità che non riusciate a mettere a fuoco tutti i particolari. Consigli: quando stilate un documento importante lasciatevi del tempo per poterlo rivedere più avanti nel pomeriggio prima di renderlo ufficiale. Rileggetelo mentre vi muovete da una riunione all’altra o nel tragitto casa lavoro e spiegatelo nuovamente a voi stessi per essere sicuri di averlo correttamente compreso. “In questo modo avrete molte più probabilità di consolidare la vostra memoria,” dice Markman.

> Scarica la ricerca Accenture “#ListenLearnLead” – cliccando qui

Set 28, 2012

Lavorare in Multitasking: fare due cose contemporaneamente è come farne nessuna?

Come sappiamo, il multitasking umano (human multitasking) è l’attività di un individuo di svolgere e gestire più attività contemporaneamente, come telefonare mentre si scrive un’email, mandare un messaggio mentre si guida, eccetera.

Si tratta di una pratica estremamente diffusa presso tutti i lavoratori ‘tecnologici’ (direttamente derivata dalle modalità d’uso del computer), abituati a lavorare  allo  stesso  tempo  su  vari  fronti, elaborando  in  parallelo  varie  informazioni ed operando contemporaneamente con contenuti cognitivi differenti provenienti da differenti tecnologie.

Il vantaggio del multitasking è che consente di essere più rapidi su diversi fronti contemporaneamente, lo svantaggio principali e la minor concentrazione nell’esecuzione dei singoli compiti con una abbassamento della qualità.

Per farvi capire meglio, il lavoratore ‘multitasker’ lavora contemporaneamente su più progetti, che continua a leggere al monitor mentre risponde al telefono. Mentre parla guarda le tre email appena arrivate e poi manda un sms a sua moglie per dire che non sa se farà in tempo a fare le spese. Chiude la telefonata, scrive una riga nel progetto, una risposta in una email interrotta dall’sms di risposta di sua moglie. Sbircia velocemente due nuove email appena arrivate mentre dà un consiglio a un collega. Non riesce a finire che il capo lo chiama, si stacca dal secondo monitor ma proprio mentre sta per alzarsi suona il telefono … ed è arrivata un’altra email …

Mentre per alcuni il multitasking è un segnale di efficienza, sempre più ricerche scientifiche dimostrano che il multitasking può essere dannoso per la concentrazione e condurre ad un netto peggioramento della qualità con cui portiamo a termine i nostri compiti.

Sembra infatti che sviluppare la capacità di avere un’attenzione ampia e divisa su più fronti limiti la capacità di affinare l’attenzione di tipo selettivo. Più nello specifico, il multitasking comporta problemi di attenzione e di accuratezza nel caso i compiti facciano capo a funzioni simili, mentre, in caso contrario, svolgere più compiti nello stesso momento può rappresentare un vantaggio.

L’argomento Multitasking è decisamente interessante.
Continuiamo quindi ad approfondire la conoscenza di questo ‘fenomeno’ pubblicando alcune nuove interessanti ricerche internazionali dedicate a questo tema riportando, per pigrizia di traduzione, un breve abstract in lingua inglese.

Exploring the Impact of Multitasking In the Workplace
Susannah C. Otto Katie R. Wahl, Christophe C. Lefort Wyatt H. P. Frei – Saint Mary’s College of California
Journal of Business Studies Quarterly, 2012, Vol. 3, No. 4, pp. 154-162

This proposal takes a look at multitasking and its impact on the workplace. As workplace technology evolves, managers need to make decisions in an effort to increase productivity. The review of literature pertaining to the subject indicates that multitasking has been shown to both increase and decrease productivity. This leads to further questions on how multitasking should be implemented. In order to evaluate the impact of multitasking in the workplace, quantitative and qualitative data can allow for analysis of multitasking in terms of impact on the individual and the organization, and give management proper insight to choose the right method to increase efficiency.

Multitasking: the Uncertain Impact of Technology on Knowledge Workers and Managers
Frank Bannister and Dan Remenyi Trinity College, Dublin
Electronic Journal Information Systems Evaluation Volume 12 Issue 1 2009 (1-12)

While the productivity paradox has now been officially pronounced dead, the argument and the evidence for this assertion are both at a macroeconomic level. What has been less closely examined is the microeconomic impact of recent developments in ICT on the productivity of office and knowledge workers. There is an assumption, readily seen in many advertisements for mobile technology, that multi-tasking, WiFi connected laptops, Blackberrys, smart phones and so on are good for business and make people more effective and productive. This may be true some of the time and there is some (albeit limited) research which supports claims that these technologies increase productivity. However there are also emerging concerns that, in certain environments, these technologies may actually reduce productivity in both the short and the long term. This paper examines this problem and research to date and proposes a framework for further investigation of this phenomenon.

The Effects of Mindfulness Meditation Training on Multitasking in a High-Stress Information Environment
David M. Levy – Information School University of Washington Seattle
Jacob O. Wobbrock – Information School | DUB Group University of Washington Seattle
Alfred W. Kaszniak – Department of Psychology University of Arizona
Marilyn Ostergren – Information School University of Washington Seattle

We describe an experiment to determine the effects of meditation training on the multitasking behavior of knowledge workers. Three groups each of 12-15 human resources personnel were tested: (1) those who underwent an 8-week training course on mindfulness-based meditation, (2) those who endured a wait period, were tested, and then underwent the same 8-week training, and (3) those who had 8-weeks of training in body relaxation. We found that only those trained in meditation stayed on tasks longer and made fewer task switches, as well as reporting less negative emotion after task performance, as compared with the other two groups. In addition, both the meditation and the relaxation groups showed improved memory for the tasks they performed.

The impacts of multitasking media on children’s learning & development
Report from a research seminar by Claudia Wallis January, 2010
The Joan Ganz Cooney Center and Stanford University 2010

New technology sometimes brings change that is so swift and so sweeping, that the impact and implica- tions are hard to grasp. So it is with the rapid expansion of media use by children and adults—at work and at play, alone and in groups, for ever larger portions of their waking hours. Media multitasking—engaging in more than one media activity at a time—has rapidly become a way of life for American youth, accord- ing to a 2005 report from the Kaiser Family Foundation (Roberts, Foehr, & Rideout, 2005), and yet little is known about how this behavior affects their learning and development, their ability to attend, to plan, to think, and to relate to other people. The same may be said for adults, many of whom have taken to me-
dia multitasking to the point of “crackBerry” obsession. Aside from the recent alarming reports about the dangers of cell phone use while driving1 or the impact of web surfing on worker productivity, little is known about the larger implications of this now ubiquitous behavior.

Exploring the impact of instant messaging on subjective task complexity and user satisfaction
Han Li, Ashish Gupta – School of Business, Minnesota State University Moorhead
Xin Luo – Anderson School of Management, The University of New Mexico, Albuquerque
Merrill Warkentin – College of Business, Mississippi State University, Mississippi State, MS, U.S.A.
European Journal of Information Systems (2011) 20, 139–155

Instant messaging (IM) technologies are being rapidly deployed in the workplace. Current studies largely focus on the adoption of IM and how IM is used. Little research has been conducted to understand the potential impact of using IM in the workplace. This paper theorizes and empirically tests how the frequency of IM interruptions and the position power of message sender could interact with an individual’s polychronic orientation, that is, multitasking preference, and jointly influence employee satisfaction and subjective task complexity. The present study illustrates that polychronic knowledge workers are more satisfied with the multitasking work process deploying IM technology than monochronic ones. In addition, the effect of interruptions is dependent upon an individual’s polychronic orientation. The increase in interruption frequency only reduces the process satisfaction of monochronic individuals but not polychronic individuals. Further, the polychronic orientation of message receivers also influences how they process information. When IM messages are sent from their supervisors, monochronic individuals tend to prioritize tasks and perceive a lower level of overall task complexity. The information processing of polychronic individuals seem to be less influenced by the position power of message sender.

Mag 21, 2012

Multitasking: ce n’è per tutti, ma non è da tutti!

In questo periodo sono in aumento gli studi e le ricerche focalizzate sul ‘multitasking‘, ovvero l’attività di svolgere più compiti contemporaneamente: parlare al telefono e navigare tra siti web, guardare la tv e twittare con il cellulare, parlare con un amico e seguire appassionatamente un partita di campionato.

Con l’avvento degli smartphone e dei tablet, il multitasking è una pratica ormai radicata nella vita delle persone, e non solo delle più giovani. E’ diventato una sorta di standard d’uso delle tecnologie, al punto che il 42% delle persone che possiede un tablet sostiene di utilizzarlo abitualmente mentre guarda la televisione.

Diversi studi hanno dimostrato come il multitasking si traduca spesso in una diminuzione della capacità di concentrarsi su un’attività e in un progressivo affaticamento cerebrale. Ma se sbagliare a scrivere un e-mail mentre si guarda la televisione è una conseguenza accettabile, esistono professioni e/o situazioni in cui l’abitudine al multitasking e l’affaticamento cerebrale che ne consegue possono risultare pericolosi.

E’ quindi interessante riportare in questo articolo alcuni risultati di recenti studi e ricerche sul ‘multitasking’ che possono aiutarci a conoscere e capire meglio questo fenomeno che – più o meno – oramai ci coivolge tutti.

Prima notizia

In una ricerca del settembre 2011 condotta da Adam Brasel e James Gips (docenti della Carroll School of Management di Boston, e pubblicata su Cyberpsychology, Behavior and Social Networking) i due studiosi hanno istallato delle speciali telecamere per registrare i movimenti dello sguardo di alcuni volontari a cui è stata concessa mezz’ora d’uso contemporaneo di televisione e computer.

Il risultato? In 27 minuti i volontari hanno spostato in media 120 volte gli occhi da uno schermo all’altro. Quando infatti si è chiesto loro quante volte erano passati dalla TV al Pc e viceversa hanno dichiarato di averlo fatto una quindicina di volte al massimo, dieci volte in meno rispetto alla realtà.

Spiega Adam Brasel:

“Quando cerchiamo di prestare attenzione a più di un mezzo tecnologico in realtà non ci riusciamo che per pochi secondi”.

La media misurata dalla ricerca è di 6 secondi se si tratta del computer, e meno di 2 se si guarda la televisione. Anche i momenti di concentrazione superiori al minuto da parte dei volontari durante la ricerca sono stati rarissimi: solo nel 2,9% per cento dei casi in cui si guardava la TV e solo nel 7,5% delle volte in cui si seguiva il computer.

Le differenze d’età sono state insignificante: anche gli over 40 avevano la stessa attenzione frammentata e alternata, distogliendo lo sguardo in media 100 volte nell’arco dei 27 minuti.

Inoltre, precisa il ricercatore:

“il nostro test prevedeva l’uso simultaneo di pc e TV ma sappiamo bene che la realtà include anche telefoni, lettori mp3, navigatori che spesso gestiamo e teniamo accesi tutti assieme, finendo per essere ancora più incapaci di focalizzarci sull’uno o sull’altro”.

Clicca qui per scaricare  il report della ricerca.

Seconda notizia

Una ricerca pubblicata dalla rivista Nature a questa pagina  – a cui ha dato ampio risalto il Wall Street Journal – ci conferma che solo il 2,5 per cento degli utilizzatori di tecnologie (detti “super-taskers”) sono in grado di fare più cose insieme. Tutti gli altri possono anche pensare di saper lavorare in “multitasking”, ma in realtà stanno solo spostando velocemente la propria attenzione da un obiettivo a un altro – rischiando in questo modo di far male entrambe le cose.

In realtà, spiega sempre il Wsj, siamo in grado di affrontare alcune “task” contemporaneamente: è il caso di attività “automatiche”, quali pulire o lavorare a maglia, che non ci impediscono di ascoltare la musica o di guardare la tv; ma anche di compiti che vengono specificamente selezionati dal nostro cervello.

Nella ricerca gli studiosi della California University di San Francisco hanno cercato di capire il funzionamento del multitasking partendo dal fragore generato da una festa per scoprire che è proprio la zona della corteccia sensoriale del cervello localizzata dietro le orecchie (la parte che riceve ed interpreta gli stimoli uditivi) ad accendersi in presenza di un solo suono o rumore, e che grazie agli occhi, aumenta la sua capacità di percezione, facendo registrare così solo il suono o il rumore più alto come fosse l’unico presente.  Questo fenomeno è conosciuto come cocktail-party effect.

Edward Cheng, direttore dell’indagine, spiega il risultato finale della ricerca:

“non si può dedicare attenzione a più cose. Il cervello censura il frastuono e ci aiuta a sopravvivere in un mondo così rumoroso. Spingere le nostre capacità oltre questa sorta di attività sensoriale ci induce a fare molti errori. Basti pensare a tipiche attività multitasking, come parlare al telefonino mentre si guida, che possono avere anche conseguenze tragiche”.

Terza notizia

Nello studio “The ‘Myth’ of Media Multitasking: Reciprocal Dynamics of Media Multitasking, Personal Needs, and Gratifications” – pubblicato poche settimane fa nel Journal of Communication – Zheng Wang e colleghi hanno dimostrato che il multitasking va a stimolare quei centri del cervello che producono gratificazione (e quindi benessere), dando spesso l’illusione al multitasker di stare compiendo un miglior lavoro.

Spiega Wang:

“C’è questo mito, per cui molta gente crede che il multitasking li renda più produttivi. In realtà a quanto pare interpretano in modo sbagliato i sentimenti positivi provocati dal multitasking. Non sono affatto più produttivi, sono solo emozionalmente più soddisfatti dal loro lavoro” e conclude “”E ‘fondamentale che esaminiamo attentamente l’influenza a lungo termine dei media multitasking sullo svolgimento di compiti cognitivi.”

Quarta notizia

Un nuovo studio dell’Università dell’Illinois è stato pubblicato online nella rivista Psychology and Aging e ha verificato se un’attività multi-tasking (ascolto di musica o conversare con un cellulare) può essere fonte di sufficiente distrazione per mettere a rischio i pedoni quando attraversano una strada.

Nello studio, 18 studenti universitari (dai 18 ai 26 anni) e 18 adulti più anziani (59 anni a 81) hanno attraversato delle strade sia privi di distrazioni, sia ascoltando musica o parlando al telefono.

I ricercatori hanno scoperto che i più giovani non hanno mostrato alcuna riduzione di capacità nel compiere la performance, ma le persone più anziane sono risultate significativamente in difficoltà e a rischio nell’atttraversare la strada utilizzando al tempo stesso il telefono cellulare.

Quinta notizia

Al MIT stanno sviluppando Brainput, un nuovo tipo di software che permette a un computer (o a un dispositivo mobile) di capire quando l’utente comincia a perdere colpi e di regolare di conseguenza la propria interfaccia.

Brainput riesce a determinare quando un carico di lavoro stia diventando eccessivo per una persona sfruttando una tecnologia di scansione cerebrale chiamata fNIRS (functional Near InfraRed Spectroscopy).

Questo sistema analizza l’attività cerebrale di un soggetto mettendo in relazione l’attività metabolica dei suoi neuroni con la quantità di ossigeno presente nei vasi sanguigni. Si tratta di una tecnica non invasiva e ha consentito ai ricercatori del MIT di testare con relativa semplicità il funzionamento di Brainput.

Nell’esperimento una persona è stata posta ai comandi di due robot virtuali dotati di software Brainput integrato. Il compito del soggetto era quello di manovrare i due robot per portarli all’uscita di un labirinto evitando che essi andassero a scontrarsi contro le pareti. Per fare ciò, il soggetto era tenuto a passare da un robot all’altro in continuazione, per controllare che procedesse nella giusta direzione e che non fosse a rischio incidente.

Nel corso del test, Brainput monitorava l’attività cerebrale dell’individuo e, quando il carico di lavoro risultava eccessivo, faceva in modo che i due robot procedessero in maniera più autonoma, completando da soli alcuni cambi di direzione. Questo cambiamento non veniva percepito dal soggetto che però riusciva a portare avanti la sessione di multitasking senza affaticarsi troppo.

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