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Mag 25, 2015

Tecnostress in aumento nel lavoro mobile: risultati della nuova ricerca condotta su 1000 lavoratori digitali.

tecnostress mal di testa

Nei giorni scorsi sono stati diffusi i risultati di una ricerca effettuata da Netdipendenza Onlus, in collaborazione con l’Associazione Italiana Formatori Sicurezza sul lavoro (Aifos), condotta su un pubblico di professionisti del settore della sicurezza sul lavoro (imprenditori , formatori, RSPP esterni, professionisti, consulenti) con l’obiettivo di fotograre la diffusione, la penetrazione e i sintomi del tecnostress (in particolare per l’aspetto ‘mobile’) nel loro lavoro è nelle loro vite. Quindi, più che una ricerca, si tratta di un’indagine, alla quale hanno risposto 1.005 lavoratori digitali “mobili”.

Di seguito pubbblico dati della ricerca. La considerazione finale è una sola: il tecnostress aumenta e i sintomi del Tecnostress sono sempre più diffusi. Smartphone, tablet e computer portatili sono oramai strumenti di lavoro abituali, ma l’uso eccessivo può favorire seri rischi alla salute: i sintomi del tecnostress da un lato (come mal di testa, ansia, ipertensione, insonnia, depressione,  disturbi alla memoria, attacchi di panico), e l’elettrosmog dall’altro, cioè l’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici emessi dai dispositivi digitali.

enzoL’87,5% dichiara di usare frequentemente dispositivi mobili connessi a Internet per motivi di lavoro. Il 59,5% ritiene che la quantità di informazioni da gestire sia molto aumentata con l’avvento dei dispositivi mobili.  La maggior parte degli interpellati usa un computer connesso alla Rete per 8 ore al giorno (18,4%), ma c’è anche chi arriva a 10 ore (9,8%) e chi lo usa tra le 12 e 16 ore (complessivamente il 6% circa).

Il 64,1% usa lo smartphone un’ora al giorno per conversazioni di lavoro (circa 30 ore al mese), utilizzandolo anche nel week end.  Alcuni lavoratori hanno indicato che arrivano a usare lo smartphone anche “6 ore al giorno, con pause di trenta minuti”.

L’uso del tablet per motivi di lavoro invece non è  ancora molto diffuso. Infatti solo il 36,9% lo usa abitualmente almeno un’ora al giorno, con punte massime di 4 ore.

Gli “always on” non staccano mai la spina e dichiarano di usare computer, smartphone e tablet anche la sera a letto per motivi di lavoro (complessivamente il 66,5% circa) e anche il sabato e la domenica (circa il 90%). Il 65,5% è consapevole dei rischi dei campi elettromagnetici correlati all’uso dei dispositivi mobili, ma non può farne a meno.

L’87% rivela che il carico informativo digitale, che considera in aumento, gli causa affaticamento mentale. Tra questi, l’8,7% indica chiaramente che subisce problemi seri alla salute, mentre il 39,6% rivela che solo in alcuni momenti l’uso dei dispositivi digitali e la internet information gli ha creato problemi alla salute.

Ma quali sono i sintomi più frequenti del tecnostress che i lavoratori digitali denunciano? Al primo posto il mal di testa (44,5%), poi il calo della concentrazione (35,4%), il nervosismo e alterazione dell’umore (33,8%), tensioni neuromuscolari (28,5%), stanchezza cronica (23,3%), insonnia (22,9%), ansia (20.4%), disturbi gastro-intestinali (15,8%), dermatite da stress (6,9%). Tra i sintomi più gravi indicati ci sono invece: alterazioni comportamentali (7,1%), attacchi di panico (2,6%) e depressione (2,1%).

A questi rischi per la salute bisogna aggiungere quelli derivati dall’esposizione eccessiva ai campi elettromagnetici emessi dai smartphone, tablet e stazioni wi-fi. Per la prima volta in Europa la ricerca di Netdipendenza mette in relazione i due problemi. «Molti sintomi dell’elettrosmog sono simili a quelli del tecnostress, come ad esempio il mal di testa, il calo della concentrazione, l’insonnia.

“Bisogna approfondire l’impatto di questi due rischi e valutare correttamente il sovraccarico informativo cognitivo e i livelli di emissioni di campi elettromagnetici. E’ questa la nuova sfida da affrontare per difendere la salute dei lavoratori digitali” spiega Enzo Di Frenna, presidente di Netdipendenza Onlus.

Un altro dato allarmante è il rischio di dipendenza dalla tecnologia digitale. I “mobile workers” che non possono farne a meno in aumento. Spegnere computer, smartphone e tablet per brevi periodi crea un forte disagio. Infatti, alla domanda “potresti fare a meno della tecnologia digitale?” il 26% non considera affatto l’ipotesi e il 17,5% risponde “mai”. Qualcuno invece dice che può farne a meno per pochi minuti (3,5%) oppure per mezza giornata (16,8%), mentre gli altri sostengono di poter evitare l’uso dei dispositivi digitali per un periodo compreso tra 1 giorno (11,3%) e una settimana (12,7%). Quasi a riprova che disintossicarsi dall’eccesso di informazioni è una esigenza crescente tra i lavoratori.

E sono gli stessi lavoratori che hanno indicato alcune possibili soluzioni. Le parole più usate dai soggetti intervistati sono relax e benessere.

Al primo posto infatti emerge il bisogno di staccarsi fisicamente dai device digitali e fare attività rilassanti, ad esempio passeggiare a contatto con la natura, utilizzare tecniche olistiche di rilassamento come la meditazione, oppure dedicarsi alla pratica di un sport per recuperare la concentrazione e la vitalità.

Al secondo posto c’è il rispetto delle pause per i videoterminalisti previste per legge negli uffici, al terzo posto la richiesta di effettuare una maggiore formazione dei lavoratori sui  rischi del tecnostress e dei campi elettromagnetici, insieme alla riorganizzazione del lavoro e una distribuzione più adeguata del carico informativo.

Mar 17, 2015

Prevenire il Tecnostress: disponibile un manuale per la promozione dell’attività fisica nei luoghi di lavoro.

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Come sappiamo, uno stile di vita attivo e dell’attività fisica solo le tecniche di prevenzione fondamentali per i lavoratori a rischio tecnostress perché li aiuta a mantenersi in buona salute e favorisce il benessere psicologico riducendo ansia e depressione.

Dalle aziende ci si aspetta quindi la realizzazione di programmi multi-componente di promozione dell’attività fisica in azienda finalizzati a contrastare la sedentarietà e l’inattività fisica.

In questa senso, un ottimo aiuto viene dalla Rete Attività fisica Piemonte e Dors della Regione Piemonte, che hanno realizzato il manuale “Esperienze e strumenti per la promozione dell’attività fisica nei luoghi di lavoro” con indicazioni per aziende e lavoratori e gli interventi nel tragitto casa-lavoro, sul posto di lavoro e nel tempo libero.

Il manuale offe un supporto pratico-operativo alle aziende per facilitare l’elaborazione e la realizzazione di progetti che incoraggino e sostengano i lavoratori nell’introdurre l’attività fisica nella loro routine quotidiana e sul luogo di lavoro.

Nel manuale si presentano alcuni programmi e progetti di promozione dell’attività fisica nei luoghi di lavoro, evidenziando in particolare questi aspetti:

  • cosa può fare la direzione aziendale e cosa può fare il lavoratore.
  • gli ambiti in base a quando possono essere attuati: tragitto casa-lavoro-casa, posto di lavoro e tempo libero.
  • costo di realizzazione, efficacia, principali azioni e suggerimenti operativi per attuarli.

Le esperienze delineate sono considerate buone pratiche o interventi promettenti e sono descritte dal punto di vista della direzione e del lavoratore (“cosa può fare la direzione per promuovere la salute dei lavoratori; cosa può fare il lavoratore, per migliorare il suo stile di vita”) e sono suddivisi in base a quando possono essere attuati.

Alcune idee di attività fisica durante il tragitto casa-lavoro-casa:

  • la direzione può facilitare il lavoratore nel recarsi sul posto di lavoro con mezzi attivi mettendo a sua disposizione, all’interno dell’azienda, alcune risorse utili, come un parcheggio per le biciclette e uno spazio adibito al cambiarsi d’abito.
  • il lavoratore può percorre il tragitto, o una parte di esso, a piedi o in bicicletta o usando mezzi di trasporto che permettano di fare esercizio fisico (ad esempio autobus, tram, metropolitana)”.

Alcune idee di attività fisica sul posto di lavoro:

  • la direzione, ad esempio, può promuovere iniziative per stimolare, durante la giornata lavorativa, la pausa pranzo o a fine servizio, i lavoratori a interrompere lo svolgimento di mansioni sedentarie e a muoversi, attraverso l’affissione di poster con messaggi motivazionali, la distribuzione di materiale informativo, pause lavorative di almeno 10 minuti per fare attività fisica e contrastare le mansioni sedentarie; la distribuzione di contapassi ai lavoratori, l’organizzazione di gruppi di cammino che praticano fit o nordic walking, corsi di ginnastica o altre attività motorie, la stipula di convenzioni per ingressi/abbonamenti dai prezzi competitivi per i lavoratori in palestre/piscine limitrofe all’azienda o per l’acquisto di attrezzature sportive, uno spazio all’interno dell’azienda per svolgere i corsi oppure adibisce una vera e propria palestra, docce e spogliatoi.
  • il lavoratore può usare le scale al posto dell’ascensore, fare delle pause di 10-15 minuti in cui svolge esercizi di mobilità (esercizi di riscaldamento, di stretching, esercizi specifici per ovviare alle posture scorrette e ai problemi muscolo/scheletrici), percorrere a piedi brevi tragitti, partecipare a gruppi di cammino che praticano fit o nordic walking, frequentare i corsi proposti dall’azienda (per esempio, di ginnastica, di pilates, yoga,…) o la palestra/piscina aziendale o convenzionata.

Alcune idee di attività fisica nel tempo libero:

  • la direzione può incoraggiare la pratica dell’attività fisica anche nel tempo libero facendosi promotrice di iniziative rivolte ai lavoratori e alle loro famiglie oppure facendo loro conoscere quelle organizzate dal territorio”, autorizzando l’utilizzo di canali di comunicazione aziendale per far conoscere ai lavoratori le iniziative di promozione dell’attività fisica promosse sul territorio”.
  • il lavoratore può partecipare a gruppi di cammino che praticano fit o nordic walking, a manifestazioni sportive quali ad esempio tornei, marce non competitive, biciclettate coinvolgendo, laddove è possibile, anche le famiglie.

Clicca qui per scaricare il Manuale Esperienze e strumenti per la promozione dell’attività fisica nei luoghi di lavoro.

 

Nov 24, 2014

Digital Stress: che fare? Articolo del settimanale L’Espresso che spiega come liberarsi da una dipendenza sempre più invasiva e diffusa.

copertina espresso digital stress

In questo weekend – cercando qualche novità sul Tecnostress – mi sono imbattutto in un lungo e bell’articolo intitolato “Digital Stress” e pubblicato nella sezione Socetà del settimanale L’Espresso n. 34 del 29 agosto 2013 e scritto da Paolo Cagnan.

L’argomento ‘Digital Stress’ è trattato così estesamente (nove pagine) da meritare anche la copertina della rivista, che vedete pubblicata qui sopra. Da quel che mi risulta, è l’articolo di stampa più completo sul tema del Tecnostress rivolto ad un pubblico di lettori ‘generalista’ che sia mai stato pubblicato in Italia.

Il messaggio di copertina è questo: “Digital Stress. Squilli, mail, sms, tweet … siamo intossicati dalle tecnologie, c’è già chi parla di droga del terzo millennio, E di nuove patologie. Che fare? Ecco come liberarsi da una dipendenza sempre più invasiva e diffusa.

E questa è l’apertura dell’articolo: “Vivamo di squilli, nail, sms, tweet, ostaggi della tecnologia, Spesso per nulla. Come curarsi? Ecco le istruzioni per staccare la spina. E cercare di riprendersi la testa”.

I contenuti affrontati nelle nove pagine di articolo sono:

  • introduzione
  • E tu di che sindrome soffri?
  • Proiezioni da capogiro
  • Il treno, palestra di sopportazione
  • Il computer ce l’ho addosso
  • Nasce il movimento Slot Tech
  • Il lato oscuro del digitale
  • Partire col piede giusto: il test
  • I manager fanno così
  • In vacanza, si fa per dire
  • E per concludere: gli esercizi utili

Altri argomenti affrontati nei box di approfondimento:

  • Paradossi all’italiana – di Paolo Cagnan
  • Schermo delle mie brame – di Marco Belpoliti
  • Digito, Ergo Sum – colloquio con Marino Niola di Paolo Cagnan
  • Ma quanti telefonini vogliamo? – dati di mercato smartphone e tablet, fonte SIRMI
  • Piccoli, grandi “Geek” – di Paolo Cagnan
  • Mi hai laicato il gatto? – di Paolo Cagnan

Il alcuni punti dell’articolo il tono è allarmista ma, in generale, viene trasfusa parecchia speranza sulla possibilità di poter gestire il proprio rapporto con le tecnologie e gli ambienti digitali. Ad ogni modo, è un articolo da aver letto a suo tempo oppure, dato che è sempre molto attuale, da leggere ora scaricando il pdf completo cliccando qui.

 

Ott 17, 2014

“Non lo vedi ma ti sta seduto sulle spalle: è il tecnostress”. Articolo da leggere assolutamente per cominciare a vedere un po’ di luce nel tecnostress delle organizzazioni

solidoro

Qualche giorno fa, sul quotidiano online Linkiesta, ho letto un interessante articolo sul Tecnostress intitolato “Non lo vedi ma ti sta seduto sulle spalle: è il tecnostress“, scritto da Adriano Solidoro (email: adriano.solidoro@unimib.it – contatto twitter:  a_solid).

Con grande chiarezza, l’autore identifica le diverse dimensioni del tecnostress, fotografa lo stato della ricerca sul rischio tecnostress nelle organizzazioni e arriva a due domande di fondo: il tecnostress incide sulla produttività? Quali sono le implicazioni per il management e per la gestione delle risorse umane?

A queste domande non c’è ancora una risposta certa, ma nel seguito dell’articolo Solidoro disegna un percorso di ricerca per studiare il fenomeno dal punto di vista delle implicazioni per il management e per capire “come fare per permettere alle persone di usare le tecnologie al meglio”.

Come ho detto, l’articolo è molto interessante e merita una lettura completa ed approfondita da parte di chi è interessato all’argomento ‘Tecnostress’. Lo riprendo quindi integralmente qui di seguito con autorizzazione dell’autore, che ringrazio.


Lo stress, allo stesso tempo doping naturale e male dell’anima, non è facile da definire. Nella sua accezione negativa generalmente viene associato alle situazioni in cui  sperimentiamo l’incapacità di soddisfare molteplici, talvolta contrastanti, responsabilità oppure quando il livello di difficoltà e complessità dei compiti è percepito essere così probante da temere di non riuscire a superarlo. Questa frustrazione spesso si traduce in fatica mentale, disturbi generici che portano alla riduzione delle prestazioni e a volte persino in malattia fisica.

Sempre più spesso la condizione di stress è associata all’uso preponderante della tecnologia e all’elaborazione di grandi quantità d’informazione. Non è una novità assoluta, del cosiddetto technostress s’incominciò a parlare poco meno di trenta anni fa, per indicare lo stress derivante dall’uso, sempre più imperante, della tecnologia con effetti negativi sulla dimensione emotiva e cognitiva, sui comportamenti e sulla motivazione.

Negli anni, diversi studiosi si sono occupati di questo tema evidenziando le ricadute negative sullo stato psicofisico delle persone: senso di impotenza sul controllo del tempo e dello spazio personale, sovraccarico di informazioni provenienti da fonti diverse, fino alla  riduzione della fiducia e del confort nell’uso delle tecnologie digitali.

Il tecnostress ha quindi diverse dimensioni:

· Quella legata alle difficoltà di un buon bilanciamento vita/lavoro (equilibrio minacciato dalla connettività sempre e ovunque) – tema molto attuale dal momento in cui si parla sempre più di mobility work e smart work;

· La dimensione derivante dalla necessità di un continuo apprendimento e aggiornamento delle competenze: condizione di skill discrepancy in cui le competenze esistenti non sono sufficienti e le persone passano molto del tempo ad imparare a utilizzare nuove tecnologie digitali – per l’aggiornamento software, per l’utilizzo di nuove app e nuovi processi (le persone si aspetterebbero invece di utilizzare le ICT per velocizzare i loro compiti);

· La terza dimensione è quella legata al sovraccarico cognitivo derivante dalla grande mole d’informazioni da gestire. Sovraccarico che può portare anche a conseguenze paradossali: da uno studio del Reuters Business Information svolto su un campione di 1.313 manager in USA, UK, Hong Kong, Singapore, Australia, è stata identificata la Information Fatigue Syndrome – il 73% persone sentiva il bisogno di acquisire enormi quantità di informazioni per avere successo nella propria vita lavorativa e la tecnologia ha reso possibile questo aumento di accessibilità alle informazioni. Di contro, è emerso che 2 intervistati su 3 hanno subito dei cambiamenti negativi nella loro vita personale e lavorativa a causa del sovraccarico delle informazioni.

· Un’ultima dimensione è quella del multitasking, ossia dello svolgimento di più azioni contemporaneamente e su diversi dispositivi (telefono, computer, segreteria telefonica, iPad) con potenziali ricadute sulla capacità di concentrazione e quindi sulla produttività.

Ognuna di queste dimensioni può essere fattore di burnout, appaiono quindi evidenti le minacce che le organizzazioni devono prevenire. Per tale motivo devono essere progettati e implementati dei programmi d’intervento, per affrontare e se possibile prevenire il tecnostress.

Piani di intervento che prevedano azioni nell’ambito della formazione e sviluppo, così come azioni organizzative che facilitino l’assorbimento tecnologico quando nuovi strumenti vengono adottati, attraverso, per esempio, il maggior coinvolgimento delle persone al momento della scelta di software e processi.

Il tema del tecnostress appare quindi ampio e urgente, per questo motivo verrà approfondito in una serie di post che vorrebbero favorire la discussione sull’argomento. Dibatitto che non può essere disgiunto dal tema delle digital skill: dall’investigare cosa queste rappresentino, quale fabbisogno formativo esse portino e quali metodologie siano le più efficaci per l’apprendimento delle competenze emergenti.

L’utilizzo della tecnologia digitale e dei device mobili all’interno delle organizzazioni è ormai pervasivo, al punto che, oggi, buona parte delle persone nelle organizzazioni non sarebbe in grado di svolgere le proprie attività se privati della possibilità del loro utilizzo.

Ma l’adozione di tecnologia digitale, di sistemi wireless e mobili ha solo impatti positivi? Sembrerebbe di no. Le criticità che emergono sono dovute, in maniera diretta, dall’aggiornamento continuo di hardware e software (sistemi tecnologici) e dai compiti e processi ad essi correlati e, in maniera indiretta, dai cambiamenti dei ruoli, dei sistemi premianti e dalle strutture di autorità (sistemi sociali).

La ricerca sugli aspetti del tecnostress è ancora molto giovane e metodologie e risultati sono tutt’altro che sedimentati. Si può tentare tuttavia di tracciare una sintesi esemplificativa delle ipotesi tracciate e dei risultati finora raggiunti.

La ricerca ha finora esplorato gli effetti dell’uso delle ICT su diversi aspetti, come per esempio la nascita dello Stress, il ruolo dello Stress e la Produttività. Con una semplificazione estrema (che vuole essere funzionale) si può dire quindi che la pervasività della tecnologia digitale comporti delle criticità raggruppabili in due aree.

La prima si riferisce all’utilizzo della tecnologia da parte dell’individuo, la seconda riguarda in che modo il ruolo organizzativo possa essere suscettibile di cambiamenti dovuti all’adozione tecnologica:

1. L’utilizzo delle ICT può causare ansia e tensioni: ciò dipende dalla predisposizione individuale verso le tecnologie ma non solo. L’uso delle ICT può causare stress a causa della sensazione di perdita di controllo oltre il tempo e lo spazio dovuta a:
· sovraccarico cognitivo, “connettività” costante, sovraccarico-informativo ecc.;
· l’evoluzione continua delle ICT – il software, l’hardware, la terminologia tecnica ecc.;
· le richieste sociali relative al loro utilizzo – partecipazione ai social network, aggiornamento dei propri profili, partecipazioni a video-conference e sessioni di e.learning ecc.

2. Le ICT cambiano il ruolo degli individui nelle organizzazioni:
· i compiti mediati dal PC diventerebbero più astratti con conseguente abbassamento della motivazione.
· l’adozione delle ICT inoltre, si ritiene creare nuove strutture di potere, autorità e di presa di decisioni.

La domanda di fondo è comunque sempre una: il tecnostress incide sulla produttività? A questa domanda se ne va ad aggiungere un’altra altrettanto fondamentale: quali sono le implicazioni per il management e per la gestione delle risorse umane?

Vediamo, in estrema sintesi, quali sono le risposte date finora dalla ricerca.

Il tecnostress si ritiene causato dal doversi occupare costantemente del rapido evolversi dei device e dei software e dalle conseguenze legate al loro utilizzo, che sono di ambito cognitivo ma anche sociale.

Un primo aspetto riguarda il mobile ed il computer wireless (e di conseguenza le pratiche organizzative correlate, come il mobile working, o il bring your own device): a causa della possibilità di connessione illimitata e trasversale i confini tra vita lavorativa e vita privata sono potenzialmente minacciati. Politiche precise (e ben comunicate) riguardo all’utilizzo dei social network (la BBC è stata tra le prime organizzazioni a mettere in rete un vademecum) e buone pratiche organizzative a difesa del work/life balance possono senz’altro aiutare (si veda per esempio quelle in atto in Ferrari, Volkswagen e Mercedes riguardo all’utilizzo della mail).

Il secondo aspetto riguarda invece la necessità di tenersi aggiornati costantemente e lo sforzo che richiede il continuo ri-apprendere l’utilizzo di nuove applicazioni. Ciò è correlato all’aumento continuo della complessità degli aspetti tecnici (e quindi anche terminologici) delle ICT. Se le competenze necessarie al ri-apprendimento continuo mancano, ciò potrebbe influire sul calo della produttività. Per quanto riguarda questo aspetto, buone pratiche di formazione possono aiutare, l’apprendimento non deve tuttavia riguardare solamente gli aspetti tecnici ma anche quelli legati al saper apprendere, e anche temi “interpersonali”, come il self-management, il coaching e il mentoring per facilitare un apprendimento condiviso.

Un terzo aspetto riguarda la ricezione di informazioni su più canali ICT (le conseguenze della grande quantità di informazione da elaborare viene descritta con le espressioni Data Smog e Information Fatigue). Questo aspetto è legato anche al lavorare su più compiti contemporaneamente (multitasking), spesso causa di burnout, il ché incide negativamente sulla produttività. Anche qui buone pratiche organizzative legate per esempio all’utilizzo delle mail, possono aiutare, così come pratiche di gestione del knowledge management (per esempio sostituendo sistemi di repository e tagging alla mail per i progetti condivisi).

La formazione e sviluppo si dovrebbe invece occupare delle competenze emergenti. A questo proposito, il centro di ricerche americano Institute for the Future ha realizzato uno studio che fa il punto sui fenomeni sociali ed economici che guideranno il cambiamento del mondo del lavoro nei prossimi anni. I ricercatori hanno pubblicato un rapporto intitolato Future Work Skills 2020 volto ad individuare le competenze emergenti. Fra queste, per esempio, il report indica la competenza denominata Cognitive load management e cioè la capacità di discriminare e filtrare le informazioni per importanza, e di capire come massimizzare la loro comprensione.

Per quanto riguarda invece le criticità legate a come le ICT cambiano il ruolo degli individui nelle organizzazioni, la ricerca sul tecnostress evidenzia come lo stress del ruolo lavorativo (Role Stress) sia inversamente proporzionale alla produttività individuale.

Vi sono due fattori che contribuirebbero al Role Stress: il Role Conflict e il Role Overload.

Il primo si definirebbe quando si è esposti a contraddizioni, incompatibilità o incongruenza con le richieste del proprio ruolo, mentre il Role Overload si verifica come una situazione in cui le richieste sono maggiori, per complessità o per ammontare di lavoro, a quelle richieste dal proprio ruolo.

Per questo aspetto le implicazioni per il management sono il dover pianificare e gestire i processi di adozione tecnologica come se fossero progetti di cambiamento organizzativo (il ché è in effetti così). Curandone cioè tutti gli aspetti: comunicazione, progettazione, coinvolgimento degli stakeholder, misurazione ecc. Per quanto riguarda le competenze emergenti, il già citato report Future Work Skills 2020, individua la Design mindset, capacità di rappresentare e sviluppare le attività dei processi al fine di ottenere i risultati desiderati. Anche le pratiche di Job crafting potrebbero essere utili. Quando cresce la demotivazione cambiare il modo in cui si svolge il proprio lavoro, trasformandolo o riprogrammarne l’approccio, può far ritrovare il senso del proprio apporto. Le pratiche di job crafting, pur essendo emergenti, richiedono però un forte investimento di formazione e sviluppo e una cultura organizzativa (e di leadership) in linea con la pratica.

Si ritiene vi siano numerose ragioni del perché alcune condizioni creino e aumentino Role Stress, come ad esempio il fatto che la scelta dell’utilizzo delle ICT porterebbe anche ad un’aspettativa di maggiore produttività. Le persone si aspetterebbero di lavorare più velocemente e in minor tempo, ma questo voler fare ancora più fretta creerebbe condizioni di Role Stress e Role Overload. Anche il Multitasking può essere causa del Role Conflict.

Oltre a ciò bisogna accennare alle prospettive di integrazione interfunzionale, come avviene per esempio nelle pratiche lean, dove si crea interdipendenza tra differenti ruoli. Ciò può causare confilitti dovuti a prospettive, culture e competenze differenti. L’utilizzo delle ICT inoltre aumenterebbe il set dei ruoli individuali, in quanto le persone si trovano a dover processare differenti input da più persone e riconciliare un’ampia varietà di opinioni.

È fondamentale, quindi, per le organizzazioni, affrontare il tema del tecnostress nella sua complessità. Tenendo conto della relazione tra Technostress e Role Stress, e fra questi e la motivazione e la produttività.

Per questi motivi, le implicazioni per il management e per le persone della formazione e sviluppo riguardano la consapevolezza che sotto la definizione ampia di tecnostress ci sono dei sub fattori che vanno osservati e affrontati, con pratiche organizzative e azioni mirate all’analisi delle competenze emergenti e del fabbisogno formativo.

Un tentativo (senz’altro non definitivo) di mettere in ordine ed elencare i sub fattori potrebbe essere questo:

  • “Techno-overload” descriverebbe la situazione in cui le ICT forzano gli utenti a lavorare più veloce e per più tempo.
  • “Techno-invasion” descriverebbe l’effetto invasivo delle ICT;
  • “Techno-complexity” descrive la situazione in cui la complessità associata alle ICT renderebbe le competenze delle persone inadeguate o obsolete;
  • “Techno-insecurity” descriverebbe la situazione in cui gli utenti si sentirebbero spauriti di fronte alle nuove tecnologie per paura di perdere il posto di lavoro;
  • “Techno-uncertainty” si riferirebbe al continuo aggiornamento di ICT che sconvolgerebbe gli utenti e creerebbe incertezza.

Tenere conto dei sub fattori che compongono il tecnostress e le loro inter-relazioni è un primo passo per capire che, al di là della definizione generica, il tecnostress non è un tema né astratto né fantascientifico e che richiede, già oggi, non domani, consapevolezza e pratiche mirate da parte delle organizzazioni.


Bibliografia minima

A Conceptual Model of Technology Features and Technostress in Telemedicine Communication

Ziyu Yan, (City University of Hong Kong), Xitong Guo, (Harbin Institute of Technology), Matthew K.O. Lee, (City University of Hong Kong), Douglas Vogel, (City University of Hong Kong)

The Dimensions of Technostress among Academic Librarians

Ungku Norulkamar Ungku Ahmad – Salmiah Mohamad Amin
 – Faculty of Management and Human Resource Development, Universiti Teknologi Malaysia

Technostress in the office: a distributed cognition perspective on human–technology interaction

Charlott Sellberg – Tarja Susi

The consequences of technostress for end users in organizations: conceptual development and empirical validation
Ragu-nathan, T. S. and Tarafdar, M. and Ragu-nathan, B. S. and Tu
 – Lancaster University Management School

Coping with the Dynamic Process of Technostress, Appraisal and Adaptation
Connolly, Amy J. (University of South Florida), Bhattacherjee, Anol

Investigating Technostress in situ: Understanding the Day and the Life of a Knowledge Worker Using Heart Rate Variability
Stefan Schellhammer, Russell Haines, Stefan Klein
International Conference on System Sciences (HICSS)

Work Values, Achievement Motivation and Technostress as Determinants of Job Burnout among Library Personnel in Automated Federal University
Libraries in Nigeria
 – Olalude Oluwole Francis
Emmanuel Alayande Collage Education Oyo

Psychological Character of Computer-related TECHNOSTRESS

Etienne Erasmus, Manpower Development Department Chemicals Business, Sasol Polymers Sasolburg – South Africa

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